Loulou (di Maurice Pialat, 1980)

“...Borghesi e intellettuali diventano il bersaglio privilegiato della sferzante irrisione del cineasta. Si pensi al sarcasmo feroce con cui, in ‘Loulou’, è tratteggiata la figura di Michel, il fratello ricco di Nelly, un personaggio che Pialat descrive come totalmente negativo: con la sua aria insopportabile di giovane quadro, la sicurezza disinvolta dell’uomo di successo, il ripugnante buon senso di chi è ben attento alle questioni di ‘status’ sociale; e con il tono di sufficienza e di disprezzo appena dissimulato con cui si presenta al fidanzato della sorella per convincerlo a mettere la testa a partito e accettare un buon impiego.”

(Nicola Rossello, Maurice Pialat, pagg. 79-80, Le mani editore)

Da Jean Yanne a Gerard Depardieu: tra il terzo e il sesto lungometraggio di Maurice Pialat avviene un passaggio di testimone emblematico. Protagonisti maschili alter-ego del regista e riproposizione delle tematiche-chiave del film del 1972.
Pialat segue Loulou e Nelly ovunque, dall’intimità delle varie camere da letto (mai finora era stata filmata così intimamente la sessualità in un film del regista francese) fin dentro i vicoli più sporchi delle città; dagli interni lussuosi e un po’ kitsch-effetto fine anni ’70, ai luridi bar di periferia, terreno fertile per risse e sbronze. In tutto ciò, coglie straordinariamente una lacerazione, la solita lacerazione impossibile da rimarginare, tra realtà dei fatti e pulsioni incontrollabili. Queste ultime sono vere e proprie malattie di anime infelici, mai paghe, alla ricerca smaniosa di qualcosa al di fuori del proprio habitat naturale, come se l’uomo per Pialat si senta perennemente frustrato da un’insoddisfazione congenita, insanabile per la natura stessa della società, così frammentata e tutt’altro che accogliente nei confronti dei bisogni di adeguatezza. A dispetto di tale insoddisfazione, il Cinema del regista e i suoi protagonisti non si danno mai per vinti, si dimenano con tutte le loro forze, lungi dalla resa delle armi.
Nelly è una borghese, ma rigetta il suo “mondo” cercando di adattarsi come un animale sociale ad una condizione che, scopre, le rimarrà sempre amena.
Il pranzo tra famigliari e amici di Loulou (forse il momento più incisivo del film) si trasforma in un vero e proprio incubo. Esprime la sensazione di non appartenenza a causa di codici relazionali, culturali, convenzionali differenti.
Loulou vive di impulsi, di soddisfazione immediata, pensa poco e agisce molto, mentre Nelly pondera, constata, si dimena in un mare di nulla e per questo è triste e infelice; sentimenti che per Loulou sono passeggeri e evanescenti. Cosa rappresenta Nelly per Loulou? Una possibilità di riscatto? Non esattamente. Io credo che lui a suo modo ne sia davvero innamorato, ma non si crucci più di tanto; la vita di coppia è dopotutto una concezione borghese. Ciononostante egli è felice di poter generare un figlio ma è passivo all'impellenza della ricerca concreta di un lavoro. In lui mancano progettazione e proiezione.
Quel che ci fa amare il protagonista è la sua sconsideratezza, il naturale prodigarsi per gli altri, l’eccesso di vivere senza regole. Forse un po’ l’invidiamo. Almeno si mostra per così com’è e se si prodiga per gli altri, lo fa a costo di rischiare la pelle: per risolvere una situazione potenzialmente pericolosa placa una rissa tragicomica tra amici balordi, gelosamente ubriachi, scagliandosi verso un fucile carico. Questa sua autenticità mette in secondo piano l’idiozia di farsi accoltellare per aver fatto il balordo con la ragazza di un magrebino.
La citata scena con il fratello di Nelly è una delle più significative del film. Non occorrerebbe sottolineare a Loulou che è una nullità, socialmente parlando. Gli occhi, il modo di porsi, le parole di Michel, al contrario sono una vera e propria ingiuria. La forza del linguaggio non verbale crea un’aria malsana, di frizione fastidiosissima tra ceti sociali. Loulou si comporta con una pacatezza che sa tanto di maestosa dignità. E’ negli umili che Pialat si riconosce. Non intende trasmettere che essi salveranno il mondo, anzi, i messaggi che i suoi film lanciano sono tutt’altro che salvifici o quantomeno confortanti. Egli osserva, e attraverso i suoi alter-ego sembra voler immergere tutta la sua esperienza individuale di uomo perennemente sconfitto (ma mai vinto! Come osserva Nicola Rossello) e stritolato da un “non so che” che ha a che fare con la società in cui vive, con cui non riesce proprio a scendere a patti. Il suo cinema, ebbro di una poetica particolarmente originale nel panorama cinematografico del suo tempo, schiera contraddizioni continue e anziché ammonire con il piglio del grande risolutore, sembra sempre fermarsi prima schierandosi in una condizione tenace e talvolta furibonda che va oltre il giacere nella sofferenza. Uno struggimento teso sempre alla ricerca di una risposta.
E’ rappresentativo, in tal senso, il finale sospeso ma non certo beneaugurante, nel quale questa donna così minuta (una formidabile Isabelle Huppert) sorregge in uno squallido vicolo il corpulento, barcollante Depardieu. Lei ha abortito senza farne menzione a lui. Non avrebbe mai potuto tenere il bambino, senza la certezza di una vita dignitosa per suo figlio. L’aborto rappresenta per lei un duplice fallimento, dunque. Per lui l’ennesima prova di non appartenenza al mondo.
Perciò i due si identificano come appartenenti alla medesima dimensione, nella constatazione dell’impossibilità di poter affrancare una propria, nuova identità, e il realtivo modo di vivere che essa avrebbe comportato. Ci viene lasciato intendere che malgrado tutto, la loro ricerca non è certo placata, ma continua ad essere errante nel suo goffo movimento all'unisono.
A Pialat non credo interessi tanto tracciare una linea morale quanto attenersi ad una considerazione dei fatti attraverso uno stile popolare, mai enfatico, forse cinico ma sempre asciutto. Livore o empatia che siano, i sentimenti emergono con naturalezza.
E’ evidente la presa di posizione del cineasta riguardo i personaggi e le loro vicissitudini, ma è come se la pellicola stessa trasudasse le impressioni, senza la minima traccia di manierismo, animando personaggi che lottano convulsamente per evadere, eppure per riconciliarsi.

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