Pill 34

"Preferirei definire questa irrazionalità come l'ultimo principio della struttura incommensurabile del nostro essere artistico, l'insolubile, la nostalgia, il desiderio struggente del significato della follia, in quella opera d'arte che è il film, e soprattutto la volontà da parte del popolo di rappresentare il mito; è questo, per me, il modo di raffrontarmi socialmente col presente, modo che ha permesso la realizzazione di questi film, col loro impegno, il loro porsi come risposta a questa deplorevole realtà. La continuazione della vita con altri mezzi, compresi gli interrogativi riguardanti la colpa nonché il cerimoniale del perdono, la rielaborazione del lutto come riflesso della desolazione infinita. All'inizio il dolore, alla fine la morale. Solo nel mito, in quest'atto che esprime la volontà umana di creare civiltà, possiamo tornare ad essere, a testa alta, padroni della nostra storia. Manterremo il segreto, consapevoli della insolubilità di domande riguardanti l'ultimo "perché", il "da dove" e il "per dove", nonché della gioia del trovare una soluzione, così come la musica era in grado di superare i confini dell'incomprensibile, cosa che non è né pensabile né spiegabile. La conoscenza sarà vissuta come ambivalenza e, nella migliore delle ipotesi, come arte finalizzata a raggiungere quello stato d'abbandono tanto amato dagli uomini: sia che ciò si identifichi nell'arte, nella musica, nella danza, nei circhi e nelle fiere, e anche nelle sfilate dell'epoca delle masse, o a teatro, persino nei viaggi, nell'esperienza dell'architettura urbana, nelle chiese e, finanche in certi periodi, in consonanza con i sistemi di governo - se funzionanti - oppure oggi, per me, nell'opera d'arte totale del nostro tempo, nel cinema, quando esso sfrutta, aldilà dell'essere finalizzato all'intrattenimento e con un carattere limitatamente didattico, tutte le sue possibilità ottiche, ascetiche e morali, in quanto libertà senza secondi fini e in grado di superare ogni frontiera, e che usa l'amore alla stregua di una metafisica nuova, che esige il coraggio di applicarla contribuendo a una vita migliore. Questo non è il cinema come lo intende chi vuole trarne vantaggi unicamente materiali, come chi lo considera alla stregua di surrogato della birreria o parte integrante dell'industria del tempo libero, all'insegna del motto "concediti due ore di libertà, va' al cinema!", ma non è neanche - come nel caso dei 'politfunzionari' - un manuale di istruzioni per cambiare la vita, oltre che se stessi, un cambiamento perseguibile con la concentrazione meditativa e l'accessibilità a tutti i presupposti che perfino una sala da concerti rispetta. Il cinema della società di massa non è il chiosco dei gelati né la birreria all'aperto del proletariato, che ha imparato da tempo a organizzarsi gli eventi teatrali e a non andare impreparato agli spettacoli, o peggio, con tanto di gelato, e neppure fa chiasso perché ha imparato che la cultura, prima di concedersi, esige la persona nella sua totalità."

(Hans-Jürgen Syberberg - Hitler, un film dalla Germania, pag. 20, Ubulibri editore)

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