Anna Karenina (di Clarence Brown, 1935)


Anna Karenina è un romanzo intraducibile ma talmente ricco di piani di lettura differenti da offrire molteplici possibilità ad una sceneggiatura cinematografica il cui obiettivo sia di garantirne la preservazione di almeno una parte del senso. Mi sforzo di comprendere come le esigenze di una produzione cinematografica degli anni ’30 fossero di concentrarsi quasi esclusivamente sul personaggio di Anna, come difatti accade, malgrado ciò non sia condivisibile.
Mi sento difatti come un lettore per il quale è lecito possedere riserve, o meglio pregiudizi, circa una riduzione cinematografica di un tale romanzo. Tuttavia questa versione del ’35 mi era stata indicata come “la miglior trasposizione” del capolavoro di Tolstoj.
Un parametro fondamentale: la fedeltà. Ebbene, concesso (ma ripeto, non ammesso!) che il personaggio di Levin sia quasi totalmente scorciato, mi attendevo un po’ di più dalla descrizione della profonda crisi di Anna.
Ho trovato la prima parte del film decente. Il plot è imperniato sul rapporto tra la protagonista principale, Vronskij e la società, quest’ultima inquadrata a partire da quella “facciata” che Karenin cerca disperatamente di salvaguardare.
Ricostruzione autentica di alcune scene-cardine, come il ballo iniziale, la caduta da cavallo di Vronskij (forse la sequenza migliore del film e uno dei miei passaggi preferiti del romanzo), la visita di Anna a Sereza. La Garbo, che mi dicono qualche anno prima avesse ricoperto lo stesso ruolo in un film muto di tono minore, è la star di un manipolo di attori di calibro, ben diretti e supportati da una cura scenografica apprezzabile.
Malgrado ciò, la caduta di tono della seconda parte del film è difficile da digerire. Al di là dei sempre più incipienti, corposi buchi della sceneggiatura, si verificano una serie di manipolazioni della stessa, convergenti verso un finale ai limiti del faceto, completamente alterato nella forma e nel senso.
Il dramma di Anna infatti, inizialmente ricondotto ad una pertinente sofferenza rispetto all’ipocrisia delle convenzioni, si concretizza precipitosamente e l’atto conclusivo della sua autoaffermazione/disintegrazione viene giustificato da una presunta partenza di Vronskij per la guerra serbo-turca(!): ciò, che già di per sé è risibile, è inventato di sana pianta dal momento che nel romanzo l’ufficiale decide di partire per la guerra solo dopo la morte di Anna.
Omesso il tentativo di suicidio, la nascita di una figlia e ridotta notevolmente la presenza ingombrante della madre, il personaggio di Vronskij ha uno scavo psicologico inesistente e di conseguenza il precipizio di Anna diviene tutt’altro che controverso e struggente.
In definitiva per chi ha letto il romanzo mi sento di affermare che ci troviamo dinanzi ad un prodotto, come piace autodefinirsi da questo tipo di cinema hollywoodiano, perlopiù trascurabile. In ogni caso trovo che il film calchi eccessivamente l’onda melodrammatica che investiva le produzioni commerciali del tempo, e sarebbe ora di lasciarlo cadere nell’obsoleto.

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