Machine Head - The more things change... (1997)




Secondo una naturale consequenzialità le aspettative elevate per il secondo album dei Machine Head sembravano più che lecite: Burn my eyes infatti è stato a conti fatti uno degli esordi più venduti nella storia della musica estrema, e la band californiana aveva infiammato le platee statunitensi e oltreoceano con una serie di live maestosi, ripagati da un calore straordinario (si veda a tal proposito il live ad Eindhoven del ’95).

Tuttavia The more things change... è stato e resta l’album della discordia, il classico disco maledetto che più o meno ogni band di successo annovera nel suo campionario.
Il discorso non investe tanto la qualità, giacchè resta oggettivamente uno dei dischi più ispirati, quanto gli elementi dissonanti che hanno gravitato prima e dopo la sua uscita.

Innanzitutto la vicenda legata all’uscita dal gruppo di Chris Kontos. Il talentuoso batterista nel 1995 si è ammalato di un male transitorio mai ben specificato che lo ha portato ad interrompere l’attività. Sembra che Robb Flynn si sia imposto per non procedere con un session (Will Carrol), per cui Kontos è uscito dal gruppo in breve tempo. Fatto fuori nella sua versione dei fatti. Le due parti si sono lasciate malissimo. Sulle riviste di mezzo mondo la notizia appetitosa è stata calcata in tutti i modi. Kontos ha rilasciato interviste al vetriolo che probabilmente avrebbe anche potuto risparmiarsi, al di là della comprensibile amarezza, affermando nel proprio impeto rabbioso che Flynn pretendeva che nelle foto ufficiali tutti assumessero pose da bulli sul modello Biohazard.
Ci piace ricordarlo così, col cappello Oakland e la faccia da duro a pugni chiusi, con tutta l’aria di chi accetta le direttive della band non certo controvoglia.

Kontos è stato sostituito da Dave McClain, solido batterista con una lunga gavetta alle spalle (tra l’altro ha militato negli storici portabandiera del thrash Sacred Reich), che vantava un’amicizia lunga ben diciassette anni con Logan Mader. Già, Logan, il secondo nervo scoperto dei dissapori intestini al gruppo. Sembra che i rapporti con Flynn si fossero già incrinati prima dell’uscita di The more things change... .
Dopo il tour seguente anche lui è uscito dal gruppo lasciando alle spalle una scia di polemiche ancora più veementi di quelle scaturite dalla dipartita di Kontos.
Dal 1998 all’agosto del 1999, anno di uscita di The burning red, scandaloso terzo album del gruppo, sulle riviste non si parlava d’altro quando s’accennava ai Machine Head.
Nel comunicato ufficiale il tono del gruppo è a metà tra l’affetto (un rispettoso quanto convenzionale Stay strong finale) e il biasimo. Mader rilanciava lamentandosi nelle interviste dell’ipocrisia di Flynn, mentre quest’ultimo si difendeva accusando l’ex chitarrista di essere un poser che voleva a tutti i costi suonare a petto nudo ad ogni concerto.
Nel mezzo di queste polemiche ridicole e infantili restano due dati di fatto inequivocabili: Logan Mader non era affatto un cattivo musicista ed ha contribuito nel contrassegnare significativamente la prima parte della carriera della band, a differenza del suo immediato successore Ahrue Luster (solo a ripensarci sorrido); non ha avuto molta fortuna come musicista (credo che a parte il ruolo da comprimario nel primo disco dei Soulfly non abbia fatto molto; aveva fondato un proprio gruppo, i Medication, senza molto successo) ma come produttore è divenuto un punto di riferimento importante per molti gruppi e credo che ancora oggi sia impegnato con successo in tale attività (ha tra l’altro prodotto l’ormai penultimo disco dei Gojira).
Flynn ha dichiarato che aveva scritto il testo di Devil with king's card (sul terzo album) pensando a Mader, per poi stravolgere le parole.

Dal momento che piove sempre sul bagnato, poco prima dell’uscita di The more things change... si è verificato anche un incidente stradale che ha coinvolto la new entry Dave McClain e Adam Duce: quest’ultimo si è disintegrato il ginocchio e si dice che nella celebre foto promozionale in chiaroscuro della band Duce portasse ancora le stampelle.

Tutti questi fattori hanno ritardato un po’ l’uscita del disco, che quando ha visto finalmente la luce nel marzo del 1997 ha diviso la critica. Ancora oggi credo che i pareri negativi siano superiori a quelli positivi. Una parte s’è ricreduta dopo i due album seguenti, mentre c’è chi ha sempre amato TMTC quasi quanto Burn my eyes, e di questa schiera faccio parte anch’io.

