L'uomo di Londra (di Béla Tarr, 2007)

Ho letto il romanzo di Georges Simenon, lo consiglio perché è poco voluminoso e molto scorrevole, lo si consuma piacevolmente nel giro di un pomeriggio. Lo trovo molto moderno perché esplora minuziosamente una coscienza in subbuglio. E’ un racconto tragico, beffardo, malinconico, che restituisce un protagonista non colpevole, solitario e incompreso. Béla Tarr pur stravolgendo il finale si adatta piuttosto fedelmente al testo letterario di derivazione, utilizzando l’impianto noir esattamente con lo stesso intento di Simenon, ossia come mero rivestimento. Sono due autori atipici che trovano il loro punto d’incontro nella descrizione di una storia senza colore, che sfugge al cliché colpevole/moralmente riprovevole, inquinando il giudizio con la forza delle parole il primo, con quella delle immagini il secondo. Il film è un vero prodigio visivo, c’è poco da fare. Bela Tarr ha uno stile indistinguibile e quando osa riesce ad essere più lento dei vari Wenders, Tarkovskij, Ceylan, Antonioni... E’ interessante osservare come il suo indiscusso capolavoro Satantango rappresenti nella sua carriera un centro nevralgico (anche sul piano cronologico) tra i primi film, in cui i dialoghi sono serrati, soffocanti, esasperanti (di quell’istrionismo tipico dei film di Cassavetes o forse Fassbinder che lui giurava di non conoscere per via della censura che vigeva in Ungheria a quei tempi - anni ’80 - ) e gli ultimi, in cui al linguaggio verbale prevale l’immagine e il silenzio ad essa connesso. Come costante che pervade tutta la carriera di questo straordinario poeta visivo restano i lunghissimi piano sequenza, alcuni dei quali in questo film sono a dir poco superbi e perfettamente funzionali al movimento visivo che egli intende delineare. Il primissimo è quello che resta forse più in mente. Circa mezz’ora (? Nel film il concetto della dilatazione del tempo è talmente labile da renderne assolutamente soggettiva l’interpretazione) in cui dal piccolo gabbiotto l’occhio di Maloin ha una panoramica molto estesa. L’azione avviene esclusivamente in quell’arco spaziale ben definito e ben controllato. Solo una persona può cogliere tutto e noi vediamo con i suoi occhi. L’effetto voyeuristico che si crea è potentissimo, indimenticabile. Rispetto al testo di Simenon il regista ungherese elimina alcuni personaggi superflui (il figlio di Maloin, Ernest, e il cognato Victor. Mitchel e sua figlia) e alcuni passaggi, arrivando subito al dunque. Gli unici momenti piuttosto dialogati nel film, in cui è presente l’ispettore Molisson, ricalcano rigorosamente il romanzo, mentre le diatribe famigliari cambiano d’intensità tra carta e celluloide; le esplosioni di isteria tra i coniugi Maloin sono infatti molto più ruvide e animate nel film, soprattutto in seguito all’acquisto della pelle di volpe per Henriette. Anche il litigio tra Maloin e la proprietaria della macelleria, pur conservando i toni ridicoli del romanzo, nel film assume al tempo stesso una connotazione più violenta e bellicosa (nel romanzo i due non hanno una vera e propria colluttazione, ma solo un alterco). In tutti i modi Tarr oltre il silenzio siderale del suo protagonista dipinge puntigliosamente un clima famigliare deprimente, e un contesto extrafamigliare in cui i movimenti routinari hanno arrugginito e incancrenito la vita di quest’uomo. Quasi tutto è costruito sulla figura di Maloin. Egli è spesso ripreso di spalle. I Dardenne hanno costruito persino un film pensando innanzitutto alla nuca del proprio attore protagonista, Olivier Gourmet. Qui l’intento è simile, la nuca mostra solo il retro della figura di un uomo, quasi un ostacolo oltre il quale è difficile accedere. Cercare di procedere oltre quella barriera per scovare i movimenti interiori del personaggio principale, questa è la ricerca filmica. E’ un percorso che avanza per sensazioni più che per meticolose indagini psicologiche, contrariamente dunque da quanto avviene nel libro. Tarr introduce un particolare interessante: mentre l'ispettore parla con Brown, Maloin è a pochi metri (gioca a dama) e ascolta la conversazione! Nel libro questo elemento non c'è. La sequenza dell’omicidio: Maloin avanza verso il capanno, l’intento sembra chiaro, vuole lasciare qualcosa da mangiare a Brown. La camera non ci permette di entrare con lui, resta ad osservare l’uscio. A distanza di tempo dalla visione di questo film, ancora mi chiedo quanto tempo sia trascorso. Potrebbero essere stati cinque o dieci minuti, persino mezz’ora, per me sarebbe lo stesso. E’ un attesa lacerante, interrotta dall’uscita di Maloin completamente sconvolto. Possiamo e dobbiamo immaginare l’accaduto ma non ne abbiamo la certezza. In questa parte finale avvengono le maggiori difformità tra romanzo e pellicola. Mentre il primo si sofferma col suo solito puntiglioso taglio psicologico sulla tragicità della vicenda (la polizia che incalza Maloin e tratta rigidamente il caso come se fosse un criminale; il pensiero ricorrente del protagonista a Brown e la moglie, la ricerca delle motivazioni che avrebbero potuto scongiurare la fatale concatenazione degli eventi), la seconda giunge ad una conclusione che non necessariamente coincide con quella che lo spettatore ha immaginato sulla base delle proprie suggestioni. E inventa un riscatto morale che forza implicitamente la riflessione su quel determinato risvolto degli eventi. E’ un finale british quanto il compunto dell’ispettore, che strozza un po’ le aspettative, rendendo meno ambiguo il quadro complessivo e di conseguenza sciogliendo un po’ la prodigiosa atmosfera imponderabile e fatale che avvolge fino a quel momento quella manciata di personaggi. Ad ogni modo una visione è d’obbligo per concedersi il privilegio di un cinema forse unico nel panorama contemporaneo. E’ un noir assolutamente anticonvenzionale che richiede impegno. La prerogativa deve essere quella di lasciarsi suggestionare, abbandonarsi a perdere contatto con confini spazio-temporali predefiniti verso una riflessione intima e spontanea. Un film non per tutti che non argomenta, non si muove e non comunica attraverso le parole. Impressionante Miroslav Krobot e ottima Tilda Swinton.

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