L'orizzonte degli eventi (di Daniele Vicari, 2005)

Mano a mano che girovagava, Maitland scoprì che il suo corpo e il dolore nella gamba gli importavano sempre meno. Incominciò a rimuovere quel guscio, dimenticando dapprima l’arto offeso e poi tutte e due le gambe, cancellando qualsiasi coscienza dei bruciori al petto e al diaframma. Sorretto dall’aria fredda avanzò fra l’erba, riguardando con tranquillità quei tratti di paesaggio che nei giorni precedenti aveva imparato a conoscere così bene. Identificando l’isola con sé stesso, contemplò le auto nello spiazzo dello sfasciacarrozze, il recinto di rete metallica e il cassone di cemento alle sue spalle. Fece dei gesti al loro indirizzo, nel tentativo di compiere un circuito dell’isola che gli permettesse di lasciare i vari pezzi di sé al posto giusto: la gamba destra nel punto dell’incidente, le mani ferite impalate sulla recinzione. Il petto, poi, dove si era seduto, contro il muro di cemento. In ogni punto una piccola liturgia avrebbe significato un passaggio di impegno da verso se stesso a verso l’isola.
Parlò ad alta voce, come un prete che celebri l’eucarestia del proprio corpo.
“Io sono l’isola”.
L’aria versò la sua luce.


(James Graham Ballard, L’isola di cemento, pag 77. Anabasi editore)

Ho letto L’isola di cemento di Ballard e una serie di associazioni sono sopraggiunte con immediatezza inaspettata. La prima è con Crash, uno dei più noti e riusciti romanzi di questo straordinario, visionario autore del secolo scorso. La seconda con L’orizzonte degli eventi, a mio avviso un film sottovalutato del regista romano Daniele Vicari.
Piuttosto che essere vittima di un incidente automobilistico, Max si lascia trasportare dalla propria auto in una scarpata. Non lo assorbe solo il senso di colpa di avere ingannato i colleghi. Egli sa bene di aver ripetuto lo stesso errore del padre. Eredità pesante. Sudiciume morale difficile da estirpare.
La sequenza tra i fabbricati spogli, incompleti, è straordinaria. Egli è un figlio di tangentopoli.
Vicari attribuisce un certo peso al linguaggio non verbale, e Valerio Mastandrea è all’altezza.
Rompere con un passato di eccesso di sicurezza, di dominio su spazi conosciuti a menadito ma di cui si è stufi. Una parte di ribellione inaspettata vige in Max così come in Maitland, il protagonista del romanzo di Ballard. Mi chiedo se il regista si sia accorto di certe congruenze col romanzo, a partire dall’incidente automobilistico.
Il pastore del film di Vicari ricorda l’acrobata descritto in Ballard. Il cibo, la quotidianità, la relazione, hanno nuova forma. Interessante la riflessione sul potere di assoggettamento del denaro.
Nel film di Vicari la dimensione spaziale è molteplice (il laboratorio, il campo, il paese), non meno asfissiante rispetto a quella del romanzo.
Del film di Vicari ho apprezzato molto lo zoom cinematografico dell’occhio umano di Max che immagina la sua compagna in lacrime nel corso delle ricerche. Anche Maitland immagina spesso sua moglie Catherine e i suoi due figli. Entrambi i protagonisti sono da una parte tentati di riallacciare il legame con il passato, ma ciascuno prende del tempo per indugiare, vedere ciò che accade nella nuova dimensione guadagnata. Forse sono consci che in parte hanno voluto raggiungerla volontariamente. In una vita senza più sbocchi, una parte di noi lotta tacitamente per rivangare tutto e tornare ad uno stadio primitivo, in tutti i sensi.
Tornare nella “vita precedente” equivale a caricarsi nuovamente l’intera responsabilità delle proprie azioni.
Determinare uno spazio o essere il riflesso dello stesso, è forse il concetto-chiave di entrambe le opere.
Dopo tanto tempo mi sono rimaste impresse due sequenze specifiche del film: Max in autobus (un altro mezzo! Nel limbo tra le due vite egli è dipendente, così come Maitland) viaggia davanti al laboratorio in cui lavorava; Max su una panchina aju terminàl della stazione de L’Aquila che indugia se salire o meno sull’ultimo autobus per il paese in cui vive la sua compagna.
L’epilogo appare differente, per quanto sia criptico in entrambe le opere. Apparentemente sembra che sia Max che Maitland tornino alla loro vita fuori dalle rispettive “isole”. Ma nessuno può decretarlo con certezza. Mentre Maitland se la prende comoda ancora per un po’, sdraiato sul prato, Max entra nell’edificio e una bellissima sequenza finale allontana il nostro sguardo percorrendo linee che si incrociano stranamente e senza ragione sul terreno.

