17 ragazze (di Delphine Coulin, Muriel Coulin, 2011)

Un film che coglie con naturalezza la mancanza di dialogo tra adulti e adolescenti, o meglio un dialogo che intercorre senza trovare un punto d’incontro. Non giustifica né giudica ciascuna delle due parti, tuttavia come è lecito che sia si rivolge maggiormente a chi è teoricamente depositario della maturità indispensabile per dettare le regole. L’errore dell’adulto probabilmente risiede in una prevenzione inefficace. Il sesso è un argomento considerato ancora tabù, pertanto allo stato attuale persiste la carenza di una scrupolosa quanto attenta informazione a riguardo. Evitando di spiegare le proprie ragioni, dando per scontato che siano giuste ‘a prescindere’, l’adulto ottiene un effetto controproducente che in seconda battuta pretende di argomentare cercando altrove le responsabilità di un dato fenomeno che reputa minaccioso della stabilità del sistema che cerca di governare. La deterrenza del fenomeno siffatto di cui si è corresponsabili, in poche parole la ricerca di un capro espiatorio è la risoluzione più irresponsabile e ipocrita. Il film coglie il dibattito tra gli ‘educatori’ della società, scuola e genitori, evidenziando impunemente come esso si riveli sterile e inconcludente, alla ricerca di un motivo specificamente ‘esogeno’ su cui agire con fermezza. Effettivamente non c’è neppure un colpevole ‘endogeno’, ma il polverone nebuloso che s’innalza dal confronto è indice di una mancanza di chiarezza nel veicolare l’argomento ‘sesso’ a chi è destinato a scoprirlo. Al posto della spontaneità e di una via apparentemente semplice e genuina di approcciare la questione la si trasforma in un argomento di discussione di natura etica, dal momento che la possibilità di un distributore di preservativi in un liceo viene paragonato addirittura alla diffusione di marijuana. Evidentemente c’è una cultura radicata secondo cui il sesso è ancora una sorta di droga leggera da trattare come materia proibita e dannosa, cosa che “a meno che ti chiami Michael Douglas obiettivamente non è (cit. A.)”. Diciassette gravidanze in un liceo non coincidono con un atto politico come qualcuno ipotizza. Non c’è un’ideologia, neppure la tesi del corpo come arma. Generare un figlio non può, non deve essere visto come un atto eversivo. Il rischio è di giudicare un abominio ponderando un abominio ideologico, una psicosi risibile che distorce il nocciolo della questione. Non è una moda. Certo, per qualcuna delle ragazze lo è (arrivare a offrire 50 euro per farsi ingravidare) ma non per la maggior parte di esse. Se si avvicina il fenomeno sotto l’ottica del tentativo certo ingenuo ma considerevole di generare un mondo parallelo fuggendo contemporaneamente da quello esistente, l’adulto comincia a riflettere finalmente su ciò che non è stato in grado di fornire all’adolescente affinché quest’ultimo si riconoscesse, s’identificasse, si collocasse in quel ‘suo’ mondo di cui detiene le redini. Esternare il proprio disagio: il percorso di ragazzi e ragazze in questa ribellione individuale prima che collettiva viene individuata con occhi diversi, e questo è un ulteriore segnale che qualcosa nel mondo dell’adulto non funziona nel modo appropriato. Il fratello di Camille è una figura-chiave in tal senso. Arruolandosi, anche lui ha compiuto un atto di auto espulsione dal mondo degli adulti verso un universo parallelo ma per certi versi senza prospettive. E’ l’unico adulto del film a porsi nei confronti della sorella in una dimensione “alla pari”. Egli capisce e condivide le ragioni che l’hanno spinta a tenere il bambino. Sono due disobbedienti. Ma il suo atto è passato inosservato; pur essendo stato causato dalla medesima sofferenza, ha generato meno imbarazzo e sofferenza, evidentemente. Secondo la nostra società maschilista arruolarsi giovanissimi può giungere a collimare come atto quasi “dovuto”, secondo la moltitudine dei qualunquisti che ragiona in virtù di valori cosiddetti universali che antepongono la difesa della patria, anche facendo ricorso alle armi, come motivo di onore, gloria, vanto, plauso. E dopotutto