La cristallizzazione dei ricordi dell’adolescenza crea una determinata aura attorno alla musica che abbiamo ascoltato, influendo su una valutazione critica che fa seguito a distanza di anni.
Razionalmente ritengo The blackening, penultima grandiosa fatica del gruppo, come un’opera superiore a TMTC.
Tuttavia se prendessi tra le mani i due CD e ne dovessi inserire solo uno, propenderei senza rifletterci un secondo di più per The more things change... .
Salterei come di consueto alcuni brani che non ho mai digerito, come la soporifera e priva di sbocchi Down to none, ma ad ogni (ormai raro) ascolto un fremito mi scuote.

Il disco non ha avuto molto successo perché ritenuto un po’ più orecchiabile e meno creativo del debutto. Ed effettivamente i due singoloni, ancora una volta le prime due tracce del lotto, non sono comparabili all’accoppiata Davidian-Old. Qualcosa di ruffiano caratterizza quei ritornelli, mentre le note positive sono senz’altro le linee vocali ruvide di Robb Flynn e l’assolo di Logan Mader in Take my scars.
Già, gli assoli, altra nota dolente. Seppur come sempre di ottima fattura (assolutamente non sul piano tecnico, ma melodico) sono appena sei in tutto il disco. E per un gruppo come i Machine Head costituiscono un numero esiguo. Le ultime tre uscite discografiche hanno ripreso la filosofia di Burn my eyes anche in tal senso. I Machine Head nel loro groove cazzone, antipatico e alla moda, hanno per natura una componente heavy-metal. The more things change... prova ad essere qualcosa di diverso senza avere una forma ben definita, nel suo complesso.
Un altro pezzo che non sopporto è Blistering, non ha nessun sapore.
Quando si tratta di pestare invece il gruppo osa moltissimo, ma non sono altro che due singulti: Struck a nerve e Bay of pigs. Anche in questo caso opero una netta distinzione: Struck a nerve è uno dei pezzi più memorabili dell’intera discografia dei Machine Head. Ieri ho visto un video su youtube di una sua riproposizione dal vivo nel 1997 (lo linko qui sotto) e per poco non mi sono commosso. Headbanging allo stato puro. Un brano di una violenza inaudita, ma anche intelligente, perché sa dosare la forza mediante un intermezzo calibrato che precede il finale esplosivo. Tutto condensato in pochi minuti.
I Machine Head che mi colpiscono sono questi, caustici ma capaci di inventare con estro il momento in cui creare l’effetto contrario, quasi rilassante, in una contrapposizione spesso schematica (A nation on fire, A thousand lies, Violate...) ma efficace. Struck a nerve in verità non rilassa affatto, anzi, è un colpo basso senza se e senza ma. Lascia un segno duraturo difficile da descrivere.
Al contrario Bay of pigs è un assalto che trasmette ben poca sostanza, visto che si smorza in un ritornello fiacco e antipatico, con una rima orribile peraltro. E’ un altro pezzo che salto puntualmente.

Per fortuna TMTC è un disco in cui prevalgono i brani degni di nota e indimenticabili. All’alterna Violate, che ricorda persino i Nirvana, si aggiungono tre brani di indiscusso spessore che hanno da sempre animato i miei pensieri e allettato le mie orecchie: The frontlines, Spine e Blood of zodiac.
The frontlines è stato il primo brano che i Machine Head hanno realizzato dopo la sessione di Burn my eyes. In un’intervista della fine del 1994 Logan Mader afferma che è già pronto (cita anche il titolo) ma che è ancora sprovvisto del finale. Chiosa con un “Tanto Robb s’inventerà qualcosa come al solito”. E infatti il finale è strepitoso, forse il momento più emozionante del disco assieme al finale di Spine.
Ho sempre amato la placidità di Spine, i tempi morti, la calma del preambolo al melodicissimo finale con tanto di assolo. Inaspettata dal vivo mi ha regalato ancora grandi emozioni.
E ultima ma non certo per minor rilevanza, Blood of zodiac. Non ne parla quasi mai nessuno, e in un certo senso strizza l’occhio ai Neurosis di Souls at zero, ma costituisce un'incessante cascata di ricordi piacevoli ed indistruttibili che hanno saziato la mia adolescenza.

Ancora oggi, pur nella sua insita ambiguità, The more things change... rappresenta un disco di valore notevole per me.
Sono in possesso dell’edizione limitata in digipack, fighissima, con tre bonus tracks piuttosto inutili che non ascolto mai.
Ho acquistato la t-shirt relativa nell’aprile del 1999. Ormai grigia, la conservo per i concerti della band.

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