The ward - Il reparto (di John Carpenter, 2011)

Occorre rassegnarsi. I Maestri fanno scuola, ma quando ci si cimenta in un genere che fa delle invenzioni visive il proprio cavallo di battaglia, si giunge ad un punto in cui inevitabilmente si esaurisce la propria vena.
Cigarette Burns è stato l’exploit, forse il canto del cigno. Era sì il buon vecchio Carpenter, eppure moderno, efficace, geniale. C’era qualcosa di diverso e di affascinante nel miglior episodio della prima serie di Masters of Horror. Un sintomo di vivacità tale da mettere in secondo piano l’episodio meno riuscito (Pro-Life, o Il seme del male), realizzato per la seconda serie.
Uscito da ormai quasi due anni, The Ward – Il reparto segna il ritorno al lungometraggio per un regista che ormai, superati i sessanta, non ha più nulla da dire. Sono trascorsi quasi dieci anni dal disgustoso Fantasmi da Marte ma i risultati sono gli stessi. Sceneggiatura trita e ritrita presa in prestito da due tipi sconosciuti, tali Michael e Shawn Rasmussen. Colpo di scena telefonato. Una colonna sonora anonima (ehi stiamo parlando di uno dei pochi registi viventi in grado di saper scrivere colonne sonore meravigliose per i propri film!) di Mark Kilian. Un luogo chiuso in cui il protagonista è costretto a permanere è il fondamento di ogni capolavoro di Carpenter: in The ward il reparto psichiatrico tutto sembra fuorché minacciosamente “fuori dal mondo”. La protagonista è capace di sottrarsi ripetutamente alla coercizione, ora aprendo la porta della stanza, ora liberandosi dalla camicia di forza. Il fantasma si vede fin troppo e non incute timore.
E’ si possibile trasformare una sceneggiatura altrui, benché pessima, in un film notevole, ma a Carpenter mancano le munizioni, e ciò lo conduce a riciclare penosamente i soliti cliché (qualcuno che minacciosamente bussa alla porta - The fog - , l’apparizione fugace davanti agli occhi del protagonista, il finale stile Prince of Darkness).
E poi che fine hanno fatto i protagonisti dei film di Carpenter?? Presuntuosi, testardi, antieroi. In The ward l’aspetto peggiore è legato proprio ai personaggi stereotipati e privi del benché minimo spessore. Mentre imperversano i remake dei suoi film di culto, il Maestro si omologa al prodotto di massa. E gli va anche male, perché il film è scarsamente distribuito. Quale era l’obiettivo?
E’ vero, è inevitabile contrapporre paragoni. Ho rivisto The Thing due giorni prima. E’ comodo.
Malgrado ciò il messaggio che vorrei trasmettere è che questo film preso isolatamente risulterebbe mediocre pur fingendo di non conoscere il passato di questo grandioso regista.

2 commenti:

wizjoner ha detto...

Questa tua recensione me l'ha fatto tornare in mente. Visto parecchio tempo fa, me ne ero completamente scordato. So che fu una grandissima delusione, speravo che almeno un maestro come Carpenter, con il suo ritorno al lungometraggio desse una ventata di rinnovamento nel panorama horror (se ancora si può definire tale) odierno. Peccato!

M. ha detto...

Nessun rinnovamento, ormai i registi della sua generazione hanno esaurito le idee da tempo. Però nell'attuale panorama franco-belga c'è sicuramente qualcosa di valido. Senza dimenticare l'oriente, con le dovute scremature. Ciao!