arruolarsi equivale a garantire uno stipendio in più, il che certo è un incentivo, sempre secondo questa mentalità. Nel dialogo sulla spiaggia tra fratello e sorella due persone riflettono sulla propria scelta di compiere un salto generazionale con modalità simili, mosse dallo stesso sentimento. Eppure fa da contraltare la reazione con cui è stata accolta tale scelta. Nel caso di Camille non di certo sono state spese parole come “maturità” o assennatezza. Ella appartiene dunque ad un universo femminile ancora vittima di pregiudizievoli quanto beoti stereotipi sulle proprie aspirazioni e relativi comportamenti. Le donne hanno anche un corpo in grado di procreare. Lo stesso corpo gonfio che suscita imbarazzo al fotografo, in una delle scene più eloquenti del film. La gravidanza collettiva scatena dunque imbarazzo collettivo, a partire dall’aspetto estetico. Fino a quello della reputazione, come fa ben intendere il padre di Clementine. Una diciassettenne gravida in molti casi rappresenta un affronto al sistema, a differenza di un diciottenne in mimetica militare, viceversa degno spesso di un sordido quanto compiaciuto sentimento di approvazione. E’ un disgusto che si prova tra le righe. Essere capaci di generare un’altra vita che appartiene solo a sé stesse è l’escrescenza della rivendicazione della propria individualità, un’affermazione personale che non contempla né genitori né ‘inseminatori’ (piuttosto che uomini/padri/amanti di una notte), piuttosto si specchia unicamente in chi è nelle stesse condizioni. Una nuova familiarità cronologica e spaziale (la ricerca di un nuovo luogo di vita che riunisca tutte le ragazze, al di fuori del mondo finora conosciuto, seppur inevitabilmente ancora al suo interno – nel senso strettamente geografico – almeno per un po’). L’appartenenza al gruppo e il bisogno di una leadership, altro aspetto insito a qualsiasi fenomeno di questo tipo. A ciò corrisponde una rivalità ingenua e tenera su questioni adatte all’età, in cui riaffiora tutta la delicatezza delle ragazze viste nella loro età. L’espulsione di una ‘mela marcia’ come Florance fa parte del gioco. Se c’è un aspetto che il film non perde mai di vista, ebbene è quello di ritrarre le ragazze nella loro età, indistintamente da camuffamenti e rivestimenti adulti che si auto impongono. Di fondo c’è l’esistenzialismo che abbraccia tutti, la solitudine e la ricerca di un senso. Quel senso che talora l’adulto cerca di imporre ricercando le radici in concetti vaghi e privi di spiegazioni. “Costruire un futuro”, per utilizzare le parole dell’infermiera della scuola, non significa nulla senza la concreta umiltà di calarsi nei panni del destinatario del messaggio, sforzandosi di recuperare le stesse sensazioni che anche i “grandi” hanno provato alla loro età. Forse è complice una prospettiva degli eventi che presuppone l’ineludibile e tangibile incapacità dell’uomo ormai adulto di identificare con certezza il preciso, simbolico passaggio evolutivo dall’adolescenza allo stadio successivo, e il relativo smarrimento delle spiegazioni da poter fornire, come se ci fosse una componente intraducibile che continua inesorabilmente a distanziare le due parti e a determinare una corrispondente incomunicabilità cristallizzata, meccanica nella propria ripetitività. La mancanza di affetto e empatia da parte dei propri genitori diviene dunque un ulteriore molla che spinge a procreare un essere da cui ci si aspetta amore eterno e verso cui ci si promette di non restituire gli sbagli di cui si è vittime. Nella purezza dell’adolescenza, è utopia che si sgretola ben presto. Un finale fin troppo didascalico restituisce tutto ciò, e malinconicamente si cerca di individuare dove effettivamente si sia concretizzato quel desiderio immenso e legittimo di libertà che le ragazze hanno cercato nude, fragili, indifese, minuscole, come coccinelle che si lanciano irragionevolmente contro le onde del mare. Quanto sottile risulta il limite tra libertà e prigione, tra vita e disfacimento. Come l’allegoria del gioco sulla spiaggia con un pallone infuocato: ragazze che scherzano con il fuoco.