Pill 38

Che senso ha scrivere ai propri musicisti preferiti?
Fin dalla maturità un muro di interrogativi si è eretto dinanzi alle mie considerazioni in merito, tanto da disincentivare puntualmente ogni mio timido abbozzo di tentativo.
C’è chi ha scritto musica e parole in due decenni e ha accompagnato la mia crescita, raccontandomi indirettamente molto di sé e lasciando spazio alle farneticazioni che hanno coinciso con un’identificazione pretestuosa dei vissuti.
Chissà cosa c'è realmente dietro quei testi, eppure la distorsione del messaggio è insita nel senso stesso della musica. Possedere le chiavi per la sua decodificazione sarebbe dannoso per entrambe le parti.
Meglio lasciare sempre che questo processo di formazione di fantomatici "fratelli maggiori e minori" si instauri con naturalezza. C’è gusto nell’errore, in specifici casi.
Alcuni giorni fa ho voluto scrivere al mio "fratello maggiore". Ne è derivata anzitutto una sensazione di piacevolezza. Ho anche ricevuto una risposta, che ho apprezzato, ma non coincideva con l'obiettivo. Ce n'era uno, forse? Me lo chiedo ancora.
Da tempo voci di corridoio non fanno che ripetermi che il mio “fratello maggiore” non pubblicherebbe più musica (ormai da anni) perché avrebbe litigato con il suo "vero" fratello minore, che suona con lui. Lungi da chiedergli informazioni a riguardo, ho inteso raccontargli il mio vissuto, cercando di evitare di dilungarmi.
Ma qual è il mio vissuto? C’è un’immagine indelebile, un passaggio di consegne tra fratelli.
E’ linguaggio muto. I miei ricordi pulsano appena vengono solleticati su determinate questioni, come quando leggo un libro e la mia attenzione è catturata da parole come “coscienza” o “identità”. Una foto, un pacco di CD, un agosto torrido, una camicia di flanella.
L’obiettivo, dunque, giace nell’intenzione di volergli raccontare che a parer mio i vissuti tra fratelli sono inscalfibili. Per quanto si possa essere distanti nel tempo e nello spazio, i fratelli di sangue hanno un passato comune irremovibile da cui scaturisce una concezione del mondo comune, non necessariamente identica, indipendente dalla diversità d'opinione e dal carattere.
E’ impronunciabile quel che mi trasmette la musica che C. ha composto con suo fratello in tutti questi anni; in sostanza tutti gli interrogativi che mi hanno sempre bloccato si arenano su questo mero dato di fatto. A dispetto di ciò, ho provato ugualmente a isolare il sentimento che avverto dentro di me, e a riportarlo così com’è: la tua musica in me evoca il mio viaggio da migrante, la coesistenza di Dead can dance e Carcass, la nostalgia per i luoghi della mia infanzia.
C'è un crogiolo di emozioni che spesso, se non quasi sempre, siamo ignari di poter riaccendere.
Basterebbe solo ricordarsene più spesso.

Pill 37

Hermann Hesse, Sull'amore, Mondadori editore.

L’amore non esiste per renderci felici. Io credo che esista per dimostrarci quanto sia forte la nostra capacità di sopportare il dolore.

