Le nevi del Kilimangiaro (di Robert Guédiguian, 2011)


Sarebbe troppo semplice etichettare Guédiguian come un regista politicamente schierato, illuso o disilluso circa i diritti dei “suoi” operai e protettivo verso la “sua” Marsiglia. Ciò equivarrebbe a ignorare la sua più grande dote, l’umanità. Personalmente lo trovo un regista straordinario, a mente aperta, che mi trasmette una grandissima forza sia quando mi risolleva (Marius et Jeannette – per me il suo capolavoro) che quando mi annienta (Marie-Jo e i suoi due amori; La ville est tranquille).
Trapela sempre la medesima dignità che mi travolge, come in questa sua ultima perla, e mi commuove come quando nella fattispecie Michel e Marie-Claire scoprono che individualmente e segretamente hanno perseguito l’identico obiettivo di darsi agli altri senza riserve o per tornaconto.
C’è un amore vero che trionfa perché è concorde anche quando non ci si confida necessariamente tutto, perché intimamente i due protagonisti sono indirizzati verso la stessa meta. In Michel trionfa il senso di giustizia, mentre in Marie-Claire l’amore materno. Sono forme di dedizione differenti ma complementari. Michel avrebbe avuto tutto per disilludersi quando ha scoperto che uno dei due rapinatori è un suo ex-collega in fabbrica. Se le mire del suo alter-ego regista fossero state di sovrapporre il credo politico all’azione individuale, ne sarebbe scaturito un film diverso, forse tendente a quella sociologia spicciola incapace di concretizzarsi tra le persone vere che ci assomigliano così tanto, come le coppie protagoniste. Emerge invece la coerenza di una politica che si mette realmente in discussione nel momento in cui deve scendere a compromessi con la quotidianità, con ragioni fondamentali come il peso del giudizio, il valore della giustizia e la considerazione per gli altri esseri viventi. Scorre un flusso univoco di sensazioni e emozioni, attraverso cui il regista sembra indicarci che il riscatto personale può avvenire anche a partire dalle azioni sbagliate delle altre persone nei nostri confronti, analizzandone le cause per poi scoprire che talvolta c’è del “sensato” in esse, perché esiste un disagio che affonda radici profonde in un sistema che ci è ameno, che ci rifiutiamo di cogliere a priori. E’ molto semplice puntare il dito verso le azioni sbagliate privandoci di analizzarne la fonte. Michel si vergogna quando il ragazzo gli rinfaccia la vita borghese e il sistema di licenziamento. Forse un po’ aveva ragione. Trasforma questo sentimento iniziale di rabbia, rancore e risentimento nella tutela che ciò non accada più. L’amore per gli altri è una forza vitale straordinaria, non sta allo spettatore giudicare se e quanto sia lecito o meno che i due coniugi si prendano carico dei due ragazzini, ma è nostro compito piuttosto stigmatizzare il rigetto senza domande dei figli verso tale scelta. Ha un che di “convenzionale” la loro posizione rigida: si sa, i figli molto spesso hanno queste inflessioni apertamente negative nei film del regista.
Il trio di fedelissimi Ascaride-Darroussin-Meylan mi ricorda così tanto quello di Resnais composto dalla Azema, Dussolier e Arditi.
Il titolo lo interpreto così: perchè ricorrere ad un viaggio in un posto che nemmeno c'interessa e che ha un fascino semplicemente "esotico" se abbiamo la possibilità di poter vivere una vita diversa anche molto, molto vicino a noi? Lo spazio è una dimensione incapace di incidere su molte questioni fondamentali delle nostre vite. E' la percezione che maturiamo di noi stessi e di ciò che ci circonda a porre la differenza.

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