Carcass - Reek of putrefaction (1988)

Reek of putrefaction. Che roba è? Innanzitutto ha segnato la mia giovinezza. Mio fratello l’ha acquistato nel 1993 unitamente a Heartwork. Lo adoro e me lo tengo stretto. In seconda battuta lo definisco l’apoteosi dello schifo che trova un senso allorché musica e parole sono ostentatamente ilari. I Carcass non si sono mai presi troppo sul serio; probabilmente qualcuno tra i centinaia di cloni al seguito lo hanno fatto, e a quel punto diventi pacchiano. Non so se avrei mai apprezzato un disco del genere senza aver saputo cosa sono diventati negli anni seguenti i Carcass. Quanto slancio tecnico, geometrico e melodico hanno saputo addurre alla violenza mai doma di cui erano in possesso. Scioccava allora e colpisce ancora oggi, questo corpo smembrato in 22 pezzi. Potete mescolare i brani a caso, il risultato è lo stesso. Tanti, troppi aggettivi spesi: marcio, malsano, sporco, grezzo, putrido. In effetti è difficile pensare ad un disco più marcio di questo. Può non piacere ma non lascia indifferenti. Caotico ma geniale. Non ci capisci un cazzo ma ti sturba. Pietra miliare, a testimonianza che non si cambia la storia a caso. E soprattutto, non senza sfrontatezza e sregolatezza. Impeto giovane che deflagra. Un trio di teenagers tra cui due nomi che avevano già scolpito il proprio marchio nella storia. Jeff Walker come grafico della leggendaria copertina dell’altrettanto leggendario Scum dei Napalm Death, Bill Steer come chitarrista su quel disco. Quest’ultimo è un autentico pioniere, figura di culto come principale artefice del movimento grind. Ma a differenza dei Napalm Death degli esordi, che scrivono testi politici seguendo la loro matrice anche musicale punk/crust o post-punk, i Carcass rappresentano una nuova forma, più brutale e efferata ma pervasa di humour inconfondibile: Ken Owen diplomato o laureato in biologia per scrivere i testi spesso estrapolava parole a caso dai suoi manuali di anatomia e istologia. Seguire le parole sul booklet è praticamente impossibile, ma il tentativo va fatto per addentrarsi ulteriormente in un’opera che sfugge. Sconvolge ma è quasi intangibile quanto è contorta e poderosa. Due voci spesso effettate si alternano su un tappeto gravido di blast beat. Giocavamo a scegliere il brano con il titolo più divertente. Penso che Manifestation of verrucose urethra abbia sempre prevalso.

Cesare deve morire (di Paolo e Vittorio Taviani, 2012)

