Pill 24

La terza generazione, l'abbiamo visto, rispondeva a questo bisogno fortemente sentito di frammentare e spezzettare l'immagine in infiniti piccoli schermi. La televisione irrompe continuamente nel corpo dell'immagine quasi nella volontà di rivendicare la sua posizione altra rispetto a quella del film. Essa rappresenta quasi una forma di cancro iconico che corrode e deforma ogni figura trasformandola in una valanga di pixel, confusi e caotici. Il televisore con tanto di video-registratore che sta all'interno del covo degli aspiranti terroristi che popolano il film è malfunzionante, violenta l'immagine riprodotta con una pesantissima rigatura centrale che impedisce una visione piana e pulita del mondo. Quando lo sguardo dei personaggi si posa sull'apparecchio tv, la macchina da presa fassbinderiana è impietosa nella sua volontà di obbligarci a scendere a patti con la sua dimensione di dispositivo. Le immagini tv sono sempre parziali e artefatte, sicuramente contraffatte: è sorprendente, pare dirci il regista con questa decisa scelta di campo, che il pubblico non si avveda della loro falsità e tenda invece a considerarle come estremo baluardo di verità in un mondo di menzogne.
Ma il mondo di La terza generazione non è frammentato solo perchè ammette al suo interno altre fonti di immagini. La realtà del film è estremamente composita per altri e più complessi motivi. Il primo risiede nel suo mettere in scena un gruppo di personaggi estremamente contraddittori, sempre pronti a trasformarsi in Altro da sè come certifica il gran finale carnevalesco dove ognuno indossa una maschera, sdoppiandosi. La contrapposizione tra la propria identità convenzionale (quella riconosciuta dallo stato) e quella che è forse la più vera, quella che si rivela al coperto di una maschera si fa, sotto le mani di Fassbinder, metafora sfuggente e ambigua di un intero clima culturale. Nel carnevale ognuno è se stesso ed ogni verità viene sovvertita. Sotto la maschera può nascondersi il vicino di casa o un terribile attentatore. Anzi, forse il vicino di casa è proprio l'attentatore. E' sintomatico così che, seguendo Il caso Katharina Blum, La terza generazione si svolga in parte durante il periodo di carnevale. E' durante una festa di giovedì grasso, infatti, che la protagonista del film di Schlöndorff incontra il suo amante che si rivelerà un terrorista. Anche in questo caso la maschera cela e rivela; mette a nudo una realtà ingombrante: che anche nella vita di tutti i giorni indossiamo una maschera. Come Katharina che, fino al giorno prima, era un'irreprensibile collaboratrice domestica e diventa, poi, simpatizzante e aiutante di un terrorista in fuga. Il carnevale esalta la dimensione della frammentazione, decentra il mondo, impedisce la possibilità di un approdo concreto ad una qualche forma di certezza.


(Giovanni Spagnoletti, Alessandro Izzi - Nuovo Cinema Tedesco, Dino Audiano Editore. Pagg. 98-99)

Obituary - World demise (1994)




Come on, don't do well
Where I feed the living hearts
I got a torch to light
Feel these smelter fires burn

[Chorus:]
I don't care what they say!
I don't care! I'll do what I want!

I am by your side
Tell me you think what to do
No way, I don't fear
Slow down, follow in my grave

[Repeat Chorus]

Your ways, I despise
Go forth and get with your own kind
We've got fumes to behold
Setting, one size of fortune

Farewell to great friends
These will face the burning sun
Tattoed shadows lifted
Fear not, like the burning plague!

[Repeat chorus]

Bright light the sear his face
Pitfalls twisted
Call me far from now
I survived through all this hell

I DON'T CARE!!!
Don't CARE!!!!!

I really don't care!