(pag. 21)

Che una persona non possa ottenere e avere per sé sola colui che ama è il più frequente dei destini, e dominare tale destino significa: sottrarre a questo oggetto il sovrappiù di passione e di dedizione di cui si è in possesso, grazie al proprio amore e dedicarlo ad altri scopi: il lavoro, l’impegno sociale, l’arte. Questa è la via su cui il vostro amore può diventare fertile e colmarsi di senso. Il fuoco da cui ora lasciate bruciare soltanto il vostro cuore non è di vostra proprietà, appartiene al mondo, all’umanità, e da una tortura si trasformerà in una gioia se voi lo renderete fertile.

(pag. 87)

Sento la solitudine circondarmi come un lago ghiacciato, sento la vergogna e la follia di questa vita, sento fiammeggiare crudelmente il dolore per la perduta gioventù. Fa male, certo, ma almeno è dolore, almeno è vergogna, almeno è tormento, almeno è vita, pensiero, coscienza…
E invece della risposta, che del resto non mi aspetto, trovo nuove domande. Per esempio: quanto tempo è passato? Quando sei stato giovane per l’ultima volta?
Rifletto, e il ricordo raggelato comincia lentamente a fluire, si muove, apre occhi incerti e irradia improvvisamente le sue immagini luminose che dormivano, senza esser state perdute, sotto la coltre della morte.
Da principio mi sembra che le immagini siano antichissime, vecchie di almeno dieci anni. Ma l’attutito senso del tempo si fa sempre più vigile, svolge il metro dimenticato, annuisce e misura. Apprendo che tutte quelle cose sono assai più vicine tra loro di quanto credessi, e adesso anche la sopita coscienza dell’identità spalanca gli occhi orgogliosi e annuisce, confermando sfacciatamente le cose più incredibili. Cammina da immagine a immagine e dice: “Sì, questo ero io”, e così ogni immagine abbandona il suo stato di fredda e contemplabile bellezza e diventa un pezzo di vita, un pezzo della mia vita. La coscienza dell’identità è una cosa magica, assai lieta a vedersi e tuttavia inquietante. La si ha, eppure si può vivere senza di essa e lo si fa spesso, se non sempre. E’ magnifica, perché annienta il tempo; ed è malvagia, perché nega il progresso.

(pag. 100)

E’ inutile ripetere il vissuto. Potrei amare ancora molte donne, ancora per molti anni, forse, i miei occhi sarebbero limpidi e le mie mani tenere, e il mio bacio gradito alle donne. Ma dopo bisognerà prendere congedo. E il congedo che oggi posso prendere di mia volontà dovrà essere preso nella sconfitta e nella disperazione. E la rinuncia, che oggi è una vittoria, sarà soltanto un’onta. Per questo devo rinunciare fin d’ora, devo prendere congedo fin d’ora. Oggi ho imparato molto, ma ho ancora molto da imparare. Devo imparare da quella bambina che ci ha deliziati con la sua tacita danza. Quando ha veduto nella sera una coppia d’innamorati, l’amore è fiorito dentro di lei. Un’onda precoce, un trepido e gioioso presentimento del piacere è corso nel sangue di quella bambina, e lei ha cominciato a danzare, dato che non sa ancora amare. Anch’io devo imparare a danzare, devo trasformare la brama del piacere in musica, la sensualità in preghiera. Allora potrò sempre amare, allora non dovrò più ripetere inutilmente cose già vissute. E’ questa la via che voglio percorrere.

(pagg. 146-147)

AMORE

Di nuovo chiede la mia bocca lieta
d’esser benedetta dal tuo bacio,
voglio tenere le tue care dita,
ripiegarle per gioco tra le mie,
il mio sguardo assetato del tuo appagare,
nei tuoi capelli sprofondare il viso,
con membra sempre vigili e fedeli
rispondere allo slancio delle tue,
rinnovare con fiamme sempre nuove
la tua bellezza mille e mille volte,
finché, beati e grati entrambi al fato,
abiteremo sopra ogni dolore,
finché il giorno e la notte, il presente e il passato
accoglieremo con fraterno amore,
finché al di sopra d’ogni agire umano
trasfigurati vagheremo in pace.

