I segreti di Brokeback Mountain (di Ang Lee, 2005)

Ho rivisto dopo tanti anni Brokeback Mountain. La prima volta è stata al cinema, nel pieno del periodo convulso di dibattiti, scontri verbali anche molto accesi, che forse fatalmente avevano indirizzato la visione maggiormente verso estremi dialettici e conseguenti rivendicazioni di prese di posizione, piuttosto che verso la pura fruizione del messaggio del film, che, a ben rivedere, è talmente intimo da poter essere raccolto solo se ci si pone in una prospettiva di totale assorbimento – certo, ci sono i vissuti, indiscutibilmente, che alimentano un sentimento piuttosto che un altro, ma occorre che non si frappongano ne tantomeno diventino l’arma da sbandierare ai quattro venti per poi accingersi ad una visione inficiata da fattori eccessivamente personali. Prese di posizione che inevitabilmente in quel periodo erano scaturite e in qualche modo giustificate dai pesanti attacchi omofobi, spesso per nulla celati, altre volte – e questo era ancor più agghiacciante, per quanto mi riguarda – celate dietro la vaghezza delle parole che smontavano il dato tecnico del film per manipolare la sgradevolezza (anche a se stessi?) provata dietro la maschera filmica, e non personale. Perché il film, che, è bene chiarirlo immediatamente, non ostenta assolutamente nulla, ha spesso disgustato. E’ da questo presupposto che vorrei partire. Il film non sfoggia il tema dell’omosessualità, ne tantomeno incorre nel pericolo onnipresente di narrare una perseverante chiusura della società nei confronti del legame sentimentale dei protagonisti; affida semmai la riflessione ai particolari intimi, al linguaggio non verbale, alla psicologia. Perché Annis per tutta la sua vita non compie quel passo decisivo verso l’ignoto, sì, ma anche verso la libertà che Jack gli chiede continuamente? Non avvengono episodi particolari in cui viene forzata la riflessione entro il canale dell’omofobia, piuttosto è la sua abulia ad esprimercela. Secondo questo filo conduttore è l’auto-imprigionamento dei protagonisti, nelle loro maschere nuziali e nei rapporti interpersonali nella vita quotidiana, ad essere il centro della riflessione, e a suggerirci conseguentemente cosa non funziona nella società che li circonda. Fin da Ragione e Sentimento Ang Lee è stato attento a descrivere il rapporto tra schemi dogmatici e sentimenti repressi. Il motore non è tanto un processo sociologico, ma psicologico. Si indaga l’effetto della società, piuttosto che la causa di ciò che non quadra nel contesto. E, nel caso specifico, viene mostrata una resa incondizionata alla paura di manifestare il proprio orientamento sessuale, accompagnata da una necessaria dissimulazione da portare avanti per mascherarsi agli occhi degli altri. Malgrado ciò, in una sorta di sdoppiamento esistenziale, a questa facciata di adeguatezza corrisponde un aumento della frustrazione e della rabbia nella propria Vita Intima, sentimenti che non si riesce ad incanalare se non in reazioni inadeguate in maniera crescente nella Vita-di-facciata. Ad una narrazione essenziale e ripetitiva fa da contraltare dunque un senso perseverante e crescente di angoscia e impotenza. L’America Centrale, in cui sembra annidarsi lo stereotipo dei valori su cui si fonda il Sogno Americano, e in particolare uno Stato ultraconservatore come il Wyoming come sfondo del film, inevitabilmente hanno il loro influsso attraverso quei detentori della morale comune, come il suocero di Jack, o il proprietario terriero Aguirre, oppure la moglie di Ennis che, scoperta la relazione, definisce Jack come un “deviato”. Ma è l’alienazione della storia d’amore a catalizzare l’attenzione e a rappresentare il vero nucleo. I luoghi naturali (colti in una fotografia pregevole) ne sono gli unici testimoni all’interno della pellicola. Lo spettatore è costretto ad identificarsi con essi e a farsi portatore di un segreto. La riflessione non viene forzata, ma generata attraverso il ricorso a particolari ambigui che resteranno tali dopo la visione, a cui ognuno può attribuire un proprio significato. La morte di Jack su tutti: in una delle sequenze memorabili del film, la moglie di Jack comunica telefonicamente ad Ennis la morte del marito con un palese distacco, quasi rabbia. Durante il racconto di un banale ma fatale incidente (stava montando un pneumatico che gli è scoppiato in faccia) Ennis immagina tutt’altro: che Jack, probabilmente scoperto nel suo segreto inconfessabile di identità omosessuale, sia stato brutalmente massacrato, così come un uomo che lui stesso aveva visto da bambino (una storia tramandata da padre in figlio, che Ennis nel corso del film racconta a Jack). E’ stato davvero un incidente, o la moglie mente? Il limite tra paranoia e realtà sembra divenire sottile. A ben pensarci, indipendentemente dalla verità, ci sorprendiamo a riflettere che entrambe le versioni possano essere valide, e alla luce di ciò è sconvolgente appurare che il pensiero che possa essere avvenuto un omicidio non è più paranoico. Più tardi, nel corso della visita di Ennis ai genitori di Jack, il padre racconta che il figlio aveva intenzione di trasferirsi dove vivevano loro con un altro uomo, ma poi il progetto è fallito. Torna in mente la proposta ambigua del marito di un’amica della moglie, che in una sequenza del film aveva chiesto a Jack di andare a pesca assieme (la gestualità e l’imbarazzo dell’uomo avevano fatto pensare ad una proposta sessuale), ma il discorso veniva improvvisamente interrotto dall’arrivo delle mogli. Non è azzardato immaginare che quell’incontro sia poi avvenuto e che la relazione parallela di Jack con quest’uomo scoperta e quindi punita. Ennis resta in vita ma con la morte dentro. Nel corso della sua esistenza ha intessuto solo una relazione significativa, quella con Jack, bruscamente e irreparabilmente interrotta. Egli resta l’unico essere umano detentore di un segreto, quello di un amore, di una speranza. Il ricordo racchiuso in quella camicia sporca che ha scelto tra i suoi oggetti come feticcio da conservare è la sola sicurezza che gli resta. L’abbottona in una visione fantasmatica che ci stritola. Una sequenza magica è costituita dal campo lungo che imprigiona l'auto di Ennis nel cuore della notte mentre lascia la casa dei genitori di Jack. Un puntino luminoso ondeggia solitario lungo le curve di una collina. I due amanti in fondo convivono nel ricordo, e sono unitamente rimasti soli in questa dimensione allorché il padre di Jack ha sentenziato che il figlio sarà sepolto nella tomba costruita appositamente per lui. Non c’è dunque spazio per il desiderio di Jack, ossia che le sue ceneri venissero sparse a Brokeback Mountain. Ennis in segno di rispetto annuisce, degnamente. Non può sostituirsi al volere dei genitori dell’amico. E’ stata così sottratta a Jack anche l’ultima richiesta di affermazione di Sè. La libertà è stata definitivamente soffocata nell’ignoranza di intercedere sulla volontà di una persona anche dopo la sua morte in virtù di piani prestabiliti da condurre meccanicamente, in conformità di un Credo incontrovertibile. In quel finale “Io giuro” vedo un uomo carico di verità che può solo persistere ad affermarla attraverso il ricordo. Ed è nel ricordo che l’esistenza di Jack si riaffranca del suo legittimo valore.

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