Isis - The red sea (1999)

- You were away. + When honey, when was i, away ? - I'm not sure. You were, though. Away in the sea of red.

Ancora all’insegna del mosquito. Per avvicinarsi meglio a quanto prodotto da quell’autentico cantiere aperto chiamato Isis dei primissimi anni (un demo e due EP nel raggio di poco più di un anno, oltre a vari cambi di formazione) basta leggere i riferimenti citati nella paginetta interna a The Red Sea: Bastard Noise, Earth e Melvins. Più chiaro di così?! In effetti sembra ascoltare il risultato del tentativo di fondere in un corpo unico i riffoni vorticosi dei primi Melvins alla dilatazione con sfumature noise dei Bastard Noise (specie al periodo Man is the bastard, sia per il sound caustico che per il vocione a cui si ispira evidentemente il primissimo approccio di Aaron Turner) e al drone dei primi Earth (’90-’95. Non vi è traccia dell’evoluzione di Pentastar nel suono ruggente e oscuro dei primi Isis). Il risultato? Sembra di avere a che fare con una colata di cemento, piuttosto che con un mare rosso. L’artwork contribuisce a formare quest’immagine. Urla sovrumane provengono dall’abisso di un brano che è poco più di un intro (Charmicarmicat shines to earth), poi il caotico, sludgeoso The minus times prosegue quanto già espresso su Mosquito Control. Dopotutto sono trascorsi appena sei mesi e oltre al cambio di etichetta (Second Nature) gli Isis hanno reclutato nel frattempo un certo Mike Gallagher il cui contributo, ancora sconosciuto (e forse pressoché nullo), negli anni seguenti sarebbe divenuto una risorsa insostituibile. La title-track esprime quanto di meglio gli Isis siano riusciti a realizzare fino a quel momento: prima parte sludge, brutale, massiccia, poi un intermezzo in cui Jeff Caxide produce il suo primo accordo solista degno di nota e un finale forse non memorabile, ma molto interessante, con un giro di chitarre un po’ Neurosis. Da recuperare. Seguono i quattro brani del primo e unico demo dell’inverno del 1998. Giovanile, sfrontato, energico. L’attitudine noise lascia intravedere già una manciata di riffoni che in Celestial hanno trovato una collocazione più geometrica e definita. Solo nell’ultimo Lines across eyes è possibile concedersi una boccata d’aria temporanea. Quattro brani (4-7) pesantissimi solo per appassionati dello sludge/noise più cupo e intransigente.

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