Cesare deve morire (di Paolo e Vittorio Taviani, 2012)

Alla ricerca della libertà. A volte noi che siamo al di qua delle sbarre dimentichiamo il suo significato, come se il solo fatto che siamo liberi dal punto di vista giuridico comporti la totale certezza del suo valore. Congiura o assassinio. Sembra una sottigliezza, eppure il limite morale che scinde e determina la natura di un atto piuttosto che un altro è il centro verso cui dovrebbe convergere non soltanto la pena, ma la riflessione che anima ciascuno di noi. Il Giulio Cesare ovviamente ha una forte valenza simbolica. L’Arte è il mezzo attraverso cui interrogarsi per giungere a formare con chiarezza tale distinzione, che è alla base della convivenza civile. La storia di Roma e il tessuto culturale su cui si fonda la nostra identità collettiva sono le dimensioni che si sovrappongono alle storie individuali, l’eredità con cui dobbiamo fare i conti. Ognuno interpreta una parte universale ricorrendo al proprio patrimonio culturale. Non si possono mai recidere le radici. L’evoluzione del pensiero contempla una compromesso intimo con il proprio bagaglio, ineludibile fardello/risorsa personale. Storie che a loro volta si fondono col Cinema tra finzione e realtà. Tutto ciò sprigiona energia vitale. I Taviani realizzano l’ennesimo lavoro straordinario sul linguaggio e sul recupero dell’identità al fine di rendere individuale un percorso collettivo, farlo proprio metabolizzando i vissuti. Tra meta-cinema e realtà si crea un meraviglioso connubio che ha il sapore della libertà. Non è un film sulla detenzione, ma sul valore che la libertà deve avere per tutti. Lo stile è asciutto, teso, vero. Romanzare avrebbe intaccato la naturalezza e la spontaneità dei pensieri e delle azioni. Non tutto il processo viene mostrato perché c’è il giusto respiro per l’immaginazione, come se il silenzio che giunge da dietro quelle sbarre è smisuratamente più immenso di quanto l'occhio, la camera, la narrazione tout court, possano riuscire a cogliere nella loro convenzionalità. Un film che racconta la dignità che si raggiunge attraverso un percorso di ricerca interiore che abbraccia la compartecipazione, il valore dell’universo. Specularmente, è la medesima dignità che il Cinema riesce a mostrare attraverso il suo potere trasformante. Affermare il proprio Io attraverso l’Arte, questi autentici attori ci sono riusciti, scoprendo qualcosa di essenziale per ricominciare a vivere. “Da quando ho conosciuto l’Arte, questa cella mi sembra una prigione”. Queste parole, inequivocabili e intraducibili, mi hanno toccato profondamente.

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