Alla ricerca della libertà. A volte noi che siamo al di qua delle sbarre dimentichiamo il suo significato, come se il solo fatto che siamo liberi dal punto di vista giuridico comporti la totale certezza del suo valore. Congiura o assassinio. Sembra una sottigliezza, eppure il limite morale che scinde e determina la natura di un atto piuttosto che un altro è il centro verso cui dovrebbe convergere non soltanto la pena, ma la riflessione che anima ciascuno di noi. Il Giulio Cesare ovviamente ha una forte valenza simbolica. L’Arte è il mezzo attraverso cui interrogarsi per giungere a formare con chiarezza tale distinzione, che è alla base della convivenza civile. La storia di Roma e il tessuto culturale su cui si fonda la nostra identità collettiva sono le dimensioni che si sovrappongono alle storie individuali, l’eredità con cui dobbiamo fare i conti. Ognuno interpreta una parte universale ricorrendo al proprio patrimonio culturale. Non si possono mai recidere le radici. L’evoluzione del pensiero contempla una compromesso intimo con il proprio bagaglio, ineludibile fardello/risorsa personale. Storie che a loro volta si fondono col Cinema tra finzione e realtà. Tutto ciò sprigiona energia vitale. I Taviani realizzano l’ennesimo lavoro straordinario sul linguaggio e sul recupero dell’identità al fine di rendere individuale un percorso collettivo, farlo proprio metabolizzando i vissuti. Tra meta-cinema e realtà si crea un meraviglioso connubio che ha il sapore della libertà. Non è un film sulla detenzione, ma sul valore che la libertà deve avere per tutti. Lo stile è asciutto, teso, vero. Romanzare avrebbe intaccato la naturalezza e la spontaneità dei pensieri e delle azioni. Non tutto il processo viene mostrato perché c’è il giusto respiro per l’immaginazione, come se il silenzio che giunge da dietro quelle sbarre è smisuratamente più immenso di quanto l'occhio, la camera, la narrazione tout court, possano riuscire a cogliere nella loro convenzionalità. Un film che racconta la dignità che si raggiunge attraverso un percorso di ricerca interiore che abbraccia la compartecipazione, il valore dell’universo. Specularmente, è la medesima dignità che il Cinema riesce a mostrare attraverso il suo potere trasformante. Affermare il proprio Io attraverso l’Arte, questi autentici attori ci sono riusciti, scoprendo qualcosa di essenziale per ricominciare a vivere. “Da quando ho conosciuto l’Arte, questa cella mi sembra una prigione”. Queste parole, inequivocabili e intraducibili, mi hanno toccato profondamente.

Isis - The red sea (1999)

- You were away. + When honey, when was i, away ? - I'm not sure. You were, though. Away in the sea of red.

Ancora all’insegna del mosquito. Per avvicinarsi meglio a quanto prodotto da quell’autentico cantiere aperto chiamato Isis dei primissimi anni (un demo e due EP nel raggio di poco più di un anno, oltre a vari cambi di formazione) basta leggere i riferimenti citati nella paginetta interna a The Red Sea: Bastard Noise, Earth e Melvins. Più chiaro di così?! In effetti sembra ascoltare il risultato del tentativo di fondere in un corpo unico i riffoni vorticosi dei primi Melvins alla dilatazione con sfumature noise dei Bastard Noise (specie al periodo Man is the bastard, sia per il sound caustico che per il vocione a cui si ispira evidentemente il primissimo approccio di Aaron Turner) e al drone dei primi Earth (’90-’95. Non vi è traccia dell’evoluzione di Pentastar nel suono ruggente e oscuro dei primi Isis). Il risultato? Sembra di avere a che fare con una colata di cemento, piuttosto che con un mare rosso. L’artwork contribuisce a formare quest’immagine. Urla sovrumane provengono dall’abisso di un brano che è poco più di un intro (Charmicarmicat shines to earth), poi il caotico, sludgeoso The minus times prosegue quanto già espresso su Mosquito Control. Dopotutto sono trascorsi appena sei mesi e oltre al cambio di etichetta (Second Nature) gli Isis hanno reclutato nel frattempo un certo Mike Gallagher il cui contributo, ancora sconosciuto (e forse pressoché nullo), negli anni seguenti sarebbe divenuto una risorsa insostituibile. La title-track esprime quanto di meglio gli Isis siano riusciti a realizzare fino a quel momento: prima parte sludge, brutale, massiccia, poi un intermezzo in cui Jeff Caxide produce il suo primo accordo solista degno di nota e un finale forse non memorabile, ma molto interessante, con un giro di chitarre un po’ Neurosis. Da recuperare. Seguono i quattro brani del primo e unico demo dell’inverno del 1998. Giovanile, sfrontato, energico. L’attitudine noise lascia intravedere già una manciata di riffoni che in Celestial hanno trovato una collocazione più geometrica e definita. Solo nell’ultimo Lines across eyes è possibile concedersi una boccata d’aria temporanea. Quattro brani (4-7) pesantissimi solo per appassionati dello sludge/noise più cupo e intransigente.