Shame (di Steve McQueen, 2011)

Sono uscito sconvolto dopo aver visto uno dei migliori film degli ultimi tempi. Un film che si legge nell’avambraccio di Sissy: prima dell’ultima ferita ancora fresca, balza agli occhi la lunga serie di vecchie cicatrici indelebili, solcate con altrettanto impeto autolesionistico (e non mortale). Chiudo gli occhi e provo a immaginare l’infanzia di Brandon e Sissy: esseri spaventosi emergono dal buio. Abbiamo, sentiamo sempre il bisogno di fornire una giustificazione a tutto ed identificare il demone; io alla fine l’ho fatto ma non voglio svelarlo, perché ciascuno dovrebbe poter misurarsi col buco nero dei ricordi e della coscienza. Questo film apre i cassetti della memoria, qualcosa di patologico ti abbraccia dall’inizio. Non è necessario aver avuto un’infanzia in cui sia avvenuto uno o una serie di avvenimenti tali da indirizzare la propria sessualità in un determinato modo. Il film non fornendo spiegazioni sul passato di Brandon e Sissy riesce a rievocare, a spingere con violenza, quindi persino a forzare nella direzione del ricordo di qualcosa che possa combaciare. Il risultato dell’esercizio può anche appartenere ad una dimensione artefatta, non importa, perché l’introspezione è autentica. E’ un film autentico. Indica chiaramente che qualcosa è accaduto nell’infanzia dei protagonisti (forse proprio nei primi dieci anni di vita per Brandon e relativi sette-otto per Sissy, in Irlanda?). La mancanza di cause oltre a indirizzarci verso una visione interiore ci sprona a concentrarci sul presente dei protagonisti. Riguardo questo secondo livello su cui si impernia la visione, mi viene spontaneo non aspettarmi nessun tipo di evoluzione. Non c’è un punto di arrivo perché la progressione del personaggio non è una scala ma un circolo, o forse sarebbe meglio dire una spirale. Ma il circolo forse rende maggiormente l’idea della ripetitività fine a se stessa. Ciò nondimeno avviene per Sissy, malgrado i due fratelli manifestino, tra le loro peculiarità comuni, aspetti caratteriali/vissuti/espressione corporea del disagio/approccio esistenziale differenti. Dico a me stesso che se non c’è una fine (e l’ultima sequenza del film, con lo sguardo circolare di Fassbender, è emblematica in tal senso), è opportuno intercettare i momenti-chiave in cui i due personaggi intendono interrompere la ripetitività che generalmente convoglia la curva della circolarità della loro esistenza: per Brandon è rappresentato dall’essersi messo alla prova gettando tutto il materiale pornografico, dopo la cena al ristorante con la sua collega di colore. Il fallimento nel nuovo approccio sessuale lo riconduce in quella spirale ossessiva da cui è impossibile fuoriuscire. Eventi hanno segnato un solco profondo, hanno mutato un’esistenza e i relativi fantasmi lo rincorreranno per sempre. Dinanzi a lui sembra apparire il cartello “questa non è l’uscita” (mi sovviene Easton Ellis). Per Sissy il tentativo più fragile e solo apparentemente deciso è il taglio delle vene dell’avambraccio (ma lo spirito è autolesionistico, anche se stavolta sembra davvero aver reciso più a fondo). Pertanto la chiave non è da ricercare nel contesto; non c’è nessun tipo di indagine sociologica esibita. Tutto è sul corpo di Brandon. Fin dall’inizio lo seguiamo passo per passo, persino in bagno. Viviamo sulla sua fisicità. Sissy sembra il suo specchio. Un elemento comune ha deciso la loro esistenza, specularmente, in una direzione del tutto simile. E’ vero, il film sfiora in alcuni frangenti la pornografia, ma al posto dell’eccesso denunciato da molti ho trovato molta pertinenza, anche psicanalitica, come nella sequenza dell’incontro omosessuale. Quanta compassione desta questo personaggio principale, ma quanta dolcezza suscita Sissy. A tutti gli effetti sembra lei la sola detentrice del significato di quella (e sottolineo la parola quella) interpretazione distorta del ritmo delle parole di New York, New York: “I wanna wake up in the city, that doesn’t sleep, to find I’m king of the hill, top of the heap. My little town blues are melting away, I’ll make a brand new start of it, in old New York. If I can make it there, I’d make it anywhere”.

3 commenti:

Manuele ha detto...

Commento molto bello, come sempre. Sono contento che ti sia piaciuto. Ho visto che l'hai inserito anche su filmscoop, meno male: lì avevo letto un sacco di commenti superficialmente negativi (le solite sciocchezze: è lento, non c'è trama, troppo sesso, e altre critiche ancor più assurde) ...

Mauro ha detto...

Grazie Manuele! Beh sono i soliti mainstreamers che commentano puntualmente ogni film che esce al cinema come pasto quotidiano. Persone che utilizzano lo strumento del commento come numero e non come specchio attraverso cui interrogarsi.

Anonimo ha detto...

Anch'io ho pensato a Bret Easton Ellis.
Sono d'accordo senza la tristezza di non aver scritto io. Questo film allude a molte più persone di quanto non possa sembrare
Ciao