Il viaggio in cielo di mamma Küsters (di Rainer Werner Fassbinder, 1975)

Semisconosciuto in Italia, distribuito poco e male (al momento manca ancora un’edizione in DVD, malgrado sia stato doppiato in italiano), Il viaggio in cielo di mamma Küsters è inspiegabilmente relegato ai margini persino dai più accaniti sostenitori del regista. L’avverbio è d’obbligo perché ci troviamo dinanzi ad un film che tratta alcuni temi-cardine della sua produzione, come la solitudine nella disgregazione famigliare e lo sfruttamento descritto secondo un taglio assolutamente intimo e vicino ad un sentimento di pietas piuttosto che attraverso un taglio socio-politico. In un clima rovente ricco di scontri generazionali, stampa scandalistica e violenza tanto strutturale quanto agita e reazionaria, Fassbinder prende considerevolmente le distanze da tutti, tracciando un profilo indifeso e fragile di una vittima priva degli strumenti per reagire con le proprie forze. Mediante il profilo di Emma Küsters il regista factotum sembra voler soffermare l’attenzione sulla totale mancanza della formazione di una coscienza collettiva nel proprio paese in un momento storico ben preciso (metà degli anni ’70) di sconcertante disfacimento. Questa protagonista abbandonata dagli stessi figli, stuprata della propria privacy e dignità, ricorda in parte la Emmi di Tutti lo chiamano Alì – La paura mangia l’anima dell’anno precedente, non a caso la protagonista è la stessa, l’eccellente Brigitte Mira. Il viaggio in cielo di mamma Küsters visto oggi risulta tremendamente attuale perché descrive la prevaricazione crescente dell’egoismo nell’uomo-cittadino occidentale e il rapporto di manipolazione, per proprio tornaconto, della fragilità del meno abile secondo una dimensione puramente fattuale. Cosa ha spinto Hermann all’omicidio-suicidio? Il tempo del documentaristico e eccessivamente algido Perché il signor R. è diventato matto? è ormai sorpassato; Fassbinder trova ulteriori risorse nel contesto della Germania attuale in cui vive, e sappiamo bene quanto questo suo sentire genuino, connubio arte-vissuti, sia stato decisivo per la creazione delle sue opere migliori (Un anno con tredici lune o l’epidosio autobiografico per Germania in autunno). Siamo nel 1975 e ora il suo stile ha trovato forma ed equilibrio. Egli è in grado di trasmettere il dramma con distacco e sentimento allo stesso tempo, evitando di scivolare nel melo- e rigettando fermamente le forme di rivolta assunte dagli anarchici e dai comunisti del suo tempo. I primi sono nient’altro che nichilisti oltranzisti, che attaccano il partito perché non passa ad azioni concrete, ma quando si tratta di agire rivelano le proprie contraddizioni (anche Knab “sfrutta” mamma Küsters per i propri fini “rivoluzionari”). I membri del DKP al contrario “blaterano” (usando un’espressione del film), reclutando i propri iscritti nel malcontento e rinforzando le proprie fila nel peggiore dei modi, dunque, come reazione alle conseguenze del famoso Berufsverbot di tre anni prima a cui anche nel film si allude in un passaggio (la legge che proibiva di fatto agli iscritti al DKP di lavorare o ricevere assistenza sociale). Anche i coniugi Thälmann offrono un sostegno fittizio a mamma Küsters, teso a trarre un profitto personale e per il partito. Altra categoria che Fassbinder attacca è quella della stampa sensazionalista e scandalistica, pronta a “sostenere” mamma Küsters solo ed esclusivamente per realizzare un servizio impeccabilmente pruriginoso e appetitoso per i lettori più morbosi e famelici di mercificazione del dolore altrui. Ne esce una nazione disgregata e schizofrenica, tanto quanto il nucleo famigliare su cui si fonda. Perché a Fassbinder in fondo interessa sempre penetrare in quelle fatidiche quattro mura domestiche, e la situazione descritta all’interno della famiglia Küsters è imbarazzante, tra una figlia arrivista e depravata (Corinne), che si lascia volontariamente traviare perché anche lei intende cavalcare l’onda dell’azione omicida/suicida del padre per trarne benefici per la propria carriera; un figlio maschio indolente e succube di una moglie-strega che lo trascina in un delirante viaggio in Finlandia alle porte del funerale del suocero. L’attore che interpreta Ernst, questa sorta di James Dean spento, non è altri che Armin Meier, l’amante di Fassbinder e protagonista nel ruolo di se stesso del mini-episodio girato in fretta e furia nell’autunno tedesco più indelebile per la coscienza tedesca (1977), pochi mesi prima di suicidarsi all’età di 34 anni. La pietas per Mamma Küsters, si enunciava, è un sentimento assolutamente lucido e asciutto. Questa donna sola cerca disperatamente compagnia, in balia delle subdole adulazioni altrui, di giochi con la vita, morte e dignità. E’ una macchinazione che non ha fine: il fermo immagine finale della versione europea mostra una donna sgomenta e intrappolata, incapace di uscirne fuori con le proprie risorse. Con la morte del marito si è disintegrata una illusoria tranquillità famigliare, una visione cristallizzata di un equilibrio senza fondamenta su cui reggersi, in cui regnavano routine e silenzi, e un’immagine di sé e degli altri componenti della famiglia (Hermann in primis) stereotipata. Emma Küsters che descrive il marito come un uomo buono, quante volte lo sentiamo ripetere? Emma Küsters che intende conservare la memoria, ma quale memoria? E’ nell’imbarazzante qualunquismo e nell’incapacità di discernere gli avvoltoi dalle persone realmente sincere che riesce a inserirsi la distorsione della verità secondo le meschine esigenze altrui. “Perché il signor Küsters è diventato matto?” viene da chiedersi, parafrasando il film del primo Fassbinder (del 1970) con Kurt Raab (qui in una piccola parte) protagonista. Non ci sono risposte concrete perché ciascuno dei personaggi costruisce una stratificazione impetuosa delle possibili risposte. Ciò comporta che la verità finisca relegata ad un ruolo inconsistente sotto un mucchio di polvere. La multidimensionalità della verità emerge nella sua natura più bieca e egoista, in disparte rispetto ad una più pertinente quanto sana riflessione indirizzata verso una ricerca di un motivo mediante cui attingere alla formazione di una coscienza comune, al risveglio di un’identità collettiva lungi dal ripristinarsi, nella frammentarietà del contesto di appartenenza. L’epilogo della versione circolata negli Stati Uniti (che è possibile vedere qui ) sgretola in parte l’angoscia, sfiorando il grottesco. L’azione dei ‘terroristi’ si rivela una semplice dimostrazione poco convinta, perfino ridicola. Siamo sulle coordinate del futuro La terza generazione, ma l’impressione è che questo finale si confaccia nel peggiore dei modi al resto del film, nella fattispecie al crescente senso di frustrazione conseguente alla condizione di Emma. Brigitte Mira replica brillantemente la sua protagonista di Tutti lo chiamano Alì. Ancora una volta un ritratto denso di solitudine e pathos endogeno. Una voce fuori dal coro che nessuno è in grado di ascoltare con umanità. Nella sequenza in cui piange tenendo in mano la fotografia del marito defunto mentre Niemeyer la mette in posa per gli scatti avremmo voglia di abbracciarla e scuoterla per indurla a reagire dinanzi all’invadente abuso che subisce, divisi tra lo strazio e un sentimento di rabbiosa indignazione per la mansuetudine eccessiva che mostra. Ingrid Caven, sexy ma bruttina come sempre, perfetta nel ruolo lascivo che non manca mai di ricoprire. La sua Corinne non è affatto stupida, avrebbe la possibilità di non soccombere alla perdizione morale, ma è vinta dal proprio impetuoso smarrimento esistenziale in cui il solo riscatto intravisto coincide col ricoprire un ruolo ben definito. Margrit Carstensen e Karlheinz Böhm, ancora una volta in coppia ma diversamente da Martha, sono i comunisti da salotto, scrivono sulla UZ ma come già scritto con le loro modalità di reclutamento non sono dissimili dai mostri che credono di combattere. Irm Hermann, immensa, già al tredicesimo film con Fassbinder, nell’anno del trasferimento a Berlino che la lanciava in altri progetti, ma non interruppe mai quello che tuttora resta uno dei sodalizi artistici più prolifici della storia del Cinema.

3 commenti:

Mpo1 ha detto...

Visto da poco su "Fuori Orario", con entrambi i finali. In verità a me piace di più il finale americano, è vero che è meno in sintonia con il resto del film, ma la "farsa" è forse più efficace della "tragedia" ... grandi tutti gli attori, qui a parte la Schygulla ci sono quasi tutti i più importanti attori di Fassbinder! La Herrmann interpreta sempre il personaggio più odioso, qui la nuora ... Sicuramente è un film sottovalutato, come molti di Fassbinder, ancora non ne ho visto uno che non mi piaccia!

M. ha detto...

Mi fa piacere che l'abbiano trasmesso, persino con i due finali, e che tu sia riuscito a guardarlo. Ti informo che la rarovideo ha realizzato di recente un dvd contenente despair e voglio solo che voi mi amiate. Non lasciartelo sfuggire

Mpo1 ha detto...

Grazie, "Despair" l'ho visto poco tempo fa (sul Tubo), "Voglio solo che mi amiate" invece l'ho visto molti anni fa su Fuori Orario ma vorrei rivederlo dato che ricordo poco ...
Sabato scorso su "Fuori Orario" hanno fatto anche "Il Diritto del più forte", pare fosse in prima visione tv, comunque non era segnalato sul giornale né sul sito di rai3, per fortuna ho letto su un sito la notizia e ho potuto rivederlo!