Il conformista (di Bernardo Bertolucci, 1970)


Ho rivisto Il conformista di Bernardo Bertolucci nella magnifica versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, in cui le tinte fosche del film sono state restituite in tutta la loro inquietudine. Il regista torna a lavorare sull’identità dopo Partner; stavolta il riferimento letterario è l’omonimo romanzo di Alberto Moravia e non c'è un chiaro omaggio a Dostoevskij, ciononostante è pur presente l’ennesimo lavoro sulle ombre e perché no sul doppio – la coscienza del protagonista ha la possibilità di redimersi non nella fede e neppure nella società come lui confessa candidamente di aspirare a giungere, ma nella fiducia dei due coniugi che contribuisce ad uccidere in modo agghiacciante. Omertoso e vigliacco fino in fondo, precipita al livello più basso della dignità, banderuola priva di personalità. Ancora un lavoro sottile e acuto su realtà e ombra, sulla falsa riga dell’intramontabile uomo della caverna del citato Platone. La stessa ombra che scompare col primo raggio di sole metaforico che nella realtà appartiene all’evento cardine della fine della dittatura fascista. In quel preciso momento Marcello si dissolve e da delatore cerca disperatamente, ormai nel baratro, di riappropriarsi dell’immagine di normalità che ha tanto rincorso con tutte le sue forze. Stavolta Bertolucci sul piano formale non strizza l’occhio a Godard ma mostra già di aver raggiunto una cifra stilistica matura di tutto rispetto. Il film è tecnicamente ineccepibile e la sequenza del brutale omicidio di Quadri totalmente mancante di emozione, scioccante come poche. Rispetto alla prima visione ho ritrovato le stesse sensazioni ma avevo rimosso la figura indispensabile di Anna – lei che è a conoscenza, più a fondo del marito, del ruolo di Marcello ma che sembra non voler considerare, ingenuamente, che questa attrazione animale e irrazionale la condurrà inevitabilmente alla morte. E’ una donna che vive sul presentimento ma non comprende la crudeltà fino alle pugnalate ricevute dal marito e alla successiva corsa per la salvezza. L’incrocio di sguardi con Marcello è indescrivibile, la punta di diamante che eleva questo film da bellissimo a capolavoro.
Il Conformista non solo racconta dello smarrimento dell’identità e della possibilità che gli altri ci danno per renderci conto in extremis del reale valore della parola normalità contrapposta a individualità, non solo rende conto che in determinati periodi storici in cui si afferma una mentalità egemone c’è sempre chi è pronto a inabissarsi tra le piaghe della mancanza di ideali, riflessione e confronto, ma pone le basi per considerare più genericamente quanto la cieca uniformità ad un Credo (politico, religioso) possa svilire l’uomo e renderlo ignobile.
Magistrale la sequenza della confessione di Marcello. Egli mostra di essere ateo non come risultato di una riflessione approfondita, ma come abitudine. Diffida della Chiesa perché intende essere assolto dalla società. Ciò che ricorda essere stato un omicidio è l’episodio che ha cambiato per sempre la propria vita. Il rifiuto della propria omosessualità latente lo ha spinto verso l’insoddisfazione e la conseguente ricerca ossessiva della normalità. Famiglia, stabilità, a tutti i costi. Paradigma che accomuna chi ha come unico obiettivo nella vita quello di essere qualcuno agli occhi degli altri. Marcello è tale. Non ha sentimenti di amore, la relazione con Giulia è assolutamente priva di calore. Egli la considera piccolo-borghese meschina e mediocre, e non a torto. Sua moglie è una ragazzina viziata e conformista quanto lui, ma a basso profilo. Si auto compiace del ruolo di donna che vive all’ombra del marito, che deve assuefarsi economicamente e filosoficamente ai valori che quel tipo di società che la culla le impone. E soccombe senza mai porsi la domanda. Il suo è un conformismo che non prevede la lotta per accaparrarsi un ruolo nella società, essendo fin dall’infanzia stata educata ad autolimitarsi conformemente alla concezione che solo al futuro marito pertiene quell’ambizione. E la sua bassezza morale si conferma in toto quando racconta a Marcello che in fondo aveva capito che l’omicidio dei coniugi Quadri era stata ordita da lui, eppure confessa candidamente che avendo pensato che potesse servirgli per fare carriera ha implicitamente e vergognosamente taciuto. Imputa a coloro che festeggiano la caduta di Mussolini di essere ipocriti dimenticando di eseguire un esame di realtà su se stessa e sul marito. La stabilità prima di tutto.
Anna vuole Marcello, lo scuote, forse lo ama. Marcello vorrebbe che lei non parta perché sa che Luca Quadri morirà. Quando scopre che anche lei è partita ordina a Manganiello di accelerare perché intende salvarla. Il disorientamento che Marcello prova nei sentimenti per merito di Anna è il medesimo che prova sul piano intellettuale per filantropico candore del professore (che sfocia nell’eccesso di sprovvedutezza che gli costerà la vita). Non è un fascista fino in fondo e non lo sarà mai, ma non è neppure un uomo che riesce a guadagnare una dimensione etica, individuale. Resta una figura a metà, nulla, ignava. La parvenza del cambiamento è sempre dietro l’angolo. Una mano tesa che si infrange contro il muro eretto dalla corruzione morale, cronica e irrimediabile. Dall’incapacità di diventare un essere umano uscito dalla caverna. Marcello resta lì, a fissare le ombre.
Jean-Louis Trintignant è una maschera. Anima un personaggio raccapricciante, vittima ma colpevole.
Un film sconvolgente, profondo, longevo.

Nessun commento: