Obituary - World demise (1994)




Come on, don't do well
Where I feed the living hearts
I got a torch to light
Feel these smelter fires burn

[Chorus:]
I don't care what they say!
I don't care! I'll do what I want!

I am by your side
Tell me you think what to do
No way, I don't fear
Slow down, follow in my grave

[Repeat Chorus]

Your ways, I despise
Go forth and get with your own kind
We've got fumes to behold
Setting, one size of fortune

Farewell to great friends
These will face the burning sun
Tattoed shadows lifted
Fear not, like the burning plague!

[Repeat chorus]

Bright light the sear his face
Pitfalls twisted
Call me far from now
I survived through all this hell

I DON'T CARE!!!
Don't CARE!!!!!

I really don't care!



Da una band come gli Obituary non puoi mai aspettarti parole che ti facciano riflettere perché i testi sono un complemento della musica e non viceversa. “Gli Obituary cantano il dolore” sintetizzava John Tardy. Qualcuno scrisse che non pubblicarono i testi di World demise perché si vergognavano, fraintendendo completamente la virulenza di quelle foto che impreziosiscono il booklet.
Trovo impossibile non rabbrividire dinanzi a certe immagini. L’uomo che punta una pistola alla tempia di una foca agonizzante è per me una stoccata violentissima ogni volta che apro la confezione del CD.
Mi è stato regalato (?) circa quindici anni fa. World demise è la piega ecologista di una band seminale che già si sentiva storica e che dopo il terzo album The end complete (1992) aveva mostrato un certo impaccio a diversificare quel monolitico, austero sound coniato specialmente con la prova di eccellenza, Cause of death (1990).
Per la quarta volta nei Morrisound, il quintetto di Tampa nel ’94 opera dunque la sua prima e significativa virata verso un sound sempre muscolare e Obituary, ma contaminato da ritmi derivanti da generi musicali diversi, perlopiù americani, e fino a quel momento considerati impuri nell’accostamento al metal propriamente detto. Alludo ovviamente all’hip-pop che pur non essendo mai sfacciatamente ostentato (questa no, i puristi non glie l’avrebbero mai potuta perdonare) è evidentissimo in certi riff.
Diciamo pure che gli Obituary per scampare al massacro della critica (che in ogni caso era inevitabile) hanno camuffato il loro cambiamento metallizzando le loro influenze più orecchiabili in una miscela veramente molto accattivante che non ha perso la rabbia degli esordi.
Don’t care è uno dei pezzi insormontabili e inattaccabili anche per i fan più oltranzisti che hanno bollato come sacrilego un disco che non suonava più death metal come quel genere “doveva essere”.
Gli assoli di Allen West invece sono sempre i soliti, acidi e puri.
Donald Tardy considera Cause of death il loro peggior disco perché non ci sono gli assoli di Allen West (che con tutto il rispetto sono annichiliti dal talento mostruoso di quelli realizzati in quell'occasione dal sostituto James Murphy)! Questo tanto per evidenziare cosa significhi essere fedelissimi ad un’impronta.
Beh non consideriamo quelle timide, non riuscite sperimentazioni (?) di Back from the dead (1997) con il DJ (lì si che hanno osato, ma con concreta mancanza di ispirazione), per cui ok, World demise resta l’ultimo bel disco di un gruppo che bene o male ha segnato la nostra infanzia e ormai vive di rendita riciclando penosamente quei riff a distanza di vent’anni, per il palato dei nostalgici (quelli sì che non cambieranno mai).
Il finale della title-track è un gioiello, ma è con Redefine che secondo me si raggiunge l’apice del disco: si sente girare le stazioni di una radio finché non si perviene ad un brano hip-pop il cui motivo viene ripreso dal principale riff del brano degli Obituary che esplode nella sua grandezza, così groove e possente.
Gli altri brani che mi piacciono sono Paralyzing e Solid state.
Il disco si spegne nella seconda parte (un po’ ripetitiva) fino al bel pezzo finale, Kill for me, se non altro coraggioso per la presenza di ritmi tribali e famoso perché al termine si sente (inspiegabilmente ?!) qualcuno che orina allegramente nella natura prima di un canto africano.
Un disco non ragguardevole ma un solido esempio di quel che il death metal più old school cercava di diventare nel periodo di maggior inflazione e per molti versi, di crisi.
John Tardy timbro unico e inimitabile.

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