Pill 25

Uno scenario cupo e desolato, quello che il cinema di Pialat si è assunto il rischio di scandagliare; un orizzonte chiuso, dove l'angoscia nasce dalla constatazione di una perdita (l'esperienza amorosa vissuta come frattura originaria, ferita, scarto), e dove la vita è diventata legge inalterabile di dolore, e l'unico riscatto morale ancora possibile è il rifiuto della rassegnazione e della "tristezza".
"Siete voi che siete tristi", accusava il padre di Suzanne in Ai nostri amori, offrendo una personale interpretazione della frase che Van Gogh avrebbe pronunciato sul letto di morte. E l'accusa era rivolta contro quanti, come il figlio e la moglie del protagonista, murati nel proprio risentimento, hanno rinunciato a lottare e a sperare, condannandosi in tal modo alla regressione o alla stasi.
Pialat, come il personaggio da lui interpretato, appartiene alla schiera di quelli che accettano il rischio, rifiutandosi di rassegnarsi alla catastrofe. Il trauma della sofferenza non comporta in lui cedimenti nel patetismo. Non c'è nessuna complicità con la malattia, nessuna mistica del dolore, nessun compiaciuto vittimismo nello sguardo che l'autore getta, con gesto brutale, sui volti e sui corpi dei personaggi.
C'è piuttosto, in quello sguardo, una sorta di sconsolato disincanto, di muto, rancoroso sgomento, nel constatare ciò che siamo diventati materialmente, fisicamente. Pialat mette in scena l'avventura umana e sociale dei suoi eroi con freddezza chirurgica. Egli è più o meno consapevole che, anche ribellandoci, non andremo molto lontano (il male è un dato inevitabile dell'esistenza). Ma rimangono saldi, in lui, la rabbia, l'istinto di rivolta, la resistenza di chi non accetta di arrendersi. La morale è quella del "far fronte". Pialat è con chi, come Suzanne o come Van Gogh, pur percependo la propria sofferenza come una condizione irreversibile, una condanna senza appello, avverte il bisogno imperioso di rivestire la propria miseria senza lasciarsi soffocare dalla "tristezza", cercando anzi di resisterle ad oltranza con tutte le proprie forze.
Il cinema del regista francese è animato da questa feconda tensione morale. Esso si nutre della caparbietà di questa lotta, di questa ricerca inesausta, e pur sempre delusa, di una via di scampo, di un varco di salvezza, che, sottraendo l'uomo alla solitudine e al vuoto interiore, possa ridare significato alla sua esistenza.


(Nicola Rossello, Maurice Pialat, Le Mani editore, pagg. 22-23)

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