Monsieur Lazhar (di Philippe Falardeau, 2011)

Un’insegnante si è uccisa in un’aula. Ha scelto il luogo di lavoro per attuare il proprio gesto.
La domanda dovrebbe essere volta ad affrontare l’evento nella prospettiva futura, non soffermarsi con autolesionismo sulle motivazioni sottostanti.
La mancanza di risposte genera rabbia, ma dovrebbe appartenere ad una dimensione individuale.
C’è la necessità di distinguere la natura della domanda che ci poniamo in concomitanza di eventi tragici.
Il bivio si manifesta a questo punto. Il sistema scolastico che dovrebbe tutelare i propri studenti, innanzitutto, nel caso specifico non riflette, agisce d’impulso. Segue un protocollo, ossia una forma convenzionale, generica, volgare.
Suicidio, morte, evento traumatico, una psicologa che spiega come affrontare l’appiattimento della sostanza, come se certe parole non avessero un peso e potessero essere equiparate così superficialmente. Fosse così semplice. La morte non è un protocollo. E’ assolutamente lecito affrontarla a viso aperto, senza tabù. Quest’ultimo nasce dalla chiusura degli occhi interiori da cui sgorga il contributo di chi appartiene al meccanismo e può determinarne l’andamento. La preside è un ruolo ambivalente e rappresenta la schizofrenia di un sistema, fragile e sempre teso tra rigida forma e versatilità del dibattito.
Il film riesce dunque a scardinare una prassi ottusa, e restituisce dignità alla figura dell’educatore, sfiduciato e svalutato da illogicità pregiudizievoli e incancrenite.
La chiave è un paradosso, una provocazione: intuiamo che Bachir Lazhar non sia un vero insegnante, anzi è palese, ma solo nel finale viene fatta completa luce sul suo passato e sul suo ruolo fino ad allora svolto. Ciò non implica affatto che ciascuno dotato di un minimo di buon senso e di umanità, o semplicemente appartenente ad un contesto culturale differente, possa ricoprire un ruolo così delicato e competente; bensì che di fronte all’eccesso di sicurezza del senso comune che l’organo scolastico adopera per affrontare le più svariate situazioni critiche, il “perché no” dovrebbe essere sempre preso in considerazione. La voce fuori dal coro, l’azzardo mai o mal contemplato.
La ricerca delle cause di un suicidio può divenire logorante. L’elaborazione del lutto non passa attraverso un dispiegamento di energie tali da non ridefinire un presente, cronicizzando il passato. Il suicidio dell’insegnante ad un certo punto deve essere accettato – rimozione dei sensi di colpa privi di alcun fondamento. Solo quando avvilisce il non-senso dei propri turbamenti autoreferenziali e posticci, l’adulto riesce a trasmettere una nuova prospettiva al ragazzo.
Ripristinazione della trasmissione educativa. Lo scambio ora ha corso d’opera, fluisce in un gergo di intesa.
Delicato e commovente, a tratti d’effetto come nel suo magnifico conchiudersi ma elegante e incisivo nella variazione di tema verso ciò che concretamente conta per elaborare un lutto.
A più riprese nel film è posta la domanda, lì, esattamente nella piega tra ciò che è lecito e ciò che non è lecito nell’educazione.
Resta impressa la sequenza iniziale: la camera, l’occhio dello spettatore, che prova il medesimo orrore del ragazzino.

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