Blanche (di Walerian Borowczyk, 1971)

Blanche prende spunto dal dramma del 1839 di Juliusz Slowacki e rappresenta in un certo senso un continuum con quanto già espresso in Goto. A Borowczyk interessa rappresentare uomini che si annientano per imporre le proprie pulsioni carnali rivestite con orpelli quali religione e onore. La giustizia cede il passo ad un’interpretazione della stessa che segue “codici di valore”. Indubbiamente il testo di riferimento è molto shakespeariano ma a Boro la tragedia in sé sembra interessare meno rispetto alla descrizione minuziosa delle continue mistificazioni che la precedono. Non vi è all’orizzonte quel destino ineffabile che colpisce tutti con la medesima intransigenza. Al contrario gli avvenimenti scaturiscono da un disegno ben determinato dagli interpreti. Di certo non c’è una volontà manifesta di distruzione e autodistruzione, piuttosto una misteriosa inconsapevolezza anche dinanzi all’evidenza. Ai protagonisti di Blanche, così come a quelli di Goto, appartiene un profondo individualismo che prosegue imperterrito senza ponderarne le conseguenze minacciose per sé e per gli altri. E’ solo l’obiettivo finale ad avere valore.
Alla brama degli interpreti maschili fa da contrappunto la castità della protagonista femminile; Ligia Branice, all’epoca compagna del regista, incarna ancora una volta una donna pudica e per questo fuori luogo in un universo maschile in cui la determinante degli eventi è l’azione volta alla soddisfazione del concupimento. Ella si sottrae al desiderio del figliastro, in una delle sequenze più belle del film, per rispetto di una morale che in quel contesto ha vita breve. La morale per gli uomini ha altro significato. Equivale al rispetto del giogo dell’autorità maschile.
La prima sequenza non è affatto casuale, dunque. Blanche viene mostrata nella sua nudità quasi integrale. Resta l’unica sequenza di nudo dell’intero film. Eppure il film trasuda un erotismo fortissimo. Penso che Boro abbia descritto la dimensione erotica sia attraverso il nudo che non. Forse la passione non è mai stata rappresentata meglio rispetto al suo livello di perfezione formale/estetico raggiunto fin dagli esordi (e forse mai così potente come in tal periodo).
I primi dieci minuti del film sono assolutamente sbalorditivi. Montaggio frenetico che ossessivamente indugia sui particolari. Camera fissa sui cantori come se fossero il centro di un dipinto. Un gusto meticoloso e pervasivo per il quadro d’insieme. In poco tempo siamo già dentro il film. Non è accaduto quasi nulla. E’ bastato osservare il dettaglio: sua maestà bacia Blanche ma quest’ultima non schiude le labbra. Il figliastro la guarda mentre l’ospite le danza a fianco e la brama ardentemente. Il vecchio marito nel frattempo appare borioso e ignaro, forse. Guarda distrattamente. Come se la gelosia in fondo non lo sfiori. Più tardi ripeterà più volte che ha la fortuna di avere una moglie fedele. A conti fatti appare la certezza di una persona che esercita un’autorità che quando viene messa in discussione adotta un meccanismo di difesa che puntigliosamente e prioritariamente dissimula la concezione della propria donna.
E’ trascorso davvero pochissimo dall’inizio del film e già c’è tutto il quadro d’insieme. Già presagiamo come i protagonisti si muoveranno. La loro indole si è palesata. Il pacchiano convivio duecentesco si esaurisce con il primo tentativo di seduzione del paggio Bartolomeo, che è stato preceduto dalla propria fama di donnaiolo che non ha mancato di confermare. Blanche si fa ritrosa ma non confida subito al marito la scelleratezza del servitore dell’ospite principale.
