Detestor - Red sand (1997)


Red Sand è il secondo album dei Detestor. Il suo insuccesso decretò il primo scioglimento del gruppo.
Personalmente mi ero sempre aspettato un disco nu-metal, scioccante per il presunto cambio di direzione, invece quando ho finalmente acquistato questo disco mi sono imbattuto in un ibrido malriuscito tra death e crossover. I brani sono immediati ma privi di appeal, i suoni orribili, gli inserti elettronici discutibili per non dire fuori luogo (ascolta Screams) e un utilizzo delle voci pulite per nulla accattivante.
Soprattutto: pochissime idee. Sembra che il quintetto ligure non sapesse più quale direzione prendere, sia musicalmente che in quanto a look (le foto sul booklet, non me ne vogliano, sono veramente ridicole). Non intendo certo sparare a zero su questo album ma si tratta senz’altro di un disco trascurabile. Penso che i Detestor abbiano cercato di strizzare l’occhio verso una fetta di pubblico più ampia, mancando l’obiettivo. Forse in quel momento ritenevano che il death metal fosse un genere ormai troppo inflazionato e per certi versi superato.
L’unico brano che salvo è I am nothing.

Detestor - In the circle of time (1995)


Mi rendo conto che l'esordio discografico di un gruppo metal italiano negli anni '90 rappresenta sempre un traguardo degno di nota, perchè vi si giungeva al termine di una lunga e dignitosa trafila di demo-tape e faticosa promozione via lettera o passaparola.
In the circle of time dei liguri Detestor pur non essendo un capolavoro è un disco memorabile perchè all'epoca in pochi riuscivano a farsi promuovere e a vendere, segno che il talento c'era, le idee anche.
Genovesi proprio come Necrodeath e Sadist, che avevano aperto la strada qualche anno prima. Radici thrash in comune, ma stile differente. I Detestor suonavano un death metal puro, si potrebbe affermare, elaborato e udite udite originale, ovvero difficilmente riconducibile a qualche gruppo affermato del periodo. Questo è il tratto di maggior conto, in un momento storico in cui probabilmente il genere aveva raggiunto uno dei suoi picchi in termini di band fiorite dal nulla in giro per il pianeta.
Oggi il disco suona old-school ma non ha mai perso la sua freschezza e la sua energia: death metal tanto cupo quanto ricco di sfumature melodiche.
E’ stato giustamente osannato dalla critica nazionale del tempo; certo che lo slogan “Olocausto sonoro” oggi fa un po’ sorridere, però!
Brani come Clear the world (con il “famoso finale”), Life goes, E.S.P. o la bellissima strumentale Death inside sono per me indimenticabili. Facevano la differenza il timbro particolare di Marco A. “Jaiko” e il basso di Ale (i giri di brani come Silence o Neurocircuit sono bellissimi). Non ho mai apprezzato i testi invece, un po’ troppo convenzionali ed elementari.
Due tour importanti in Italia (con Sadist e Necromass) e in Europa (con i Malevolent Creation e i portoghesi Sacred Sin, mi pare di ricordare).

Dopo un breve scambio di mail, un bel giorno di primavera del 2007 sono entrato con il mio booklet del disco nel negozio di tatuaggi di Paola a P. E’ stata l’occasione per approfondire di persona alcune curiosità legate ai Detestor e in generale al periodo che attraversava il death metal attorno alla metà degli anni ’90. Paola, intenta ad ascoltare la mia amata Zero signal dei Fear Factory, s’è rivelata una persona affabile, cortese e intelligente, e non finirò mai di ringraziarla per la chiacchierata. Tra le altre cose abbiamo parlato dei vari tour, del loro infelice secondo disco (che Paola lucidamente definì “brutto, con dei brutti suoni”) e del suo nuovo progetto musicale Murderdog(condiviso con l'inseparabile Ale), che all’epoca si preparava a far uscire il primo disco.
Non sta a me giudicare se i Detestor abbiano raccolto meno rispetto alle loro capacità, semplicemente ritengo che questo disco per l’anno in cui è uscito fosse di buona qualità, originale e lungi dall’essere derivativo come un Inside the unreal (non me ne vogliano gli Electrocution). Paola mi disse che se fosse uscito oggi, avrebbe avuto molte meno possibilità; forse proprio in virtù di ciò resta un disco che mi viene spesso in mente quando penso a come veniva suonato il mio genere preferito due decenni fa.
Piccola curiosità: all’incirca nel 2004 ho ascoltato l’identico intro in un disco di Malmsteen.