(pagg. 158-159)

Solo la scissione e la contraddizione rendono ricca e fiorente una vita. Che cosa sarebbero la ragione e la lucidità senza la coscienza dell’ebbrezza, che cosa sarebbe il piacere dei sensi se non avesse la morte dietro di sé, e che cosa sarebbe l’amore senza l’eterna inimicizia mortale dei sessi?

(pag. 169)

L’errore di queste domande e di questi lamenti sta probabilmente nel fatto che vorremmo ricevere dall’esterno, come un dono, quello che noi stessi, donandoci, possiamo conquistare dentro di noi. Pretendiamo che la vita abbia un senso – ma la vita ha esattamente la stessa quantità di senso che noi stessi siamo in grado di darle. Siccome il singolo ne è capace solo imperfettamente, le religioni e le filosofie hanno cercato di rispondere a questa domanda in termini consolatori.
Queste risposte arrivano tutte alla medesima conclusione: la vita ricava senso soltanto dall’amore. Vale a dire: più siamo capaci di amare e di donarci, più la nostra vita si colma di senso |…|
Lei va a cercare conforto nella natura, e si sente deluso perché questa natura se ne sta lì “passiva e apatica”. Ma quanta simpatia ha donato alla natura, lei? Non ha visto e non ha sentito, lei, come sia dura anche la sua vita, come dal maggiolino all’albero ogni essere debba combattere, lavorare, soffrire, rinunciare, come debba inserirsi nel Tutto e piegarsi alle sue leggi a prezzo di lotte e di sacrifici. Anche lei, dunque, è stato apatico e freddo nei confronti della natura. – Ecco il problema. E su questo non dirò più una parola, lei stesso deve meditarci sopra.

(pagg. 179-180)

Quando un uomo pretende molto da se stesso io lo capisco e lo approvo, ma se egli estende questa pretesa agli altri e fa della sua vita una “battaglia” per il bene devo astenermi da ogni giudizio, perché io non tengo in alcun conto battaglia, azione, opposizione; credo di sapere che ogni volontà di trasformazione del mondo conduce alla guerra e alla violenza e pertanto non posso aderire a nessuna opposizione, dato che non ne approvo le estreme conseguenze e considero insanabili l’ingiustizia e la malvagità sulla terra. Ciò che possiamo e dobbiamo trasformare siamo noi stessi: la nostra impazienza, il nostro egoismo (anche quello intellettuale), la nostra suscettibilità, la nostra mancanza d’amore e d’indulgenza. Ogni altra trasformazione del mondo, anche se fosse guidata dalle migliori intenzioni, la considero inutile.

(pagg. 182-183)

Il molle è più forte del duro.
L’acqua è più forte della roccia.
L’amore è più forte della violenza.

(pag. 183)

Se qualcuno biasima un libro o un’opera d’arte che le è cara, è inutile che lei si ribelli o cerchi di difendere il libro. Bisogna essere fedeli al proprio amore e bisogna professarlo apertamente, questo sì, ma non bisogna litigare sull’oggetto del proprio amore. E’ inutile. I libri dei poeti non hanno alcun bisogno di spiegazione o di difesa, sono estremamente pazienti e sanno aspettare, e se valgono qualcosa vivranno.

(pag. 184)

Il richiamo della morte è anche un richiamo d’amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se la accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell’amore e della trasformazione

(pag. 184)

Pill 36

Irene aveva voluto vivere sola, più sola che libera.
Queste due parole definiscono le ragazze che lasciano la famiglia.
Per il sig. Ladmiral era così difficile accettare la separazione, tanto che non riuscì a nasconderlo.
Quando prese a visitarlo meno frequentemente, cominciò a pensare sull’ingratitudine dei figli.
Gonzague lo visitava fedelmente e regolarmente.
Quando se ne andava, il sig. Ladmiral non era triste, ma questo gli ricordava che Irene non era venuta.
Nel suo addio a Gonzague vi era una certa nostalgia della mancanza di Irene.
Gonzague lo capiva.
A volte capitava che inciampasse sulle scale, come un amante respinto.
Tutte le pene sono uguali.