Da una band come gli Obituary non puoi mai aspettarti parole che ti facciano riflettere perché i testi sono un complemento della musica e non viceversa. “Gli Obituary cantano il dolore” sintetizzava John Tardy. Qualcuno scrisse che non pubblicarono i testi di World demise perché si vergognavano, fraintendendo completamente la virulenza di quelle foto che impreziosiscono il booklet.
Trovo impossibile non rabbrividire dinanzi a certe immagini. L’uomo che punta una pistola alla tempia di una foca agonizzante è per me una stoccata violentissima ogni volta che apro la confezione del CD.
Mi è stato regalato (?) circa quindici anni fa. World demise è la piega ecologista di una band seminale che già si sentiva storica e che dopo il terzo album The end complete (1992) aveva mostrato un certo impaccio a diversificare quel monolitico, austero sound coniato specialmente con la prova di eccellenza, Cause of death (1990).
Per la quarta volta nei Morrisound, il quintetto di Tampa nel ’94 opera dunque la sua prima e significativa virata verso un sound sempre muscolare e Obituary, ma contaminato da ritmi derivanti da generi musicali diversi, perlopiù americani, e fino a quel momento considerati impuri nell’accostamento al metal propriamente detto. Alludo ovviamente all’hip-pop che pur non essendo mai sfacciatamente ostentato (questa no, i puristi non glie l’avrebbero mai potuta perdonare) è evidentissimo in certi riff.
Diciamo pure che gli Obituary per scampare al massacro della critica (che in ogni caso era inevitabile) hanno camuffato il loro cambiamento metallizzando le loro influenze più orecchiabili in una miscela veramente molto accattivante che non ha perso la rabbia degli esordi.
Don’t care è uno dei pezzi insormontabili e inattaccabili anche per i fan più oltranzisti che hanno bollato come sacrilego un disco che non suonava più death metal come quel genere “doveva essere”.
Gli assoli di Allen West invece sono sempre i soliti, acidi e puri.
Donald Tardy considera Cause of death il loro peggior disco perché non ci sono gli assoli di Allen West (che con tutto il rispetto sono annichiliti dal talento mostruoso di quelli realizzati in quell'occasione dal sostituto James Murphy)! Questo tanto per evidenziare cosa significhi essere fedelissimi ad un’impronta.
Beh non consideriamo quelle timide, non riuscite sperimentazioni (?) di Back from the dead (1997) con il DJ (lì si che hanno osato, ma con concreta mancanza di ispirazione), per cui ok, World demise resta l’ultimo bel disco di un gruppo che bene o male ha segnato la nostra infanzia e ormai vive di rendita riciclando penosamente quei riff a distanza di vent’anni, per il palato dei nostalgici (quelli sì che non cambieranno mai).
Il finale della title-track è un gioiello, ma è con Redefine che secondo me si raggiunge l’apice del disco: si sente girare le stazioni di una radio finché non si perviene ad un brano hip-pop il cui motivo viene ripreso dal principale riff del brano degli Obituary che esplode nella sua grandezza, così groove e possente.
Gli altri brani che mi piacciono sono Paralyzing e Solid state.
Il disco si spegne nella seconda parte (un po’ ripetitiva) fino al bel pezzo finale, Kill for me, se non altro coraggioso per la presenza di ritmi tribali e famoso perché al termine si sente (inspiegabilmente ?!) qualcuno che orina allegramente nella natura prima di un canto africano.
Un disco non ragguardevole ma un solido esempio di quel che il death metal più old school cercava di diventare nel periodo di maggior inflazione e per molti versi, di crisi.
John Tardy timbro unico e inimitabile.

Pill 23

Leggo Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet. Sfrontato e egoista, ma anche tenero e post-adolescenziale come All'ombra delle fanciulle in fiore di Proust o Novembre di Flaubert, da cui raccoglie anche l'uso della metafora per descrivere i movimenti interiori.


Quando non vi sono legami solidi, per perdere di vista una persona basta un appuntamento che vada a vuoto una volta. A forza di pensare a Marta, ci pensai sempre meno. Il mio spirito faceva come fanno gli occhi colla tappezzeria della nostra camera. A forza di vederla, non la vedono più.

Cosa incredibile! Avevo perfino preso gusto al lavoro. Non avevo mentito come avevo temuto di fare.
Quando qualche cosa, che veniva dall'esterno, mi obbligava a pensare meno passivamente a Marta, ci pensavo senz'amore, con la malinconia che si prova per quello che avrebbe potuto essere. << Bah! >> mi dicevo, << sarebbe stato troppo bello. Non si può contemporaneamente scegliere il letto e coricarvisi dentro. >>

Il servo (di Joseph Losey, 1963)




Lo voglia o no, non sfugge alla sua sorte:
la schiavitù sessuale è la più forte.
Dice: "Non riconosco né vangeli né codici".
Il mondo è suo dominio incontrastato.
Dice: "Chi vede donna è già spacciato
e intorno a me non ne voglio vedere".
Parli pur finché vuole, ci ricasca:
è appena scesa notte, e già cavalca.

