Pill 20

Sono finlandesi e vantano ormai vent’anni di attività. Pressoché sconosciuti, gli Skepticism hanno contribuito ad evolvere il genere doom e hanno posto le basi per un genere definito, a distanza di cinque o sei anni dalla sua nascita, come funeral. Per diversi anni non hanno pubblicato che tre foto (una tra gli alberi di una foresta in cui sono tutti più o meno distinguibili - nelle altre due, apparse sui booklet del loro album d’esordio Stormcrowfleet e di Lead & Aether, appaiono più come entità) e non hanno suonato dal vivo. Hanno realizzato uno dei brani più lenti della storia della musica (in due versioni differenti) e introdotto nel genere doom l’utilizzo persistente di una tastiera che riproduce il suono dell’organo. Nelle loro rare interviste dichiarano che la loro principale fonte d’ispirazione sia la Natura, allontanandosi fin dagli esordi dal contaminato mondo doom malato, suicida e disperato, in una parola antropocentrico. Gli Skepticism non esprimono dunque la disperazione di altri epigoni del genere falcidiati da reali tragedie quali Worship (alludo ovviamente alla prima formazione col compianto Mad MaxLast vinyl before doomsday), Funeral o Abandon, piuttosto meditazione a contatto con la Natura. Il vero significato della solitudine. “Heard silence” recita uno dei passi per me più memorabili delle loro liriche non corrispondenti a quanto generato dalla voce del loro cantante, flusso che accompagna il suono del silenzio. Scrivere per descrivere non la disperazione, dunque, ma l’altra faccia di un genere stereotipato e non bistrattato. Una band sempre uguale unicamente a se stessa che ha unito lunghi periodi di inattività al silenzio di chi realizza qualcosa solo nel momento in cui ne sente sinceramente il bisogno. Spalleggiata fin dagli albori da un’etichetta altrettanto misconosciuta e oscura, la Red Stream, che evidentemente ne condivide al 100% le motivazioni. Al cospetto della maestosa musica di questa band abbiamo uno degli esempi più puri di chi compone musica specchiandosi dentro. Non sono tecnici e non ne hanno bisogno, ma eccellenti quanto basta per innalzarsi oltre il muro eretto da chi suona altro. Geniali e profetici a tal punto da generare una serie di figli minori sparsi ovunque nel mondo, persino in Arabia Saudita. Ascoltando Towards my end, l’introvabile 7’’ di debutto risalente ormai a vent’anni fa, ci si imbatte in un gruppo death/doom. Due brani certo per lo più cadenzati ma molto chitarrosi. Sembra di ascoltare gli Abhorrence o nei tratti più accelerati persino i Demigod di quel periodo. Poi è accaduto qualcosa. L’uscita del lovecraftiano demo Ftagh-nagh Yog-Sothoth dei conterranei Thergothon ha influenzato notevolmente il cambio di registro vocale, l’uso della chitarra e della batteria. Eppure in un intervista del 2000 gli Skepticism citano come band fondamentale per la formazione del loro sound gli altri connazionali Unholy, di cui oltre all’esordio From the shadows (1993) occorre citare i due bellissimi demo Procession of black doom (1990) e Trip to depressive autumn (1991). Aeothe Kaear (1994) è l’unico demo rilasciato dagli Skepticism e assorbe in parte le caratteristiche delle due band citate, introducendo un tratto fondamentale e distintivo come l’ ”organo” (come scritto si tratta di una tastiera che ne emula il suono). Una novità anche rispetto a quanto i Thergothon affermavano nello stesso anno nel loro primo e ultimo (salvo ristampe varie) album prodotto, il più acclamato Stream from the heavens. In comune come detto ci sono timbro vocale, chitarra zanzarosa, batterista quasi sadomaso nel continuo non incrementare un ritmo ancor più cadenzato di una marcia funebre (salvo sporadiche eccezioni – si ascolti la celebre The everdarkgreen), e un bassista nullo, nel senso che il basso è uno strumento pressoché inesistente nella discografia della band (a parte il primo EP non c’è mai stato un bassista di ruolo e le rare linee di basso – che contrariamente a quanto molti pensano a volte sono presenti eccome – sono state eseguite dal chitarrista). Infine ma non meno rilevante tra i tratti familiari tra i due gruppi c’è una produzione di basso rilievo - vero tallone d’achille, mi piace pensare, piuttosto che considerarlo come contributo ad un’aura true che probabilmente non dispiacerebbe a qualche band dedita al black metal, ma che viceversa non credo proprio i due gruppi in questione abbiano mai ricercato. La prima volta che ho letto il nome degli Skepticism è stata nell’ottobre del 1998; su un magazine italiano figurava un trafiletto dedicato ad Ethere, il secondo lavoro del gruppo (in realtà era uscito diversi mesi prima...). M’incuriosirono sia la copertina che l’aggettivo cinereo dedicato al suono di questo gruppo doom. All’epoca non ancora veniva coniata l’etichetta funeral. Circa un anno e mezzo più tardi, navigando sul mitico portale doom-metal.com durante le ore buca al liceo, cominciai ad approfondire la loro conoscenza leggendo alcune recensioni dello staff, e la mia relativa smania di ascoltarli crebbe ulteriormente. Era possibile ascoltare i primi 30 secondi del brano The march and the stream; assurdo pensare quanto quel frame possa aver avuto un impatto tanto incisivo sul mio modo di concepire la musica. Equivaleva ad una misura maggiore rispetto ad un mero gioco esistenziale teso a scovare la band più lenta del pianeta. Quei 30 secondi sono corrisposti né più né meno a quanto mi fossi prefigurato leggendo le parole di Kostas Panagiotou e dei suoi collaboratori. In quei mesi è nata la definizione di funeral doom e credo proprio che sia stata coniata da qualcuno appartenente allo staff di quel sito. Dopo aver gradualmente scoperto gli album fino ad allora prodotti (fino ad Aes), e seguito di pari passo l’uscita dei tre lavori seguenti sempre con la medesima dose di entusiasmo (specie in occasione di Farmakon, ma in seguito scriverò più dettagliatamente a riguardo), trovo che le occasioni per ascoltare questo gruppo siano realmente poche ma sempre di grande intensità e valore. Non è musica inaccessibile, ma neppure paragonabile ad altra ad uso e consumo quotidiano. Richiede riflessione e concentrazione. Meditazione e contatto con la Natura. Spazi aperti e poco frequentati. Allora tutto sembrerà simbiotico e per questo da brividi. Prima della pubblicazione delle foto e dei video dal vivo, quindi non prima di sei o sette anni fa, ho cercato di immaginare chi si celasse dietro quegli strumenti. Congetturavo un uomo seduto dietro ad un organo, con tanto di canne d’ottone, benché sia stato sempre evidente che condurre un vero organo in uno studio di registrazione non fosse impresa così semplice. Ma non ero mai riuscito ad immaginare Matti, il cantante. Appariva come il respiro della Natura. E forse è realmente tale.

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