Irene aveva un’amante? Mr. Ladmiral non glie l’aveva mai chiesto apertamente né voluto saperlo, mi sembra ovvio. Ma contro le verità che fanno male c’è solo un rimedio: negarle.
Sapere che la figlia avesse un amante lo avrebbe reso molto infelice.
Come molti uomini, egli attribuiva molta importanza alla verginità delle ragazze della sua famiglia.
Irene fu così discreta con suo padre quando lui scelse di ignorare la sua prima storia d’amore.
Quel pomeriggio, però, circondato da vecchi scialli, era sicuro che lei avesse avuto un’amante, ma che lei non glie l’avrebbe mai detto,
e lui non glie l’avrebbe chiesto,
e che loro due avrebbero fatto meglio a mentire.

“Prima, quando tu mi hai svegliato, stavo sognando, tu riderai, di Mosè, nel momento della sua morte.
Aveva appena visto la Terra Promessa, e sapeva che avrebbe potuto morire senza rimpianti perché aveva visto, capito, amato ciò che aveva amato. Hai capito? Si può morire per molto meno.”

(tratto da Una domenica in campagna, di Bertrand Tavernier, 1984)

http://www.youtube.com/watch?v=7wCjAa3yt8o

Pill 35

La storia dei cappi

Ad alcuni cittadini, evidentemente, la morte di Ulrike Meinhof non bastava.
Un’associazione per il gioco dei birilli inviò dieci marchi al tribunale di Stammheim affinché potessero comprare i cappi anche per gli altri imputati. Il giudice destinò la somma alla cassa del tribunale, registrandola sotto la voce “entrate di origine incerta”. La lettera di accompagnamento, invece, fu consegnata ai detenuti. Ma nelle celle del braccio di massima sicurezza non arrivavano soltanto missive anonime.