(Bertolt Brecht)

Nell’anno in cui Mario Bava nei 'Tre volti della paura' eleva la “goccia d’acqua” al fastidioso, incessante elemento di graduale ma implacabile senso di un orrore in divenire, Losey utilizza lo stesso escamotage per rappresentare l’incombere del rovesciamento della logica borghese: ognuno è schiavo di qualcosa, persino il padrone sotto un’altra prospettiva può divenire tale.
Hugo sovverte la forma di potere costituita sul “tutto è dovuto” aggredendola ferocemente alla gola della propria debolezza e instillandone una nuova.
Magistrali gli specchi deformanti, le allusioni sessuali, la claustrofobia di interni ossessivi e soffocanti.
La casa è parte integrante di questa rivoluzione domestica: attesta lo sgretolamento della coppia borghese e la formazione di nuovi scabrosi equilibri.
In ogni ribaltamento della logica è insita una deflagrazione perversa e affascinante.
Susan stessa è trascinata da questa duplice identità dell’inesplicabile che si manifesta sulla sua pusillanimità.
Se Hugo è la mente, Vera è il corpo della trasformazione.
Tony, agonizzante, la vittima della “rivoluzione”, priva degli strumenti per identificarsi e dunque reagire nel Nuovo Ordine.

La guerra è dichiarata (di Valérie Donzelli, 2011)




Attesa spasmodica di conoscere un responso di vita o di morte, nell’incrinatura dell’incertezza che annienta tutto il marginale che c’è.
Visioni laiche ma non troppo di fronte al ricorso ad un paragone eloquente tra guerra privata alla malattia e guerra in Iraq.
I parametri del dolore intimo e collettivo si modificano inevitabilmente nel corso della vita, suscettibili al peso che attribuiamo all’evento che infrange gli equilibri canonici.
Il film racconta l’importanza delle figure esterne ma di supporto come famigliari e amici nei momenti delicati.
Il pudore e l’anticonvenzionalità della risposta emotiva agli eventi stressogeni che reputiamo di fondamentale importanza per la nostra vita possono essere vissuti e trasmessi agli altri anche con altre modalità, ovviamente, ma la regista non si arroga il diritto di decretare quale sia la strategia più funzionale.
I due protagonisti vincono la loro guerra personale, guadagnano una vita sacrificando il resto. Perdono la propria unione.
La Donzelli è ispirata, il tema le è caro, sembra, molto più che ad una regista e sceneggiatrice che intende raccontare “una” storia. Assieme a Jérémie Elkaïm ('Polisse') rappresenta la sua storia, con impeto, coraggio e un briciolo di nonsense.
Lo stile tuttavia non conquista in toto, tra crudo esame di realtà, voci off che strizzano l’occhio a certi canovacci narrativi della Nouvelle Vague a cui si accompagnano stacchetti da videoclippone che fan tanto sprazzo di modernità.
Insopportabile l’intermezzo cantato (devo ancora capire cosa significhi “adoro il tuo culo quando bevi”) così come i movimenti sincronizzati dei protagonisti, tali da indicare modalità di reazione comune al peso di un’attesa. Se il tentativo è (e, dannazione, è!) di sprigionare compartecipazione, malgrado la sincera e a tratti travolgente spontaneità il film risulta dunque scarsamente empatico vittima probabilmente di un eccesso di volontà di discostarsi dalla retorica. Tutto ciò è paradossale, ma il film trabocca di forzata originalità che sa tanto di sconfinamento nell’ostentazione.
Fin dall’inizio stride la scelta simbolica dei nomi, sorta di simbiosi etimologica tra chi ha scritto “nel sangue” del ricorso tragediografo che è destinato a soffrire perché può sopportarne il peso.
Inoltre rispetto ma non condivido le reazioni al dramma e al sospiro di sollievo (tanto in un verso quanto nell’altro).
Quando tre anni fa è uscito 'Lo spazio bianco' (che assomiglia molto al film in questione) la reazione di critica e pubblico è stata tiepida, eppure trovo la pellicola della Comencini più riuscita.