La guerra è dichiarata (di Valérie Donzelli, 2011)




Attesa spasmodica di conoscere un responso di vita o di morte, nell’incrinatura dell’incertezza che annienta tutto il marginale che c’è.
Visioni laiche ma non troppo di fronte al ricorso ad un paragone eloquente tra guerra privata alla malattia e guerra in Iraq.
I parametri del dolore intimo e collettivo si modificano inevitabilmente nel corso della vita, suscettibili al peso che attribuiamo all’evento che infrange gli equilibri canonici.
Il film racconta l’importanza delle figure esterne ma di supporto come famigliari e amici nei momenti delicati.
Il pudore e l’anticonvenzionalità della risposta emotiva agli eventi stressogeni che reputiamo di fondamentale importanza per la nostra vita possono essere vissuti e trasmessi agli altri anche con altre modalità, ovviamente, ma la regista non si arroga il diritto di decretare quale sia la strategia più funzionale.
I due protagonisti vincono la loro guerra personale, guadagnano una vita sacrificando il resto. Perdono la propria unione.
La Donzelli è ispirata, il tema le è caro, sembra, molto più che ad una regista e sceneggiatrice che intende raccontare “una” storia. Assieme a Jérémie Elkaïm ('Polisse') rappresenta la sua storia, con impeto, coraggio e un briciolo di nonsense.
Lo stile tuttavia non conquista in toto, tra crudo esame di realtà, voci off che strizzano l’occhio a certi canovacci narrativi della Nouvelle Vague a cui si accompagnano stacchetti da videoclippone che fan tanto sprazzo di modernità.
Insopportabile l’intermezzo cantato (devo ancora capire cosa significhi “adoro il tuo culo quando bevi”) così come i movimenti sincronizzati dei protagonisti, tali da indicare modalità di reazione comune al peso di un’attesa. Se il tentativo è (e, dannazione, è!) di sprigionare compartecipazione, malgrado la sincera e a tratti travolgente spontaneità il film risulta dunque scarsamente empatico vittima probabilmente di un eccesso di volontà di discostarsi dalla retorica. Tutto ciò è paradossale, ma il film trabocca di forzata originalità che sa tanto di sconfinamento nell’ostentazione.
Fin dall’inizio stride la scelta simbolica dei nomi, sorta di simbiosi etimologica tra chi ha scritto “nel sangue” del ricorso tragediografo che è destinato a soffrire perché può sopportarne il peso.
Inoltre rispetto ma non condivido le reazioni al dramma e al sospiro di sollievo (tanto in un verso quanto nell’altro).
Quando tre anni fa è uscito 'Lo spazio bianco' (che assomiglia molto al film in questione) la reazione di critica e pubblico è stata tiepida, eppure trovo la pellicola della Comencini più riuscita.

Nessun commento: