Germania pallida madre (di Helma Sanders-Brahms, 1980)

Lei cerca un amore, lui una promozione.

‘Germania, pallida madre’ sentenzia quanto le parole di Brecht, scritte nel 1933 poco dopo l’autoinvestitura di Hitler, risuonino minacciosamente profetiche per la Germania post-nazista dei primi anni ’50.
E' un racconto che raccoglie una manciata di anni in modo sintetico e chirurgico e rende l’idea di quanto nessun cambiamento abbia preso luogo persino dinanzi all’evidenza.
Il processo di revisionismo, esasperato e violento perché non elaborato da tutti nel periodo congruo, non sarebbe avvenuto prima di un abbondante decennio, come se ci si fosse addormentati a lungo.
Il nazismo, raccontato per grandi linee tra ascesa e disfatta, resta ai margini così come il significato che la seconda guerra mondiale riveste per la nazione.
Il piglio della Sanders-Brahms penetra nell’intimità famigliare e mostra una donna imprigionata tanto prima quanto durante e soprattutto successivamente al conflitto.
Tra bombardamenti, cambi repentini di sistemazione e una figlia a cui badare, Lene vive spasmodicamente l’attesa del ritorno del marito come il desiderio in cui cullare la speranza di un futuro di pace.
Al contrario le viene restituito un uomo inetto (non che prima fosse così virtuoso), anaffettivo, maniaco dell’ordine e schiavo dell’arrivismo. Si potrebbe pensare ad una trasformazione subitanea ma l’apparenza inganna: egli stesso conferma di essere rimasto sempre lo stesso. Trattasi di un uomo che “sarebbe dovuto” cambiare in meglio, perché le ferite morali “avrebbero dovuto” (ri)svegliare una coscienza singola, oltre che collettiva, e indicare gli errori da non ripetere.
Proprio in questa piega giace il senso del film, perchè Hans è il simbolo di una generazione che non cambia, anzi peggiora, e di una nazione cieca e degenerata.
La gestione politica di Adenauer è appena accennata ma restituita nella sua natura artefatta di prospettive di rilancio illusorie.
La Germania post-bellica è sconfitta, umiliata, assolutamente incapace di dare un nome alla propria vergogna (emblematica la sequenza in cui la figlia chiama per gioco il padre “fesso”) e di riconoscere il proprio fallimento.
Il film in fondo è inteso come una rielaborazione di Anna a distanza di anni.
Il racconto, scandito da una voce fuori campo sempre misurata ed essenziale, sembra voler riconsegnare un ruolo di dignità a Lene, e ripristinare generosamente il suo ruolo perduto di madre la cui legittimità repressa è incastrata da un sentimento prevalente di morte.
E' come se il disfacimento fisico della protagonista corrispondesse ad uno stato psicologico insanabile.
Eppure l’ultima sequenza apre uno spiraglio positivo: Lene comprende che la sola salvezza alla morte è rappresentata dalla figlia. L’amore ricercato dunque ha un nuovo destinatario, Anna, in cui può ancora avvenire il riscatto personale.
Simbolicamente, una nazione può risorgere dall’amore mai domo per i propri figli.
Grandiosa Eva Matthes, fedelissima a Fassbinder, qui finalmente in un ruolo “adulto”, oltretutto nell’anno in cui ha avuto un figlio da Werner Herzog.
Lo stile della Sanders-Brahms è essenziale ma crudo quando necessario, sospeso tra poema della vita e elegia della morte, e tratteggia con perspicacia spiccatamente femminile tanto il rapporto madre-bambina quanto il distacco emotivo tra moglie e marito.
Un film che forse lascia qualcosa di irrisoluto nella sua tragicità diretta e non arzigogolata, ma che al tempo stesso risulta pregno.
E’ ben al di là della linea che demarca un film drammatico da uno d’autore, e in ciò oltre alle interpretazioni contribuisce una regia efficace arricchita da un pertinente, mai eccessivo uso di immagini di repertorio quasi a voler tendere efficacemente ad alcuni sperimentalismi di calibro, come quelli di Syberberg o Kluge. La panoramica di Berlino devastata dai bombardamenti ti resta dentro.
Ingiustamente misconosciuto o poco considerato.

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