Diabel (di Andrzej Zulawski, 1972)

Jakub/Myskin/Gesù (?!): Zulawski raccoglie l'eredità artistica di Wajda, ma è uno sperimentatore ben più audace e ostico. La nazione frammentata di Diabel incute ancora più timore rispetto a quella post-bellica di Ceneri e diamanti del suo maestro.
I corsi e ricorsi storici ci insegnano la familiarità delle azioni umane, e dunque di nuovo doppiogiochisti, sete di potere, persone che agiscono senza contemplare motivazioni e conseguenze, spesso per inerzia. Uccidere nei periodi bui è così dannatamente semplice, ma il Maciek di Wajda aveva ancora la possibilità di tornare sui propri passi, di riflettere a fondo sulla propria condizione; un atto d'amore avrebbe potuto mutare la sua coscienza individuale, cellula di un organismo collettivo alla deriva e in procinto di convergere verso un regime pluridecennale. Ammettiamo pure che il pessimismo dei due registi sia simile, perché anche Maciek nonostante tutto soccombe, ma è evidente che per Zulawski il delitto ha altra valenza. Egli spinge la riflessione non tanto su un piano di forti contrasti, quanto piuttosto in un clima in cui non si riesce più a distinguere il bene dal male. Jakub è un assassino, ma una mente condizionabile, tanto per cominciare. Deve uccidere, epurare per il giuda/diavolo che a sua volta cura gli interessi di chi detiene le redini del potere. Eppure nell'assassinio di Jakub, in cui il "peccato" religioso non è proprio contemplato (il concetto di dio per Zulawaski non è neppure più un interrogativo), il delitto giuridicamente inteso si annulla nello stesso momento in cui nella sua natura ambivalente ripristina una giustizia sommaria nel buio di un'epoca transitoria in cui né chi governa, né tantomeno chi cospira è esente da responsabilità individuali sul peso storico degli eventi determinati dalle proprie azioni (e in tutto ciò vi è anche una chiara allusione alla corruzione dell'Arte).
Nel caso specifico di questo film sarebbe interessante conoscere quanto a Zulawski interessasse concentrarsi esclusivamente sulla sua amata/odiata Polonia, piuttosto che focalizzare la riflessione sull'irrintracciabilità di un confine tra bene e male assoluto. In Polonia il film è stato bandito per 17 anni (occhio alle date: 1972-1989..), e in questi casi si giustifica la censura con la presenza di scene forti, per nascondere la provocazione e soprattutto l'allusione alla contemporaneità, che fa sempre male accettare da parte di un regime.
Nel ricorso storico gli orizzonti sembrano allargarsi all'intera Europa orientale, e forse alla cultura occidentale, ma il regista appare sempre ipercritico e cinico verso il proprio paese.
In un post-'68 Zulawski mostra quanto fosse vicino il 1793 (seconda spartizione della Polonia) all'attuale nazione succube del blocco comunista stalinista, con la stessa idea di unità e insubordinazione irrealizzabile (che fossero la Prussia o l'Unione Sovietica a determinare le condizioni è irrilevante) in considerazione della reiterazione dei meccanismi che regolano i rapporti tra individui.
Il diavolo tentatore come detto è a sua volta corrotto (Diavolo/Giuda), la sorella di Jakub è una Maddalena gravida costretta a prostituirsi. Un quadro delirante.
Laddove naturalmente dio non esiste, la disintegrazione nasce e si propaga dalla stessa cellula che per altri è la base della civiltà: una famiglia contraddistinta da rapporti morbosi e incestuosi, di prevaricazione, mostruosi.
Il matrimonio è in realtà un rito sciamanico inquietante (una delle sequenze più suggestive del film).
Qui giace essenzialmente la rivoluzione cinematografica di Zulawski. A soli trentadue anni, al secondo lungometraggio, osa quanto solo Cassavetes, Bergman e pochi altri avevano osato, con la differenza che questo Cinema fa veramente paura, è scabroso e psicotico, più isterico di Bergman e più violento dell'Oshima del decennio precedente. C'è dunque già una distanza stilistica clamorosa rispetto a Wajda con cui pure aveva collaborato fino a non molti anni prima.
Si dice che gli orrori della guerra per il piccolo Andrzej, nato nella Polonia già occupata nel '40, siano stati il naturale esorcismo cinematografico che egli abbia sempre perpetrato. Ma incanalare questo regista esclusivamente nella direzione dei vissuti sarebbe sbagliato, non contemplando l'eredità di un padre poeta e di uno zio scrittore e filosofo: echi onnipresenti in un Cinema colto (coltissimo!) che in questo caso cita "a suo piacimento" la Bibbia, Shakespeare, persino l'Eneide, e in particolar modo il "nostro" amato Dostoevskij. Adoro come il regista polacco abbia spesso ricalcato gli eccessi delle figure dei romanzi dello scrittore russo, perché sono in simbiosi con il suo Cinema: movimenti onnipresenti negli spazi, convulsi e frenetici, una camera a mano che si muove di pari passo imprimendo su pellicola momenti indimenticabili. Urla, crisi isteriche (e in questo caso il Jakub/Myskin soffre di inconfondibili attacchi epilettici). E poi gli attori, clamorosi. La preparazione maniacale sulla scuola, mi dicono, del teatro povero di Grotowski. Attori di una caratura che raramente ho visto al Cinema, e non di certo alludo solo alla Adjani.
Questo film si vive addosso e la forza dell'immagine lascia un segno tale da mettere in secondo piano le mille farneticazioni della parola (come questo commento).
Verboso, forse caotico ma non indecifrabile. Non è così chiaro il filo narrativo (ma questa parola, "narrazione", sembra non avere importanza per questo regista), ma non importa: un moto scellerato di libertà mi assale dopo la visione perchè scopro di aver esorcizzato tutte le mie paure.


