C'era una volta in Anatolia (di Nuri Bilge Ceylan, 2011)


Si dice che sia “meglio una bugia a fin di bene che una dura verità”. Le variazioni sul tema sono poi molteplici, ma il succo è tale. Dipende da ciò che intendiamo per “bene”.
Per Ceylan la ripetitività della Natura va di pari passo a quella umana. Ciascuno è intimamente votato alla ricerca di qualcosa di sconosciuto. Non c’è senso alcuno, solo lo scorrere di una serie di circostanze che hanno già avuto luogo e la cui reiterazione è inarrestabile: come una mela che spinta dall’impeto del vento effettuerà sempre “quel” determinato percorso “che è già accaduto”. La ricerca del senso della realtà a cui gli uomini credono di attribuire così tanta importanza si dissolve puntualmente nell’amara constatazione di un’inafferrabilità lacerante.
Ceylan è un artista dilaniato dall’assoluta mancanza di un affrancamento univoco tra verità e realtà. I “suoi” uomini non si capiranno mai. E poi c’è un riferimento onnipresente, parte integrante della lente del Cinema che filtra la sua visione di realtà. Si chiama Michelangelo Antonioni.
Per il regista/attore turco, l’ossessione per il suo “padre” cinematografico equivale ad un omaggio costante, come se ci fosse un mai celato autocompiacimento nell’esserne definito l’erede.
In questo caso il filtro è ‘Blow-up’. C’è tutto o quasi: un cadavere che sfugge; la ricerca assillante della verità; la panto-partita finale; la constatazione di un dato di fatto oggettivo che accomuna tutti, una sofferenza di cui bisogna farsi capaci.
L’idea di fondo è di triplicare il personaggio di Thomas (David Hemmings nel film di Antonioni).
C’è il commissario, un “vero” (?) religioso, marito sottomesso ma voce grossa con i farabutti. Un individuo che detta sempre le condizioni sul proprio lavoro e che mal tollera la frustrazione. La verità è il successo della sua operazione professionale. Non c’è molto altro.
Non è etico legare un cadavere, “ma lo diverrebbe” al fine di condurlo via da un luogo di sepoltura provvisorio, profano e approssimativo.
Lo scambio di battute sullo yogurt è esemplare nel delineare volontà, carattere, subordinazione. E’ singolare e lascia sorridere come una sequenza tanto “Tarantiniana” possa trovare una collocazione così pertinente in un film del regista turco. Chi tace non prende posizione, probabilmente perché non ha interesse a farlo né ne comprende il motivo. Già in questa sequenza avviene il primo punto di contatto tra l’uomo accusato di omicidio e il dottore.
L’assassino, già, è l’etichetta che occorrerebbe rimuovere al più presto. Solo un essere bestiale sarebbe capace di sotterrare un uomo vivo, tuttavia se la nostra mera preoccupazione di catalogare gli esseri umani in “giusti” e “ingiusti”, “eroi” e “mostri” non prendesse il sopravvento, forse presteremmo maggior attenzione alle lacrime genuine di un padre disperato perché ha ricevuto una sassata dal figlio.
La narrazione filmica nasconde abilmente la richiesta che l’uomo avanza al capo delle indagini: “Si prenda cura di mio figlio”. E’ la predicazione di un uomo alla ricerca di un riscatto morale.
Il capo delle indagini non è assolutamente in grado di raccoglierne il senso e di conseguenza la responsabilità. Lo farà il dottore, o quantomeno ci proverà.

Il procuratore ha messo in atto un meccanismo di difesa tale da non considerare minimamente l’ipotesi che sua moglie si sia potuta suicidare. La fragilità di una tale supposizione è insita nell’autoconvinzione del perdono ricevuto.
Lo svelamento della verità gli permette di appurare una realtà di colpa, solitudine, punizione.
Lui non voleva conoscere.
Il dottore non giudica ma scopre che il suo accanimento per confutare la verità non ha condotto a migliorare la realtà, tutt’altro!
Ora c’è un vivente (il procuratore) che ha motivo di soffrire per tutto il corso della propria esistenza a causa dell’epifania della propria colpa.

In virtù di ciò, il dottore riflette e sancisce la “sua” verità. Se la realtà è così patetica, raccapricciante, meschina e grottesca, alterarne il senso compiutamente, attraverso la menzogna, indipendentemente dall’effetto è quanto di più lontano e inafferrabile possibile rispetto al “peccato” religioso e alla “verità” dettata dalla convenzione sociale.
Egli mistificando il referto autoptico ha nascosto a un figlio quale abominio il padre abbia potuto compiere, riscattando la tardiva ma verace volontà di quest’ultimo.
Al tempo stesso ha pensato di tutelare il bambino da quell’orrore che ha scoperto nell’avvicinarsi troppo alla verità. L’inchiesta che perseguiamo per verificare la natura degli eventi è un travaglio che nasconde l’insidia di arrecare sofferenza anziché sancire un riequilibrio che sia innanzitutto morale.
Il dottore, indubbiamente scosso e influenzato dal senso di colpa provato per aver indirizzato il procuratore a scoprire che la moglie si è suicidata per punirlo, agisce stavolta in maniera opposta. In quel bambino forse vede sé stesso ancora innocente, quando tutto era possibile e c’era ancora un senso da attribuire alla vita. Sembra compiacersi del suo gesto perché lo stesso bambino che poco prima aveva scagliato un sasso su un adulto reo di aver compiuto un’azione malvagia, ha la stessa percezione delle azioni propositive per gli altri (restituire il pallone).
Ho precisato come nella mia modesta opinione nel mondo adulto dei film di Ceylan è tutto talmente contorto e inficiato dai sensi di colpa da perdere di senso.
Se il bambino giungesse (di già!) alla constatazione di ciò (venendo a conoscenza che c’era terra nei polmoni e nella trachea del cadavere) perderebbe l’innocenza ancora possibile che l’adulto prima o poi infrangerà facendogli ricadere addosso le proprie colpe.
Prima o poi il bambino scoprirà il mondo adulto e le sue leggi incontrovertibili.
Ceylan attraverso il gesto del dottore sembra voler ritardare questa considerazione ineluttabile di sconfitta e disperazione. Inoltre, di pari passo, sembra voler rendere ancora più scomposta la frattura tra i due stadi di esseri viventi, come per isolare l’illusione dalla cruda presa di coscienza.
Non c’è un granché di cui rallegrarsi.

Nessun commento: