L'orizzonte degli eventi (di Daniele Vicari, 2005)

Mano a mano che girovagava, Maitland scoprì che il suo corpo e il dolore nella gamba gli importavano sempre meno. Incominciò a rimuovere quel guscio, dimenticando dapprima l’arto offeso e poi tutte e due le gambe, cancellando qualsiasi coscienza dei bruciori al petto e al diaframma. Sorretto dall’aria fredda avanzò fra l’erba, riguardando con tranquillità quei tratti di paesaggio che nei giorni precedenti aveva imparato a conoscere così bene. Identificando l’isola con sé stesso, contemplò le auto nello spiazzo dello sfasciacarrozze, il recinto di rete metallica e il cassone di cemento alle sue spalle. Fece dei gesti al loro indirizzo, nel tentativo di compiere un circuito dell’isola che gli permettesse di lasciare i vari pezzi di sé al posto giusto: la gamba destra nel punto dell’incidente, le mani ferite impalate sulla recinzione. Il petto, poi, dove si era seduto, contro il muro di cemento. In ogni punto una piccola liturgia avrebbe significato un passaggio di impegno da verso se stesso a verso l’isola.
Parlò ad alta voce, come un prete che celebri l’eucarestia del proprio corpo.
“Io sono l’isola”.
L’aria versò la sua luce.


(James Graham Ballard, L’isola di cemento, pag 77. Anabasi editore)

Ho letto L’isola di cemento di Ballard e una serie di associazioni sono sopraggiunte con immediatezza inaspettata. La prima è con Crash, uno dei più noti e riusciti romanzi di questo straordinario, visionario autore del secolo scorso. La seconda con L’orizzonte degli eventi, a mio avviso un film sottovalutato del regista romano Daniele Vicari.
Piuttosto che essere vittima di un incidente automobilistico, Max si lascia trasportare dalla propria auto in una scarpata. Non lo assorbe solo il senso di colpa di avere ingannato i colleghi. Egli sa bene di aver ripetuto lo stesso errore del padre. Eredità pesante. Sudiciume morale difficile da estirpare.
La sequenza tra i fabbricati spogli, incompleti, è straordinaria. Egli è un figlio di tangentopoli.
Vicari attribuisce un certo peso al linguaggio non verbale, e Valerio Mastandrea è all’altezza.
Rompere con un passato di eccesso di sicurezza, di dominio su spazi conosciuti a menadito ma di cui si è stufi. Una parte di ribellione inaspettata vige in Max così come in Maitland, il protagonista del romanzo di Ballard. Mi chiedo se il regista si sia accorto di certe congruenze col romanzo, a partire dall’incidente automobilistico.
Il pastore del film di Vicari ricorda l’acrobata descritto in Ballard. Il cibo, la quotidianità, la relazione, hanno nuova forma. Interessante la riflessione sul potere di assoggettamento del denaro.
Nel film di Vicari la dimensione spaziale è molteplice (il laboratorio, il campo, il paese), non meno asfissiante rispetto a quella del romanzo.
Del film di Vicari ho apprezzato molto lo zoom cinematografico dell’occhio umano di Max che immagina la sua compagna in lacrime nel corso delle ricerche. Anche Maitland immagina spesso sua moglie Catherine e i suoi due figli. Entrambi i protagonisti sono da una parte tentati di riallacciare il legame con il passato, ma ciascuno prende del tempo per indugiare, vedere ciò che accade nella nuova dimensione guadagnata. Forse sono consci che in parte hanno voluto raggiungerla volontariamente. In una vita senza più sbocchi, una parte di noi lotta tacitamente per rivangare tutto e tornare ad uno stadio primitivo, in tutti i sensi.
Tornare nella “vita precedente” equivale a caricarsi nuovamente l’intera responsabilità delle proprie azioni.
Determinare uno spazio o essere il riflesso dello stesso, è forse il concetto-chiave di entrambe le opere.
Dopo tanto tempo mi sono rimaste impresse due sequenze specifiche del film: Max in autobus (un altro mezzo! Nel limbo tra le due vite egli è dipendente, così come Maitland) viaggia davanti al laboratorio in cui lavorava; Max su una panchina aju terminàl della stazione de L’Aquila che indugia se salire o meno sull’ultimo autobus per il paese in cui vive la sua compagna.
L’epilogo appare differente, per quanto sia criptico in entrambe le opere. Apparentemente sembra che sia Max che Maitland tornino alla loro vita fuori dalle rispettive “isole”. Ma nessuno può decretarlo con certezza. Mentre Maitland se la prende comoda ancora per un po’, sdraiato sul prato, Max entra nell’edificio e una bellissima sequenza finale allontana il nostro sguardo percorrendo linee che si incrociano stranamente e senza ragione sul terreno.

1 commento:

Amos Gitai ha detto...

Salve,
augurandoti un felice 2013, ti invito a votare i migliori film del 2012 sul mio blog. Nella pagina trovi anche il link per votare come "blogger cinematografico". Ovviamente, l'invito è esteso a tutti i blogger di cinema qui di passaggio che non sono ancora riuscito a contattare e a tutti i visitatori amanti del cinema!