Theory in practice - Third eye function (1997)




Per me che giungevo dall’ascolto dei due album successivi, ascoltare Third Eye Function è stato ostico. Nel muro claustrofobico eretto da due chitarre e un basso ultradistorti, apparentemente accordati un paio di toni sotto, vengono inserite melodie centellinate, assoli virtuosi e partiture acustiche in salsa quasi-flamenco che rendono più esotico e bizzarro questo discone massiccio come pochi.
Stilisticamente estremi e senza molti compromessi, i Theory in Practice colpiscono con il loro incedere furioso e devastante, ma matematico.
Non puntano minimamente sulla velocità, ma sul martellamento incessante di riff cervellotici e pesantissimi allo stesso tempo.
Come se non bastasse, alla scelta azzardata di accordare gli strumenti così bassi, si aggiunge la registrazione effettuata nei Sunlight, notoriamente lontana dall’essere cristallina.
Il gruppo è dotato di un tasso tecnico elevatissimo: si segnala in particolare il genio di Peter Lake, essenzialmente un guitar-hero, artefice delle composizioni.
La costruzione dei brani non è riff by riff come nel delirante The armageddon teories (che è il mio album preferito del gruppo) ma neppure quasi lineare come sul più appetibile ed essenziale Colonizing the sun.
Non saprei a chi accostare i Theory in practice di Third Eye Function: sono maledettamente svedesi eppure non assomigliano lontanamente né ai padri dello swedish-death né tantomeno all’ondata melodeath. L’unico gruppo del passato a cui fanno pensare di tanto in tanto sono i Nocturnus.
Indubbiamente questo disco mostra come il seminale Destroy Erase Improve dei connazionali Meshuggah abbia influito anche nella chimica compositiva di gruppi non propriamente dediti a quel genere.
Da sottolineare l’utilizzo della tastiera, non così spiccato come in Colonizing the sun, ma già molto effervescente.
Third Eye Function, registrato alla fine del 1996, è una rarità e rappresenta uno dei lavori imprescindibili per avvicinare l’evoluzione del techno-death della seconda metà degli anni ’90.
Alcuni brani, come Self alteration o Worlds within Worlds hanno del clamoroso. The expiring Utopia con i suoi stop-and-go è una vera e propria colata di cemento ed è il brano che preferisco.

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