L'avventura (di Michelangelo Antonioni, 1960)


Ho rivisto L’Avventura di Antonioni a distanza di molti anni. Stesse sensazioni di gelo e orrore. Sandro è uno dei personaggi più vuoti, meschini, inconsistenti e superficiali che io abbia mai visto rappresentati sul grande schermo, come del resto tutti i protagonisti maschili dei tre film successivi del regista ferrarese.
Bisognerebbe finirla una volta per tutte di etichettare questi quattro film (fino a Deserto rosso, passando per L’eclisse e La notte) come opere sull’incomunicabilità.
Quando ero ragazzo trovavo opportuno questo marchio al fine di identificare questo sentimento in un percorso in fieri, personale e parallelo. Oggi ritengo di avere la maturità per percepire trame più complesse nell’ambito del disegno di quella manciata di personaggi.
Sandro contamina Claudia, e lei si lascia contaminare.
La ricerca di Anna avrebbe potuto trasformarsi in un contiguo percorso di ricerca interiore; piuttosto risulta una sorta di scappatella, lontana da tutti. Non c’è la minima condivisione della perdita, né calore.
L’uomo ha sempre l’opportunità di cambiare anche nei film di Antonioni, tant’è che inizialmente Claudia rifugge Sandro. Forse ha l’immaturità di non saper attribuire un nome a quella sensazione di disgusto che le si insinua dentro, ma l’accarezza per un po’. Quella è la sensazione di umanità.
L’idea di questo passaggio transitorio della sceneggiatura (corrisponde al momento in cui Claudia s’impone affinché Sandro scenda dal treno su cui viaggia) illude lo spettatore. Fin dall’inizio quest’ultimo aveva solidarizzato con Claudia, confidava in lei perché appariva come la sola ad essere nelle condizioni di poter interrogare sé stessa e gli altri con lo scopo di smantellare quel sistema rigido e ottuso di convenzione borghese.
Viceversa Claudia muore nel momento in cui cede alla lusinga del conforto. Non si nutre del proprio smarrimento costruttivo scambiandolo per un vuoto esistenziale. E lo colma con l’illusione dell’amore di e per Sandro. O crede di colmarlo.
Il film indica quanto certi personaggi appartenenti ad un sistema socio-culturale ben distinto non abbiano idea di quanto sia essenziale per vivere porsi la domanda, soffermarsi. E lo allarga a tutti. Per Antonioni la cellula borghese con i suoi stereotipi di pensiero ammala l’intera società.
La tragedia, presunta o tale, e in ogni caso lo smarrimento di una persona dovrebbe scombussolare la dimensione affettiva, mantecare il ricordo. Viceversa per i personaggi del film nulla cambia. Si dimentica immediatamente. La ricerca della verità è superficiale perché il legame che ciascuno aveva con Anna era superficiale.
Ella si è egoisticamente auto-espulsa dalla superficie? Non ha importanza. Allo stesso modo nulla vieta di ritenere che sia davvero scivolata e annegata. Non cambia il risultato.
Le persone metabolizzano in fretta, troppo in fretta. Il padre ad esempio sembra non avere altra preoccupazione se non la certezza di escludere che si sia trattato di un suicidio, perché sarebbe contrario ai dogmi cristiani. E’ lo stesso padre che nell’incipit del film rinfacciava alla figlia di lasciarlo solo. Dunque nella natura borghese anche il rapporto padre-figlio si iscrive in un ordine di apparenza e somiglianza. Il vero amore filiale è sostituito dalla priorità della facciata.
Tornando agli altri personaggi, nessuno si chiede concretamente perché Anna si sia potuta allontanare. Nessuno si mette in discussione.
Ciò che più di ogni altra cosa agghiaccia sono le parole di Claudia, quando confessa che nel giro di soli tre giorni è passata dal terrore che all’amica accadesse qualcosa di male a quello che quest’ultima sia viva!
Se gli altri esseri umani con il solo fatto di esistere minacciano implicitamente la nostra esistenza, in noi c’è qualcosa di sbagliato e aberrante. Significa che non abbiamo la consapevolezza del valore degli altri e di conseguenza non siamo più degni di definirci esseri umani. Claudia riesce ad esprimere questa sensazione ma non è altro che un lampo di lucidità, prima di rientrare nel calore della convenzione. Quella stessa rassicurazione che compie nei confronti del (recidivo) fedifrago Sandro in un finale lapidario. Quel gesto ponderato per qualche istante e poi compiuto rappresenta il cedimento alla sconfitta, alla maschera.
Facendoci accapponare la pelle con una rassicurazione superficiale, Antonioni ha realizzato in quella scena la punta di un iceberg che lentamente ma altrettanto inesorabilmente è stato capace di sbriciolare il nostro senso di vera rassicurazione. Il regista con questa sua opera ha inciso una delle pagine più significative nel complesso del rapporto tra finzione del Cinema e messa in discussione dei nostri personali parametri di esseri umani.
L’Avventura è anche un film che racconta come l’uomo prima o poi sia chiamato ad attribuire un sensato, lecito, equilibrato valore alla perdita. Certamente non ha la spregiudicatezza di dosare il limite labilissimo entro il quale soffermarsi, non è questo il suo obiettivo. Semmai attraverso una reiterazione di comportamenti nauseanti dei propri personaggi distrugge la loro opera distruttiva del ricordo.
I suoi personaggi infatti si lasciano inghiottire dal tempo volontariamente e edonisticamente, adattandosi unicamente alle contingenze secondo una concezione barbara di vivere in un eterno presente che non contempla un immediato passato.
In quest’ottica la loro natura camaleontica è improntata unicamente alla propria conservazione. Ai propri occhi e a quelli degli altri non deve cambiare il proprio aspetto. Una sentita, vera presa di coscienza disintegrerebbe l’inconsistenza di un mancato processo evolutivo. Di conseguenza giunge un momento in cui la loro personalità è talmente cristallizzata da procedere come un TIR dinanzi a qualunque perdita che la vita ineludibilmente impone loro. A ridefinire il concetto di verità ci pensa la lente di Antonioni, che smaschera la mancanza di dignità, restituendoci la sua sostanza più pura.
Atmosfere rarefatte, presunto o tale pessimismo cosmico da carpire nella giusta collocazione. Non credo che Antonioni fosse completamente sfiduciato negli esseri umani come un Von Trier, la sua arte ha mostrato sempre una via d’uscita, a mio avviso.
Con tale convinzione penso che anche L’Avventura sia un film che ci ricorda, contrariamente a quanto mostra, quanto siano importanti gli affetti. Ci permette di visualizzare ciò da cui assolutamente fuggire.
Secondo me è questa l’ottica essenziale attraverso cui infilarsi nella poetica del regista.
Senza dimenticare che i grandissimi finti gialli degli ultimi anni (cito due capolavori come Caché di Haneke e About Elly di Farhadi) devono la loro struttura all’escamotage utilizzato in questo film.
La sorte di Anna non ha più importanza del valore che gli altri attribuiscono alla sua perdita: questo è il vero motore del film.

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