Complesso di colpa (di Brian De Palma, 1975)



Non si tratta del primo ossequio a Hitchcock. Le due sorelle era chiaramente ispirato a Lo specchio scuro di Siodmak ma allo stesso tempo era zeppo di riferimenti a La finestra sul cortile o Psycho.
Il doppio ossessiona De Palma fin dagli anni '70 ed è uno – o forse IL – tema cardine della sua filmografia, passando per Vestito per uccidere, Body double (meglio preservare il titolo originale), Doppia personalità fino a Femme fatale senza dimenticare anche le opere apparentemente più lontane come Carlito's way in cui la riflessione si fa, per così dire, metafisica (è compiutamente un film sulla duplicità dell'esistenza -?- ).
Detto questo, Complesso di colpa è forse l'unico film che saccheggia specificamente un film, Vertigo, riproducendone l'atmosfera sospesa e malinconica attraverso la colonna sonora di Bernard Herrmann, che in precedenza aveva musicato ben otto film del maestro, tra cui ovviamente proprio Vertigo.
La Firenze di De Palma e Schrader ricorda le sequenze dei primi incontri del riferimento hitchcockiano, e in particolare la chiesa del restauro il luogo in cui "spiare" la femme fatale (vedremo in seguito che non è affatto tale) alle prese con la misteriosa contemplazione dell'arte che riflette l'ombra della sua personalità.
Bellissimo l'inciso sul dipinto tornato timidamente alla luce per via dello sgretolamento di quello superficiale. Restaurare quello noto significa occultare definitivamente il secondo, che non vedrebbe mai la luce. Cosa fare? Michael/Mike è d'accordo con Sandra sul preservare l'affresco più in vista. E' un parallelo interessante, a conti fatti.
Ma andiamo con ordine, nel film di De Palma la sosia Sandra è già sosia del passato (Elizabeth), mentre per analogia narrativa nel film di Hitchcock il personaggio della Novak a quel punto è ancora una donna misteriosa vista per la prima volta, che guarda una sosia in un ritratto. Questo è il primo scarto fondamentale per entrare nell'ordine di idee che il film di De Palma non è un semplice remake né tantomeno un deliberato, vacuo saccheggio del Capolavoro del passato, ma una copia adesiva in parte che progressivamente disfa l'originale per reinventare e reinventarsi in nuova forma.
De Palma e Schrader modificano il meccanismo della ripetizione del dramma riducendo all'osso la primissima parte (appena un quarto d'ora) e pompando la seconda, simmetricamente a Vertigo che snocciola suspence perlopiù nella prima vita fino alla prima morte per poi risolvere, spiegare ma rafforzare l'amarezza nella seconda parte (o seconda morte) di minor durata.
Obsession è una digressione metaforica, si riavvolgono i nastri di vita e morte simbolici e reali dei due protagonisti, fino a "triplicare" (per giunta!) il ruolo del personaggio femminile (ex moglie/figlia/nuova moglie) aggiungendo uno strato, contorcendo il significato e esplorandone nuovi, almeno nelle intenzioni. In realtà anche nel film di Hitchcock i ruoli della protagonista erano tre, perché c'era anche l'ombra pesante della bisnonna materna (la donna del ritratto), ma è un dato forse accessorio perché non appartiene, concretamente, né alla prima né alla seconda parte del film. In Obsession ex moglie, figlia e nuova moglie appartengono alle due dimensioni.
Pur preservando l'orchestrazione del personaggio-chiave che si sostituisce ad un apparente "fato" della reiterazione degli incontri tra prima e seconda vita, Gavin in Vertigo, Robert in Obsession (un grandioso John Lithgow, che ha retto quasi da solo l'alterno Doppia personalità), De Palma infatti alterna i ruoli di "subordine" o per meglio dire "dipendenza" tra i personaggi, stravolgendo i ruoli di forza.
Concentrandomi sui ruoli dei tre personaggi femminili, non è da sottovalutare la scelta dell'interprete: Genevieve Bujold è obiettivamente lontana da Kim Novak. E' esile, bruna, paffuta, ha occhi scuri. Non è seducente ma altrettanto vittima prima, poi traditrice, poi nuovamente vittima.
Cambia totalmente la risoluzione: nel nuovo inserto di figlia l'ex Sandra/Elizabeth diviene un personaggio ulteriore, che procede oltre il senso di colpa e della vendetta per raggiungere il sentimento del perdono, che a sua volta è ad uno stadio evolutivo di carattere superiore rispetto ai primi due.
Ama gli specchi, De Palma, e in essi intende trasporre la colpa e la vendetta dei due personaggi principali, che si amano e odiano fino a rincorrersi ed abbracciarsi (forse) risolutivamente. Specularmente meditano e in segreto si rincorrono, alternando il labile confine tra i sentimenti. Sottigliezze meta cinematografiche d'alto bordo se non fosse che tutto appare agli occhi dello spettatore un po' troppo inverosimile e contorto.
In tutto ciò, il socio avido e doppiogiochista viene punito simbolicamente dalle forbici di Dial M for Murder. Lo spettatore ne prende atto e si diverte, pur nella proverbiale drammaturgia ingessata e d'altri tempi di un sempre (eccessivamente) serio (e per quanto mi riguarda borioso) Schrader, che paradossalmente mal si sposa con lo spirito dissacrante del primo De Palma (Body double ne è un buon esempio).
Il finale rappresenta una nuova dimensione, un po' raffazzonata e poco empatica, ma evidente. Michael ha l'intenzione di uccidere ma dinanzi al perdono, al riconoscimento di quel tassello che considerava perduto (una figlia!) si scioglie? La carrellata circolare cerca di rinfrancare questa compartecipazione, ma mi lascia un po' distante. Più che altro ripenso al bacio sulla spiaggia di Body double che richiama a sua volta la carrellata circolare del bacio sulla scogliera di Vertigo. Hitchcock torna a martellare il nervo ottico, e De Palma gli concede l'omaggio più evidente, dunque, non prima di aver mescolato le carte a suo piacimento, riuscendo solo in parte a raggiungere il suo scopo.
L'omaggio a Siodmak per Le due sorelle (Lo specchio scuro) era bellissimo, sia tecnicamente (ricordo uno split-screen memorabile) che per ritmo: un film ricco di forti singulti sperimentali. Obsession è un po' meno avvincente. Torno a ripetere che la collaborazione con Schrader m'è sembrata più deleteria che costruttiva. In certi punti il film si prende troppo sul serio sconfinando nel drammone, e a pagarne è la tensione.
L'ultima annotazione riguarda la descrizione degli italiani che è possibile evincere dal film.
Premesso che le sequenze girate a Firenze sono incantevoli e rendono giustizia alla città, connotando adeguatamente il cambio di dimensione narrativa, è impossibile non storcere il naso dinanzi ai numerosi stereotipi sugli italiani che si rincorrono: fantasiosi, fedifraghi, cazzoni, gli uomini, mentre le donne sono romantiche, ingenue e hanno madri che sembrano avere come sola preoccupazione quella di sapere che le proprie figlie si sposino con persone appartenenti ad un determinato inquadramento sociale.

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