Sister (di Ursula Meier, 2012)




Il termine "sorella" che identifica il rapporto ambivalente che vige tra i due personaggi principali indica senz'altro uno dei temi-chiave, tuttavia il titolo originale "Il bambino dall'alto" si focalizza sul vero protagonista, Simon, e preconizza il quotidiano andirivieni di questo bambino dalla stazione sciistica al quartiere di case popolari in cui vive, che rappresenta il motore narrativo del film, fungendo come vedremo da metafora sul suo ruolo all'interno dello sgretolamento affettivo ancor prima che sociale (famigliare, innanzitutto).
L'enfant d'en haut è un film sull'indifferenza rispetto alla confusione dei ruoli; descrive uno scotoma affettivo tanto tangibile quanto sfuggente, e l'analisi è lungi dall'essere artificiosa o forzata entro sterili canali di denuncia.

Simon è un ladruncolo ma ha dodici anni. Procaccia denaro e cibo per sua madre, che considera come una sorella, perché lei non è mai stata una madre per lui. Lo scarto d'età è tale che agli occhi degli altri questa "vergogna" può essere camuffata come un rapporto che implica una condizione di "normalità". E' la bugia che la madre ha sempre inteso portare avanti e il messaggio di cui il figlio si è sempre dovuto far da portavoce, innocentemente complice. La scissione è già consistente. Ma non il film non racconta questo. Alza il tiro, calibrando e resettando il campo d'indagine, attraverso una reiterazione che conduce sempre allo stesso punto, che gradualmente aumenta il tasso emotivo a livelli esplosivi, con intelligente architettura. E questo nodo cruciale è la ricerca d'affetto, che si fa struggente man mano che i minuti passano, che i rifiuti aumentano, che lo scotoma a cui si alludeva diviene più esteso, coinvolgendo tutti.
Da quando i fratelli Dardenne hanno escogitato per 'Rosetta' l'artificio narrativo che presupponeva di evitare di alludere alla figura del padre della protagonista, chi ha studiato per seguirne le orme ha scoperto che la potenza di un film di questo taglio scaturisce dalla "compressione narrativa".
Non importa come e quando Louise si siano ritrovati in quella situazione. Il focus è il distacco emotivo, non tutelare.

L'incapacità dell'adulto di comprendere la solitudine del bambino. Il cuoco, ricettatore di sci, considera Simon un bambino o un adulto a seconda del proprio tornaconto. Quando si trova dinanzi un bambino ancor più piccolo di Simon, s'adira come se per lui fino a quel momento l'età avesse costituito un "problema morale".
E' l'emblema di una coscienza adulta (?) che viene a galla saltuariamente, repressa in concomitanza dell'appagamento del profitto individuale.

Ladro o bambino? Così difficile accomunare le due condizioni nella loro vera natura, ossia in una forma più complessa? Quando Simon viene pubblicamente schiaffeggiato da un adulto a cui aveva rubato effetti personali, la reazione degli altri adulti è sconcertante poiché nessuno interviene. Successivamente lo sdegno aumenta allorché l'adulto in questione giustifica la propria azione (di per sé scorretta: ha schiaffeggiato un bambino abusando della differenza fisica, oltre che d'età) mostrando la refurtiva. Ha guadagnato rispetto e comprensione. Nessuno obietta. La refurtiva è sufficiente. Nessun minimo approfondimento. L'inesistenza della domanda: perché un bambino ruba?

Il rapporto strumentale adulto-bambino mostra una possibile risposta alla mancanza della domanda. Traendo vantaggio dal comportamento disadattivo (secondo i codici sociali) del bambino, l'adulto descritto nel film non solo evita di interrompere quel meccanismo di comportamento, ma lo alimenta distorcendo ulteriormente il significato dell'atto agli occhi del bambino, preservandone la natura adattiva (secondo i codici del bambino).
La ripetitività del canovaccio nasce e si sviluppa di pari passo.
Anche la condotta di Louise nei confronti di Simon è di natura strumentale. Trae beneficio dai suoi furti per mangiare, vestirsi, acquistare sigarette, ritagliarsi uno spicchio di benessere. Si lascia pagare in cambio di dormire accanto a lui.
La sua posizione cambia in seguito al colpo di scena che da "sorella" la svela come "madre".
E' diventata madre probabilmente a quattordici anni. Un'eterna "bambina".
Saperla madre accresce la richiesta di responsabilità da parte sua, e il nostro giudizio inizialmente duro per inerzia, si sgretola esponenzialmente dinanzi alla sua disarmante ingenuità. E' una ragazza incapace di "farcela", immatura per essere sia "madre" che "sorella", "donna" e lavoratrice.
Un monito di speranza: Loiuse cambia col calore di una madre un pannolino. Istinto materno incancellabile? Si rende conto che fino a quel momento si è sempre considerata incapace "a priori" di essere madre?
Ambivalenza dei sentimenti lecita verso questa fragile

