Verso il sud (di Laurent Cantet, 2005)


Haiti, fine anni ’70. Per realizzare il suo film più intimista Cantet individua un contesto ben definito, lo sviscera quanto basta senza ricostruzioni artificiose improduttive perché è vero che questo regista filma documenti, ma non è documentaristico, intende giungere all’analisi di temi più specifici raccontando l’integrazione o la mancanza di integrazione, a seconda dei punti di vista.
Per giungere a ciò dapprima espone il problema globale, evidentissimo, del potere annichilente del denaro, con le sue logiche schiaviste e corruttive in grado di far marcire le persone, il tessuto socio-culturale, persino l’ambiente. Successivamente però si concentra su una categoria anomala di “turiste sessuali”, ossia quella delle donne. Le racconta e le fa raccontare con una serie di monologhi inseriti nel canovaccio, progressivamente (stile ‘Passione’ bergmaniana), come a rendere conto di una confessione allo spettatore in prima persona che a sua volta ne accompagna una seconda, “involontaria”, che si radica in ogni incontro con i ragazzi del luogo, indipendentemente che sia di natura sessuale o una semplice passeggiata.
In questo incrocio selvaggio e anomalo di razze, costumi, condizioni differenti economiche e politiche, si propaga un sentimento denso e ambivalente. Con raro tatto e confidenza Cantet mostra una fragilità seduttiva tanto delle donne quanto dei ragazzi. Ciascuno specchia l’altro in un gioco di rimandi, e nella povertà del proprio quotidiano ognuna delle due parti garantisce all’altra uno spicchio di evasione, un rifugio.
L’albergo è il crocevia che li accorda. Rappresenta un mondo a parte in cui le donne hanno finalmente trovato chi le sappia cullare, sentir vive, lontane dalla sofferenza, l’alienazione, la frustrazione del quotidiano. In egual misura i ragazzi in quel posto hanno individuato il rifugio da una città che oltre alla povertà nasconde una violenza potenzialmente esplosiva in ogni frangente, un pericolo costante con cui sono costretti a convivere. Ma non è in fondo la violenza generata da una dittatura che pone le proprie basi su un potere costituito con la forza del denaro?
Cantet dunque intende scuotere facendo riflettere sull’ambiguità di situazioni in cui si mescolano indistintamente fattori differenti. Difficile trovare il bandolo della matassa perché ci sono molte possibili risposte che ruotano attorno ad una descrizione vera e sentita della sofferenza ma anche di una singolare forma di calore, che per quanto ambivalente esiste ed è frutto di un contatto disperato tra persone.
Il motivo per cui Legba viene ucciso è lasciato nel vago perché non interessa, conta piuttosto focalizzarsi sulla profonda ferita che la sua perdita lascia nella costruzione immaginifica di Ellen e Brenda.
Astiosa e tutt’altro che solidale, la prima è il personaggio ritratto con più fervore. L’ottima interpretazione della solita grande Charlotte Rampling connota una donna antipatica che tuttavia suscita anche un certo grado di tenerezza nel momento di confidenza finale con Albert.
Brenda è più fragile, complessata e insicura, idealizza il proprio amore in termini più esclusivi e ingenui, la sua componente distruttiva è esclusivamente auto diretta e non è capace di rancore.
Più in ombra il terzo personaggio femminile, quello di Sue, la londinese, che funge da raccordo tra le persone e le situazioni. Vive con maggior distacco il legame con i ragazzi dell’isola, ciò potrebbe prefigurare un rapporto più “strumentale” e opportunistico ma non è così, semplicemente non è la protagonista e resta sempre in secondo piano.
Alla morte di Legba il sentimento di rivalità già affiorato tra Ellen e Brenda, o meglio di ostilità di Ellen verso Brenda, si acutizza perché entrambe lo amavano, e proprio in virtù della loro diversità paradossalmente le due donne trovano un punto di contatto, ma non di confronto. Nel momento della morte del ragazzo quel mondo a parte costituito da incontri come concretizzazione di un desiderio del tutto in attualizzabile altrove, tutto si sgretola. Eppure per le donne da una prospettiva la ricerca non è esaurita. Dopotutto hanno sempre la possibilità di cambiare, di replicare muovendosi e pagando. Verso il sud fin dal titolo indica un movimento, una ricerca che si compie da un luogo verso un altro, ma ciò riguarda solo le donne, non tanto i ragazzi che sono vincolati al loro passaggio, né tantomeno il protagonista centrale del film, Albert. Osservatore silente, egli è la personificazione dell’albergo, un testimone immobile destinato a conservare la memoria di segreti condivisi tanto quanto quella di un’isola che marcisce nel tempo divorata da logiche a cui si è adattato con mesta rassegnazione.
Una moltitudine di elementi che si snodano e intersecano dunque, ma il connubio tra politica e sentimenti non si amalgama quanto nelle pretese, e nonostante tutti gli sforzi analitici il film risulta leggermente freddo sul piano emozionale.

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