Un anno e mezzo dopo, quando una commissione d’inchiesta avrebbe indagato sulle circostanze della morte di Baader, Ensslin e Raspe, il presidente della commissione Rudolf Schieler avrebbe chiesto al funzionario Bubeck quale fosse stato il rapporto tra agenti di custodia e i detenuti.
Bubeck rispose che, nel complesso, le cose non andavano poi tanto male; però, quando succedeva “qualcosa” all’esterno, erano gli agenti che ne scontavano le conseguenze.
Schieler gli chiese che cosa intendesse dire.
“Insomma, quando ai detenuti arrivavano lettere anonime contenenti cappi o altri oggetti con l’invito a impiccarsi e la censura li faceva passare.”
Il dottor Schieler chiese con una certa irritazione: “Che cosa, i cappi o le lettere?”.
“I cappi e le lettere” rispose Bubeck.
I volti dei membri della commissione avevano assunto un’espressione di indicibile stupore. “Anche i cappi?” chiese uno dei deputati, nel silenzio assoluto.
“Si, anche i cappi” disse Bubeck.
“I cappi?” ripeté il presidente.
“Si, i cappi, esatto” confermò Bubeck.
I componenti della commissione d’inchiesta si scambiarono sguardi terrorizzati. “No, non può essere vero” si lasciò sfuggire un deputato.
“No, no, è proprio vero” disse Bubeck. Sembrava non capire che cosa i membri della commissione trovassero di tanto sconvolgente nel suo racconto.
“Scaricavano tutto addosso a noi… ci avevano incolpato della morte della Meinhof. Insomma, poteva capitare che se la prendessero con gli agenti.”
“Incredibile…” esclamò un membro della commissione.
Il presidente Schieler cercava invano le parole: “signor Bubeck, lei ci riserva… No, innanzitutto le voglio dire: non vi invidiamo per le responsabilità che vi siete dovuti assumere, lei e i suoi colleghi. Non che la posizione di un parlamentare sia poi sempre così semplice…”.
I colleghi di Schieler scoppiarono a ridere.
Un deputato della Cdu interloquì: “…ma preferibile, in ogni caso!”.
Quando le risate cessarono, il presidente riprese la parola: “Lei però ci ha riservato la sorpresa bella e buona, affermando che la censura della corrispondenza o delle lettere abbia fatto passare oggetti come cappi con tanto di esortazione scritta allegata: prendete e impiccatevi!”.
In aula si udirono di nuovo delle risate.
“Si, in effetti sono passati” annuì Bubeck.
Il presidente chiese: “Chi è competente nel vostro istituto per la censura delle lettere e per tutta questa storia?”.
“Non era l’istituto, ma il tribunale.”
I deputati erano sempre più sconcertati. Che la direzione del penitenziario avesse potuto chiudere un occhio su una cosa del genere, erano disposti ad ammetterlo, qualche funzionario di basso rango, magari… Ma che il presidente del tribunale avesse lasciato passare un cappio andava al di là della loro immaginazione.
“E così è stato il tribunale” osservò il presidente.
“Scusi, ma il tribunale li aveva visti, i cappi?” chiese uno dei componenti della commissione.
“Si” rispose Bubeck.
“Il tribunale li aveva visti e li ha lasciati passare?!” ripeté un altro, incredulo.
“Si.”
“Com’erano fatti questi cappi?” volle sapere il presidente.
Il funzionario indicò con le mani una lunghezza di circa ottanta centimetri.
“Mah, una corda di canapa, così…”
“Dunque abbastanza robusta” fece notare Schieler.
“No, non tanto” lo corresse Bubeck. “Un normale laccio per i vitelli, ma comunque…”
Schieler completò la frase: “…ma comunque sarebbe bastato…”
“Si, sarebbe bastato” confermò il funzionario. “E, in ogni caso, ci tengo a precisare che di oggetti simili nel penitenziario ce ne sono parecchi ovviamente, senza bisogno che ce li spediscano…”
Vari deputati dissero contemporaneamente, in svevo (il dialetto in cui si era svolto tutto l’interrogatorio): “…ma questo è un altro conto”.
“Ma quindi il destinatario chi era?” chiese un deputato.
Prima che Bubeck potesse rispondere, il presidente esclamò: “scusi, ma le devo fare un’altra domanda stupida qualora la censura del tribunale lasci passare una lettera contenente oggetti che possano mettere a rischio la sicurezza dell’istituto, voi potete prelevarli o ce li dovete lasciare?”.
Un componente della commissione gridò: “Ecco, sì, come sarebbe andata con un’arma, per esempio?”.
Bubeck si girò verso di lui: “per quanto riguarda quest’ultima osservazione, certo, un’arma è chiaro… Ma nel caso del cappio non avevamo alcuna…”.
Un deputato ipotizzò: “Magari anche le pistole sono arrivate per posta…”.
In aula scoppiarono a ridere.

(Stefan AustRote Armee Fraktion, pagg. 321-322-323, ilSaggiatore editore)

Stella (di Sylvie Verheyde, 2008)

"Una volta, quando ero molto piccolo, mi trovai a giocare nel bosco verso quest'ora. La bambinaia s'era allontanata; io non lo sapevo e credevo di sentirmela ancora vicina. Improvvisamente qualcosa mi costrinse ad alzare gli occhi. Sentii di essere solo. Di colpo ci fu una quiete così profonda. E quando mi guardai intorno, mi sembrò che gli alberi schierati in circolo mi stessero guardando in silenzio. Scoppiai in pianto; mi sentivo abbandonato dai grandi, lasciato in balia delle cose inanimate. Che cosa sarà? Lo sento sovente. Quel silenzio improvviso, come un linguaggio che non possiamo udire?

