Notte e nebbia del Giappone (di Nagisa Oshima, 1960)

Oshima si concentra sul fervente dibattito politico che caratterizza un determinato periodo storico. Al centro c’è il Trattato di sicurezza nippo-americano firmato nel settembre del 1951, e la successiva seconda ratifica del gennaio del 1960.
Curioso come nello stesso anno anche Kurosawa abbia realizzato un film che inizia con una lunga sequenza relativa ad un rito nuziale bruscamente interrotto (I cattivi dormono in pace).
In questo caso si va ben oltre, il dibattito nasce e s’intensifica esclusivamente in quel luogo. Due canovacci temporali uniti da ricorrenti flashback si alternano nella ricostruzione di una storia nella storia. Analisi del particolare attraverso cui assurgere ad una riflessione generale. Impasto di responsabilità individuali e collettive.
Fortemente dialettico e impegnato, è impossibile apprezzarlo nè tantomeno capirlo senza aver prima letto qualcosa in merito.
Pur informandosi non risulta del tutto chiaro, come ad esempio il ruolo del professore e la vera identità di Takao. La critica sembra intaccare tutti, compreso il movimento studentesco. L’indefinitezza e il caos della situazione di quel Giappone fotografato in quel preciso momento storico è a grandi linee determinato da troppi interessi ambigui in contrapposizione tra essi. Da una parte l’accordo congli Stati Uniti a pochi anni dal bombardamento atomico; dall’altra la paura per l’avanzata del pericolo comunista rappresentato da Cina e Unione Sovietica. Ma a livello più intimo emerge anche una presunta perdita di interesse di molti appartenenti al movimento studentesco, rei di aver spostato il proprio interesse sul rifugio di una vita coniugale lontana dai problemi collettivi.
Un dibattito animato alimenta e corrode la discussione. La parola si affievolisce in un finale straniante. Il titolo si erge su due sostantivi che descrivono precisamente l’atmosfera.
Ha perso di attualità proprio perché nasce e si esautora universalmente in quel preciso momento storico. Pertanto bisogna coglierlo così com’è, principalmente come un documento, un po’ come La Cinese di Godard.
Dal punto di vista stilistico il film è costituito da lunghi piani sequenza e una recitazione di stampo brechtiano. E’ inoltre possibile verificare una possibile influenza di Hiroshima Mon Amour di Resnais, specialmente nell’utilizzo del flashback. Oshima già negli anni ’60 è tuttavia un regista che segue un percorso sperimentale a parte che lo colloca in un filone piuttosto indefinito; lo stesso Il demone in pieno giorno di qualche anno più tardi, nonostante i richiami fortissimi al montaggio tipico della Nouvelle Vague Francese, si contraddistingue come opera originale e di spessore.
Credo che questo quarto lungometraggio segni il primo ruolo di spicco per Akiko Koyama, moglie del regista.

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