Germania anno zero (di Roberto Rossellini, 1948)

Germania anno zero, occorre ripartire, ma su quali basi? La Berlino dilaniata dai bombardamenti colpisce fin dalle prime indimenticabili sequenze. Sembra un film sul dramma collettivo, ma una splendida alternanza tra interni e esterni produce gradualmente un dualismo della ricerca che ci introduce nella sofferenza individuale, senza perdere di vista quella del contesto. Berlino come cornice strutturale e metaforica della sofferenza, dunque, laddove per tutti o quasi ricorre una ricerca impellente e necessaria. L’obiettivo comune, ridotto all’osso e sovrapposto a quello individuale, non è altri che la sopravvivenza. Non è un proposito che ha alla base un’ideazione, una prospettiva, bensì ha una sua limitazione temporale, quotidiana (deve essere appagato all’ordine del giorno: la famiglia oggi deve mangiare). Edmund investe l'attenzione immediatamente perché è un ragazzino e deve misurarsi con un pensare ed agire adulto. Edmund è quindi costretto ad essere tale (non è il prototipo di Ivan di Tarkovskij?). La cautela nei movimenti del fratello, o meglio questa sorta di auto imprigionamento volontario (certo i rischi, ma tutto sembra fuorché intrepido, questo timido e infantile Karl-Heinz), fanno da esatto contraltare alla spregiudicatezza delle sue azioni. Ma attenzione, Edmund benché debba agire da adulto e abbia imparato a farlo, non ha ancora gli strumenti per ragionare in maniera tale. E’ qui che si genera la profonda spaccatura interiore del film. Ritengo che la figura ambigua del vecchio professore renda perfettamente l’elasticità e la profonda suscettibilità di come il concetto comune di morale fosse disgregato e di difficile collocazione. Nella straordinarietà del conflitto bellico è racchiusa l’altrettanta straordinarietà di ciò che consideriamo un naturale, normale percorso di crescita. Se l’adulto insegna al bambino che homo homini lupus, la profonda incertezza e instabilità della morale comune unita all’impellenza della necessità sono il terreno più fertile affinché avvenga un irrimediabile corto-circuito nella pianificazione del pensiero. Dunque Edmund raccoglie il messaggio vittima di uno spasmodico bisogno di ottenere qualcosa per tutti, perché sulle sue spalle grava un macigno che non gli spetterebbe (provvedere all’alimentazione di tutti) ma egli non può essere ancora in possesso della capacità di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. L’essere vittima e carnefice colloca Edmund in uno spazio indefinito, in un limbo in cui versa nella più totale solitudine. Edmund cessa di esistere già nel momento stesso in cui ha compiuto l’atto. La solitudine di Edmund mi invade ma non giunge fino in fondo. Razionalmente trovo il film mirabile e riuscito, ma emotivamente non provo devastazione. Certamente è difficile oggi identificarsi in pieno con un individuo in un contesto così apparentemente lontano come quello descritto. E’ la sola risposta che fornisco per giustificare la mancanza di particolari scosse emotive. Inoltre l’aver conosciuto Edmund già nella sua fase adulta non mi fa rendere conto appieno delle responsabilità degli altri nello stupro della coscienza che subisce.

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