Il servo (di Joseph Losey, 1963)




Lo voglia o no, non sfugge alla sua sorte:
la schiavitù sessuale è la più forte.
Dice: "Non riconosco né vangeli né codici".
Il mondo è suo dominio incontrastato.
Dice: "Chi vede donna è già spacciato
e intorno a me non ne voglio vedere".
Parli pur finché vuole, ci ricasca:
è appena scesa notte, e già cavalca.

(Bertolt Brecht)

Nell’anno in cui Mario Bava nei 'Tre volti della paura' eleva la “goccia d’acqua” al fastidioso, incessante elemento di graduale ma implacabile senso di un orrore in divenire, Losey utilizza lo stesso escamotage per rappresentare l’incombere del rovesciamento della logica borghese: ognuno è schiavo di qualcosa, persino il padrone sotto un’altra prospettiva può divenire tale.
Hugo sovverte la forma di potere costituita sul “tutto è dovuto” aggredendola ferocemente alla gola della propria debolezza e instillandone una nuova.
Magistrali gli specchi deformanti, le allusioni sessuali, la claustrofobia di interni ossessivi e soffocanti.
La casa è parte integrante di questa rivoluzione domestica: attesta lo sgretolamento della coppia borghese e la formazione di nuovi scabrosi equilibri.
In ogni ribaltamento della logica è insita una deflagrazione perversa e affascinante.
Susan stessa è trascinata da questa duplice identità dell’inesplicabile che si manifesta sulla sua pusillanimità.
Se Hugo è la mente, Vera è il corpo della trasformazione.
Tony, agonizzante, la vittima della “rivoluzione”, priva degli strumenti per identificarsi e dunque reagire nel Nuovo Ordine.

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