Pill 30

“Non si può parlare del senso della vita senza ricorrere a parole fallaci. Inadeguate. Ma non ce ne sono altre. Se qualcosa esiste, allora è il movimento. Un bel giorno si è voluto dar credito a una cosmologia irrigidita, un sistema solare che, muovendosi in maniera preordinata, in realtà non si muove più. Per farlo rimettere in moto bisogna scompaginarlo. Questo è il compito dell’uomo, fin dalla sua creazione, ma non c’è alcun progetto che lo fondi. Non ci è più consentito affermare che la nostra esistenza ha uno scopo preciso. Il progetto, ma è quello dei potenti, si realizza nel nostro pensiero causale, che è sempre instradato a erigere esclusivamente sistemi di valori, a produrre senso. La storia intera, tutte le mitologie sono il risultato di quella serie pianificata di concatenazioni causali. Ma se noi disarticoliamo le rispettive rotazioni di questo sistema, allora l’equilibrio dei baricentri non tiene più, e tutto il sistema va a rotoli. All'improvviso si crea il movimento, qualcosa esiste. L’effetto sarà paralizzante, per noi che partoriamo sempre valori. Siamo qui per questo. Non riusciamo ad accettare ciò che, rispetto all'esistente, vi si contrappone. Ragion per cui siamo ben lontani dalla libertà. Noi non saremo mai liberi finché non saremo disposti ad accettare la distruzione. Così come accogliamo quel ben regolato sistema solare che testimonia del nostro irrigidimento. E la nostra situazione è dovuta al fatto che l’individuo non percepisce il suo essere estinguibile. Non mi riferisco a un sapere intellettuale, bensì a quella certezza del corpo in ogni sua azione. All'uomo, l’opportunità di capire la finitezza viene a lungo negata, ci penserà la sua natura corporea a supplire a quella carenza, e però molto tardi. Se la certezza corporea di dover morire fosse tangibile in ciascuno di noi il più presto possibile, nessuno patirebbe più sofferenza esistenziali - l'odio, l'invidia, la gelosia. Niente più paure. I nostri rapporti interumani sono giochi crudeli per il semplice fatto che noi, nella nostra fine, non intravvediamo alcunché di positivo. Ma c'è il positivo, perché è reale. La fine rappresenta la vita concreta. Il corpo deve capire la morte. A Brema, dopo un mio spettacolo, passai una notte terribile. Un sogno di morte. Che mi colse assolutamente impreparato. Dopodiché mi venne la cardionevrosi e corsi dal medico. Ovviamente non ero malato. Questa esperienza della finitezza mi ha raggiunto in sogno a ventisei anni, anche troppo tardi. Non potevo più sfruttarla nella mia relazione. Ed è diventata l'argomento della mia nuova pièce: Ende endlos (t.l.: Fine senza fine). Però la distruzione non è il contrario dell'esistenza. La distruzione, come idea, si ha quando questo stesso concetto non esiste più, quando non ha più senso, quando si trasforma in una realtà che lo fa dissolvere. Quello che si potrà inventare dopo, sarebbe entusiasmante. (giugno 1977)
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Nella vita di ogni uomo arriva sempre quel terribile, meraviglioso momento che si insinua come un lampo nella coscienza di alcuni e come un sacro dolore nell'inconscio dei più: il momento in cui si scopre la finitezza della propria esistenza. Nutriti di aberrazioni, noi abbiamo imparato a considerare certe cose aberranti e disgustose come giuste, plausibili, inappellabili e inevitabili; e soprattutto questa strana e futile, ma per l'appunto evidentemente proficua, sensazione paralizzante che ci assale insieme al desiderio di un'utopia tutta nostra. Ci hanno insegnato tanti pensieri aberranti e untuosi che persino la battaglia per certe utopie ci è consentita solo ricorrendo a mezzi che sono, a loro volta, aberranti - non peggio di altri, questo no, ma altrettanto erronei come tutto il resto. Così, anche la terribile scoperta dell'ineluttabilità della morte invece di essere pulsione liberatoria come dovrebbe e potrebbe, diventa funzionale a un godimento straziante, a una felicità che affonda le radici in una mediocre non-libertà. La gioia suscitata per l'appunto dalla rivelazione della definitiva mancanza di senso, e della effettiva casualità di ogni esistenza, anche dell'esistenza segnata da quel sacro momento della scoperta - cosa che dovrebbe ridare alla vita stessa il senso delle libere decisioni e il vigore di battersi, posta l'assenza del senso, per qualcosa di meraviglioso, di realizzabile, di sensatamente dotato di senso - quella gioia non viene ammessa tra le esperienze possibili, come ricolmo piacere liberato, ma la si trasforma in angoscia che, nella frustrazione del piacere, rende appetibile proprio la non-libertà. All'infuori del suicidio, questa venerabile giungla non sembra offrire vie d'uscita, tranne forse quella di cui parla Despair (Eine Reise ins Licht-Despair, 1977), l'incamminarsi per scelta verso la follia. Ma per il regno della follia vale la stessa conclusione che si impone per la morte: entrambe sembrano bastar a mala pena a nutrire la speranza. E noi non abbiamo che scarse informazioni su quella bella anarchia che, nel regno dei folli, rende fruibile la libertà. Un giorno, se mi costringerò a una decisione, spero di avere abbastanza coraggio per percorrere quelle strade, e per non soccombere alla abbondante panoplia delle scappatoie. (1 marzo 1978)"


(Rainer Werner Fassbinder, I film liberano la testa, Ubulibri, pagg. 38-39-40)

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