Da questo momento in poi emerge la fedeltà del paggio verso il proprio Re (la sequenza notturna e la ferita alla mano), l’arrogante meschinità di quest’ultimo non tanto nel tentativo di seduzione quanto nella lettera che scrive, il cui contenuto viene presto (d)enunciato. Il paggio sconfigge in duello il figliastro del vecchio signore del castello ma non lo uccide. Un gesto nobile a cui segue il tentativo di salvare Blanche facendo ritorno al castello ma qui accade l’imprevisto: mentre il paggio si è introdotto nella stanza da letto senza finestre della signora del castello, lei fa rientro e prima di leggere il suo messaggio viene colta di sorpresa dal sopraggiungere del figliastro. Scena citata pocanzi come una delle più belle e intense. Lei “non può”. Lui si prostra, poi ha un mancamento. Lei corre fuori a chiamare aiuto. Il marito mette in discussione prima un eventuale ma improbabile tentativo di omicidio da parte della moglie ai danni del figlio, poi la fedeltà nei suoi confronti. Il paggio viene murato vivo.
Tensione palpabile. L’onore perduto del marito è cieco e genera dimostrazione di forza. Si ricorre a tutto, al crocifisso, alla fedeltà, alla discendenza, all’ospitalità. Tutti i personaggi mettono in gioco le proprie volontà. A dire il vero il Re ospite si riabilita mostrando la lettera che lo incolpa e che scagiona le buone intenzioni del paggio. Si tira fuori dai giochi. In fondo anche il paggio l’ha già fatto. Al contrario il sordido legame di intesa che si crea tra padre e figlio porta a inscenare un nuovo duello, che il figlio perde ancora, stavolta mortalmente. In tutto ciò lei, Blanche, esprime una tenerezza cosmica. Dentro il film è il centro della passione e del desiderio più lussurioso. Lo spettatore, viceversa, che ha ancora il dono della razionalità, la vede sì sensuale ma a tutto pensa fuorché alla sua dimensione erotica. Ciò avviene perché viene perpetrata la macellazione del sentimento da parte del detentore del potere giuridico. Blanche è l’oggetto del desiderio e il solo considerarla tale giustifica, naturalmente rivestita da altre parole e mascheramenti, l’azione di predominio. E come ci appare provato ma incapace di capire, in tutta la sua autenticità, il vecchio Michel Simon, forse il più grande attore svizzero di tutti i tempi (La passione di Giovanna D’Arco, L’Atalante, tanto per citare i due film più importanti in cui è stato tra i protagonisti), in alcuni intensi primi piani che lo immortalano nel mezzo dell’ecatombe, prima che si tolga la vita.
La tragedia si chiude così, come in Goto, tra numerosi primi piani. Come quello dell’unico sopravvissuto, il Re ospite, allucinato e solitario, dopo aver constatato il decesso della bramata Blanche. Un messaggio d’amore, quello che il figliastro ha confidato al paggio in punto di morte, non giunge a destinazione perché la donna si suicida prima che le venga trasmesso. Infine Bartolomeo, trascinato a morte dai cavalli come Ettore.
Blanche è il secondo lungometraggio con attori in carne e ossa (occorre sempre rimarcarlo) del compianto Boro. Mentre fortunatamente la versione in dvd di Goto fa sempre più capolino sugli scaffali dei negozi specializzati, Blanche al pari di altri film del regista in Italia non trova distribuzione. I motivi sono i più svariati, e certamente la nomea di “regista che ha realizzato solo La Bestia” ha influito pesantemente sulla considerazione dei film precedenti e soprattutto seguenti di quello che a conti fatti, è solo uno dei tanti capolavori di Borowczyk. E a dirla tutta forse non è neppure il miglior film, almeno per quanto mi riguarda.
Non so stabilire francamente se sia meno peggiore la sorte toccata a Blanche, irreperibile e ai più sconosciuto, o ai film censurati e manipolati come I racconti immorali. Quel che mi preme rimarcare è che c’è la necessità di riqualificare l’intera produzione di un regista non tanto sottovalutato, quanto clamorosamente oscurato o mistificato dalla maggior parte della critica “che conta”. E’ sufficiente recuperare le versioni integrali dei film per farsi un’idea: lo spettatore "normale" (come chi scrive) non è certo stupido ed è capace di giudicare da sé la qualità impressionante con cui si trova a che fare. Alla faccia dei bacchettoni che si scandalizzano appena vedono un seno e si arrogano le prerogative della "vera" arte cinematografica.

1 commento:

M. ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=_fbtoFF2TII