A quella grande tensione, a quell'indagare un grave mistero, alla responsabilità di scandagliare correlazioni ancora indefinibili della vita aveva potuto reggere solo per un minuto; poi era stato di nuovo sopraffatto dalla sensazione di solitudine e di abbandono che sempre seguiva quando poneva a se stesso eccessive richieste. Sentiva: tutto questo è ancora troppo difficile per me. E i suoi pensieri si rifugiavano in qualcos'altro che era implicito in tutto ciò, ma soltanto nello sfondo e come in agguato: la solitudine.
Dal giardino deserto ogni tanto una foglia veniva a sfiorare volteggiando la finestra illuminata e tracciava una striscia chiara nell'oscurità che pareva ritrarsi e fuggire per rifarsi subito avanti e restare davanti ai vetri immobile come un muro. Quell'oscurità era un mondo a sé. Era calato sulla terra come un'orda di neri nemici e aveva sterminato o cacciato gli uomini, o comunque fosse ne aveva cancellato ogni traccia.
E Törless, così gli pareva, ne era contento. In quel momento non amava gli esseri umani, i grandi e gli adulti. Non li amava mai, quando faceva buio, era abituato a cancellarli dalla sua mente. Allora il mondo gli appariva come una cosa nera e vuota, e nel suo petto c'era un senso d'orrore, come se dovesse cercare stanza per stanza – stanze buie, dove non sapeva che cosa potesse nascondersi negli angoli -, varcare timoroso le soglie che nessun altro avrebbe mai più varcato… finchè in una camera le porte si sarebbero spalancate davanti a lui e richiuse alle sue spalle, ed egli avrebbe visto di fronte a sé la signora di quelle orde nere. E allora si sarebbero chiuse di colpo tutte le porte dov'era passato, e solo lontano, fuori le mura, le ombre dell'oscurità sarebbero rimaste a guardia come neri eunuchi, sventando ogni approccio umano.
Così egli si raffigurava la propria solitudine, dacché l'avevano abbandonato in quel bosco dove aveva pianto così amaramente. Aveva per lui un fascino di una donna e di una cosa disumana. La sentiva come si sente una donna, ma il suo respiro gli serrava il petto, il suo volto era un turbinoso oblio di tutti i volti umani, e i suoi gesti erano brividi che gli scuotevano il corpo. Aveva paura di quella fantasia, perché era conscio della sua perversione segreta, e il pensiero che tali immagini potessero diventare sempre più padrone di lui lo spaventava. Ma lo coglievano proprio quando si credeva più serio e più puro. Forse era una reazione ai momenti in cui egli presentiva altre commozioni che già si preparavano in lui ma che non corrispondevano ancora alla sua età. Perché nello sviluppo di ogni sottile forza morale vi è uno stadio primitivo in cui essa indebolisce l'anima di cui sarà forse un giorno la sua più audace esperienza; quasi che le sue radici dovessero prima affondare a tentoni e sconvolgere il terreno che più tardi esse sosterranno; ed è per questo che i giovani con un grande avvenire possiedono per lo più un passato ricco di umiliazioni."


(Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless, pagg. 32-33-34, Einaudi editore.)

Stella matura attingendo dalle proprie risorse. Avvalora le proprie percezioni.
Dinanzi ad un contesto che le impone fretta, attende il proprio momento.
Impara a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato identificando la propria maturazione interiore non con ciò che le risulta vantaggioso, ma che la fa sentire viva.
E' per questo che sequenze come le lacrime dinanzi ad un passo della Duras, i primi dischi ascoltati e memorizzati nel silenzio di una stanza, la condivisione di un panorama con la sua amica autentica (il rispecchiamento nella diversità), spazzano via ogni altra perifrasi sull'adolescenza.
Non c'è nessun attacco al sistema scolastico, né a quello famigliare. Certo le istituzioni sono affrontate e non senza un piglio critico, ma non rappresentano la fonte, bensì la cornice di un individuo, come è lecito che sia.
La regista francese racconta in maniera disomogenea ma pertinente ed efficace. Attribuisce una naturale dignità alla sua protagonista, ed evita di scivolare in patetismi o tragedie.
Cadono di conseguenza, inconsistenti, i paragoni forzati e risaputi con I quattrocento colpi. Come se dietro ogni film sull'adolescenza, per di più francese, ci fosse solo quel modello, ingombrante e ossessionante.