E ora dove andiamo? (di Nadine Labaki, 2011)

Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, I'imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un'insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ognuno. (Mahatma Gandhi)
Il linguaggio della tolleranza che si erge sulla rivendicazione della propria verità. Nadine Labaki affronta un tema così impervio con una naturalezza che manda allo sbaraglio qualsiasi sovrastruttura intellettuale fuorviante, e pariteticamente evita di scivolare nel classico, mediocre, facile melodramma a cui siamo tanto avvezzi, malgrado almeno in un punto della narrazione illuda di essere sul punto di farlo. Immagino che la regista abbia dovuto misurarsi fin troppo spesso con il tema del conflitto. Più l’evento accade, più ci si interroga sulle cause che l’hanno scatenato. Il nonsense che scaturisce dalla riflessione è ovvio, ma talvolta non è semplice argomentarlo senza scadere nel solito stile populista incapace di lasciare una traccia. Non saprei proprio come definire la poetica di questa regista. Respinge il dramma con il sarcasmo e il genere “commedia” con il piglio dell’ironia intelligente. Pertanto si districa attraverso diversi piani contingenti e non perde mai di vista il messaggio che intende trasmettere. Questo caleidoscopio di ampie sfumature, pur ricco di rimandi (le mie associazioni mentali sono state: Volver, Donne senza uomini, Anche le tartarughe volano – il personaggio di Satelite è praticamente plagiato -, persino Il ciclone!) risulta anomalo e degno di grande interesse. E ora dove andiamo? è un racconto che nasce nel particolare per raggiungere l’universale. L’incipit è di una bellezza rara e indica immediatamente che esiste una profonda spaccatura nel microcosmo descritto. La convivenza del villaggio/mondo è apparentemente pacifica, ma quando si tratta di dialogare sul tema della religione, gli uomini perdono il senno e si azzuffano. E’ un film che coglie la fragile suscettibilità di chiunque si senta portatore della verità del creato. La convinzione è spesso talmente radicata e intransigente rispetto alla critica che basta un minimo, placido scossone alla sua struttura per scatenare una reazione rabbiosa e cieca. Potrebbe sembrare un lezioso esercizio di stile improntato su quanto la donna per natura sia in grado di utilizzare meglio il lobo frontale rispetto all’uomo; tutt’altro. Sebbene sia concepito da una donna e nondimeno risulti un film al femminile, descrive un altro modo di intendere il concetto di forza. Scritto così mi rendo conto che tutto ciò possa sembrare una sciocchezza clamorosa, ma il calore seducente che nasce dal gruppo delle donne è un’energia trasfigurante e di ardua caratterizzazione. I tentativi per distrarre gli uomini, vero leitmotiv del film, seguono una crescente consapevolezza della propria incidenza fino al colpo di genio finale: scegli me o la tua religione? Se vuoi mantenere accanto a te ciò che ami devi essere disposto ad accettare anche un suo cambiamento radicale. Per amare l’essenza di una persona devi imparare ad accogliere la manifestazione della sua testimonianza di essere vivente.
Every liberty is an element of collapse. Differences invite a decline. Order is just a piece of paper. Block a man-made light by a wall. I see through a crack. If we could discuss equally again. When the object turns into us, That's when we can start to live. (Tetsuya Fukagawa)

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