Pill 28

"Nello stato della Chiesa vige una legge per cui nessun criminale può essere messo a morte senza aver ricevuto l'assoluzione. Piachi, quando fu pronunciata la condanna, rifiutò ostinatamente l'assoluzione. Dopo aver tentato invano tutti i mezzi forniti dalla religione per fargli sentire la colpevolezza del suo gesto, sperarono di indurlo al pentimento con il terrore, mostrandogli la morte che lo attendeva, e lo condussero al patibolo. Qui un prete gli descrisse, dando fiato alla tromba del Giudizio, tutti gli orrori dell'inferno, dove la sua anima stava per discendere; mentre un altro, stringendo in mano il corpo del Signore, il santo mezzo di purificazione, celebrava le dimore della pace eterna. -Vuoi tu avere parte del beneficio della redenzione?- gli domandarono entrambi. -Vuoi ricevere la comunione?-. -No, rispose Piachi-. -Perché no?-. -Non voglio essere beato. Voglio sprofondare nell'infimo fondo dell'inferno. Voglio ritrovare Nicolò, che non sarà in cielo, e riprendere la mia vendetta, che qui ho potuto soddisfare solo in parte!-. E con questo salì la scala, ed esortò il boia a compiere il suo dovere. In breve, ci si vide costretti a sospendere l'esecuzione e a riportare l'infelice, protetto dalla legge, in prigione. Per tre giorni di seguito si ripeté lo stesso tentativo, e sempre con lo stesso esito. Quando il terzo giorno dovette di nuovo scendere la scala senza essere impiccato, levò le mani in alto, con gesto rabbioso, maledicendo la legge disumana che non voleva lasciarlo andare all'inferno. Invocò tutta la schiera dei diavoli perché venissero a prenderlo, giurò e spergiurò che l'unico suo desiderio era di essere giustiziato e dannato, e assicurò che avrebbe strozzato il primo prete che gli fosse capitato davanti, pur di riacciuffare Nicolò all'inferno! - Quando il papa ne fu informato, ordinò di giustiziarlo senza assoluzione; nessun prete lo accompagnò, e fu impiccato senza clamore sulla Piazza del Popolo."

(Heinrich von Kleist, Il trovatello, pagg. 190-191 da "Kleist - Tutti i racconti", Mondadori editore.)