Viva la muerte (di Fernando Arrabal, 1971)

Il ragazzo Fando ama sua madre di un amore eccessivo, chiaramente edipico, che alla fine potrebbe portarlo, per istintiva rivalità, a prendere le parti della donna contro il padre. Ma Fando sente, al tempo stesso, oscuramente, che deve rivoltarsi contro sua madre e contro il mondo retrivo e bigotto che essa incarna. Allora, con mezzi drastici e disperati, egli opera una scelta esistenziale. Tra se stesso e sua madre getta la delazione materna, il destino del padre, e, alla fine, la rivoluzione. Si identifica, insomma, con il padre " rosso " ; rifiuta la madre franchista. Lo sforzo durato per ripudiare la madre, lo fa ammalare. (Alberto Moravia)

Alberto Moravia è stato tra i pochissimi, nel nostro cattolicissimo paese, ad encomiare i film di Arrabal e Borowczyk negli anni ‘70. Con spirito critico aveva intuito e forse un po’ invidiato il poderoso mescolamento tra mondo conscio e inconscio che i due registi hanno rappresentato in Viva la muerte e La Bestia, giusto per citare questi due film in cui trovo una certa familiarità. Non voglio certo entrare nelle dinamiche che differenziano surrealismo e panico, ma semplicemente constatare il valore intramontabile che entrambe le pellicole attribuiscono all’esorbitante valore delle pulsioni inconsce, in grado non solo di mescolarsi alla realtà dei fatti, ma anche di perforarla ed inciderla, finanche a sostituirla. Arrabal non ha certo le qualità tecniche di Borowczyk, ma sopperisce alle lacune di cineasta (in fondo Viva la muerte è il primo lungometraggio) con una capacità narrativa e visiva fuori dal comune. Trasmuta reale e interpretazione viscerale/simbolica con una pregnanza di significati tale da rendere la visione tutt’altro che ostica, malgrado ricorra a particolari talvolta stomachevoli. Genera un disgusto autentico con l’assonanza di ribrezzo visivo a sensazioni simili evocate dallo schema convenzionale del potere costituito, rappresentato nelle sue gerarchie sociali (la madre e la zia all’interno del nucleo famigliare; il prete e i militari al di fuori, tutti convergenti verso un unico scopo). Autobiografico e pertanto autentico, il film è un tumultuoso susseguirsi di immagini reali e irreali che stridono e si intersecano. Dal mondo inconscio il piccolo protagonista attinge alla fonte della legittimità della sua crescita: libertà sessuale, formazione di un pensiero libero e critico, sviluppo del senso di appartenenza. Ciò che il regime soffoca è solo l’esecuzione materiale di un mondo sotterraneo a cui non ha le chiavi per accedere. E’ un mondo che può essere coltivato e in cui Fando puntualmente confida come sola arma di cui servirsi per individuare la propria verità. Non c’è verità reale che corrisponda a verità individuale. L’alter ego del regista individua nella madre la delatrice del padre, ma non è detto che i fatti abbiano seguito tale corso. Anche Arrabal reinterpreta e rimodella la realtà attribuendo colpe a sua madre, che pur non essendo stata la traditrice materiale, sarebbe stata colpevole di aver implicitamente accondisceso con la propria indolenza, evitando di esprimersi. Il regime franchista è l’archetipo di qualunque altro. Le armi utilizzate sono sempre le stesse. Il racconto potrebbe essere ambientato anche in Libia o Algeria. Qui giace l’universale, intrinseco valore di un film che penetra nell’essenziale. Iconoclasta come il sapore della libertà, ma al tempo stesso oppressivo nella cruda rappresentazione della violenza di chi detiene il potere. Potere allegorico notevole agevolato da una messa in scena di esterni brulli e aridi. Resta una lunghissima serie di immagini concatenate che sanno di capolavoro imperituro. Federico Garcia Lorca non solo fucilato come “rosso”, ma anche vilipeso come poeta e omosessuale, diviene il simbolo dell’avversione alla cultura e al sesso che il film con lucida follia attacca ferocemente.

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