La "seconda madre". Il tocco della regista si fa più impietoso e deluso quando descrive quella che Simon ha individuato come "nuova madre" (una rediviva Gillian Anderson). Simon l'ha sognata così fin dal momento in cui l'ha sentita rivolgersi ai propri figli con l'appellativo di "sweet heart". Egli non è mai stato chiamato così. Il desiderio è bruciante, ma le armi di "conquista" mere fragilità destinate ad essere incomprese.
Dinanzi alla sterilità affettiva dell'adulto Simon ha imparato che per essere considerato deve sborsare del denaro, dunque insiste per pagare il conto per aggraziarsi innocentemente la turista, la cui reazione è comprensibile, ma isolata e superficiale. A lei, l'adulta, spetta pagare. Ma non approfondisce l'intento del bambino. E quando più tardi lo ritrova, Simon è ai suoi occhi il ladruncolo che ha partecipato al furto degli sci dei suoi figli. "Julienne, Simon, non ha importanza" esclama noncurante davanti alla confessione di colpevolezza del bambino. Un rifiuto netto, intransigente, a cui Simon reagisce con la propria arma, il furto. A cui consegue l'ennesimo rifiuto, stavolta definitivo.

Facendo un passo indietro ritrovo la scena più eloquente del film: l'abbraccio disperato di Simon dinanzi al primo rifiuto della turista (per lui è un disconoscimento della "madre" agognata). E' l'immagine della locandina che lascia presupporre una reciprocità, la fa desiderare ardentemente in quel momento. Viceversa è il simbolo del distacco della figura materna, potenziale, sostitutiva o effettiva che sia.
Una volta ho lavorato con un bambino di tredici anni che aveva una madre anoressica e anaffettiva e un padre psicopatico. Quando ti abbracciava faceva in modo che le sue ossa sporgenti ti penetrassero nella carne fino a causarti dolore fisico. Era il suo angosciato moto di congiunzione per manifestare di essere vivo e qualcuno, qualcosa per le persone che identificava come potenziali specchi di quella ricerca di attenzione che in altri contesti definiremmo persino "morbosa".
E' il medesimo abbraccio del "ragazzo con la bicicletta" dei Dardenne. In quel caso corrisponde una risposta affettiva, un'aperta messa in discussione. Qui no.

La solidarietà tra bambini. Quando Louise viene rinvenuta riversa a terra, probabilmente ubriaca, i bambini si coalizzano per riportarla a casa, di peso. Come nei 'Viaggi di Gulliver', "grandi" e "piccoli" si mescolano e rovesciano.
Nel mondo dei suoi pari, Simon è finalmente rispettato e aiutato. Si tratta di un "mondo parallelo" in cui tutta l'adultità di cui è in possesso viene riconosciuta. E quando ha bisogno e chiede all'amico del cibo, quest'ultimo non ha alcuna necessità di chiedere l'approvazione dei genitori. "Semplicemente", torna da lui con un pacco di pasta.

Proliferano i figli dei Dardenne. Orso d'argento a Berlino che non fa una grinza. Il film è potente, struggente, delicato e spietato. Coesistono rabbia e rassegnazione, ma anche un timido anelito di speranza talmente lieve da poter essere colto solo con la sensibilità richiesta.
Dopotutto la Meier non sembra preoccuparsi troppo della risposta, quanto del fenomeno, giustamente. Nella parte finale amplifica la solitudine contrapposta alla libertà con una serie di campi lunghi che hanno come sfondo i monti imperiosi che si ergono sulla valle e su Simon, un "puntino" in movimento perenne.

Quando non sembra esserci via d'uscita, al cospetto di quei monti insormontabili e annichilenti l'immagine conclusiva, certo ambivalente, lascia uno spiraglio di luce.
Le mani sul vetro di entrambi sono distanti ma idealmente congiunte, unione d'intenti. Louise ha avuto il pensiero di vagare in cerca del figlio. Si è preoccupata.
Scopriamo quindi che un'apparente banalità, la considerazione, è diventata la primordiale ancora di salvezza.

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