Un amore di gioventù (di Mia Hansen-Løve, 2011)


Metamorfosi o presunte tali. Cinema che inganna.
Quando si guarda un film sull’elaborazione della perdita, sulla crescita interiore, sulla maturazione da adolescente ad adulto, è lecito pensare ad un percorso pur tortuoso attraverso cui il/la protagonista guadagni maggior consapevolezza della propria identità e di ciò che cerca dalla propria vita.
Al contrario il nuovo film della Hansen-Løve appare un racconto circolare in cui non avviene una vera maturazione della protagonista.
La regista francese ripropone il tema della reazione alla perdita con uno stile sempre più personale e maturo, sebbene prenda spunto da cineasti quali Garrel e Cocteau.
L’inganno a cui si alludeva è di far credere allo spettatore che Camille nella passione per l’architettura possa voltare pagina. Tuttavia non il caso, ma la volontà razionale in quanto tale, l’impeto di un sentimento mai assopito, la sopraffanno.
A questo punto, la sensazione di déjà vu dissipata ovunque (le lettere, i corpi, il volto in lacrime di Camille) è un punto di forza del film. Quel che superficialmente può apparire un’incongruenza filmica nel rappresentare la crescita dei protagonisti, è un artificio voluto. A distanza di otto anni essi sono esteriormente identici, con la sola differenza che Camille negli anni di solitudine ha tagliato i capelli così come avrebbe sempre inteso per sua volontà. E’ un dettaglio da non sottovalutare.
Camille ha letto la propria vocazione interiore e ha imparato a convivere con la solitudine fino a trovare un equilibrio interiore. Malgrado ciò è talmente fragile da considerare il passato come “perduto”. Qui avviene il passaggio chiave del film: Lorenz, il suo nuovo compagno, cerca di indurla a riflettere che non c’è mai un passato perduto nella nostra vita; che pur negli sbagli si è vissuti comunque e che bisogna considerare tutto il nostro percorso esistenziale come un rielaborarsi e trasformarsi continuo. In sostanza siamo sempre stati esseri viventi, e se non considerassimo ciò che siamo stati in passato, non ci conosceremmo come siamo al giorno d’oggi.
Il richiamo di un passato perduto, di “sconfitta”, il poter rimediare ad esso con una seconda chance è per Camille un richiamo che travalica il presente. E’ come se ad un certo punto della propria maturazione si fosse fermata sopraffatta dall’irragionevolezza di poter saldare un tassello perduto della propria vita in quella odierna.
Se è vero che otteniamo uno spicchio di immortalità quando consideriamo la morte come uno stato passato, superato, che ormai fa parte di una vita precedente, ebbene Camille pur avendo le risorse non riesce a operare ciò.
Ella “vuole” che Sullivan riviva.
L’incontro casuale con sua madre, avvenuto su un autobus come in un film di Rohmer (‘Racconto d’inverno’), lascerebbe supporre al destino che governa la nostra vita e a cui talvolta o spesso bisogna sottomettersi.
Non è il caso di Camille perché nel momento in cui decide di lasciare i propri recapiti ella “decide” di far rivivere Sullivan e con lui sé stessa quindicenne. Tutto ciò ha del morboso.
Alla luce di tutte queste osservazioni il finale, benché ambiguo, sembra persino tragico.
Camille nonostante la reiterazione malata del proprio fallimento sentimentale sembra crogiolarsi nell’inseguire quel cappello-simbolo di un amore di gioventù mai superato, da cui non troverà pace.

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