Pill 19

Dico a me stesso: devo trattenermi (censura come autocontrollo spontaneo)

“La censura non è solo un provvedimento dai risultati clamorosi ma è anche un problema dai risvolti quotidiani. Se si sommassero soltanto le misure preventive – sequestri, perquisizioni domiciliari, ordinanze, leggi, decreti, divieti di rappresentazione, Berufsverbot (tradotto: “divieto al lavoro”. Provvedimento legislativo, promulgato nel gennaio del 1972, che prevede sanzioni disciplinari nei confronti dei cittadini della Repubblica federale tedesca qualora sussista ragione di dubitare della loro aderenza ai principi democratici indicati dalla costituzione. Anche se le persone in questione risultino incensurate e non appartenenti a partiti illegali. Il Radikalenerlass sancisce la possibilità di licenziare impiegati dello stato, o impedire ai cittadini l’accesso alle professioni statali. Cito Agnese Grieco, Anatomia di una rivolta, pag. 113), campagne denigratorie – il bilancio non sarebbe poi così imponente. E potrebbe suscitare un’immagine distorta degli effetti della censura.
La repressione politica non è quantificabile in ‘casi’. Ancora più pericoloso è che si annidi nei nostri cuori, nei nostri cervelli, come interiorizzazione del controllo esterno, sotto forma cioè di autocontrollo spontaneo.
Poco tempo fa, una giovane insegnante di una cittadina dell’Assia mi ha chiesto: ‘Credi che possa far ascoltare in classe La grande rivista dei Grips, un disco di canzoni per bambini inciso dal Grips Theater di Berlino? Ho saputo che le autorità hanno vietato gli spettacoli del Grips Theater in alcuni quartieri di Berlino. E i genitori dei miei alunni sono dei conservatori!’. In questo caso l’autocontrollo spontaneo, che si basa su un caratteristico processo di transfert, ha funzionato a dovere. Il transfert ha addirittura agito a tre livelli diversi: a livello di geografia (trasmissione della notizia da Berlino all’Assia), di medium (dal gruppo teatrale all’incisione discografica), di istituzioni (dalla rappresentazione in pubblico di un testo teatrale alla sua utilizzazione parziale in un’aula scolastica).
I gesti dimostrativi che accompagnano i decreti di censura – ingenti spiegamenti di polizia contro piccoli librai, quattro mesi di galera inflitti a Klaus Wagenbach per sette righe scritte sul ‘Roten Kalender’, persone colpite da Berufsverbot solo perché avevano venduto giornali comunisti – vengono spesso bollati dalla critica liberale come ‘un’inutile ostentazione di mezzi’. Ma proprio in questo trovano la loro ragione d’essere: provvedimenti eccezionali presi contro singoli individui allo scopo di impressionare l’intera opinione pubblica.
Bertold Brecht ha così descritto il funzionamento della censura: ‘Per quanto possa sembrare comico, non è necessario chiamare in causa i desideri della grande borghesia per comprendere i meccanismi della censura. Basta considerarli come un processo schizofrenico piccolo-borghese, fondato sulla seguente affermazione: dico a me stesso: devo trattenermi’.
Così facendo, un individuo si mitizza, divenendo i destinatario di ordini impartiti da lui stesso (dico a me stesso: devo trattenermi). In realtà non fa altro che procedere alla propria automutilazione, come il protagonista del Precettore di Lenz, mentre si crede consapevole della propria autonomia.
E agisce non solo in un modo più che comprensibile, ma anche con intelligenza, razionalizzando la propria condotta. E allora non abbiamo più a che fare con il terribile censore, davanti al quale ci si inchina tremando, ma con il benevolo zietto, pronto all’occasione a rammentarci che ‘non bisogna spingere le cose troppo in là’. E ci sono sempre buoni motivi per non dire una cosa (e dirla altrimenti); per non fare una cosa (e farla altrimenti).
Un esempio, questo colloquio tra professori.
Collega A: ‘Hai letto sullo Spiegel che il consiglio economico della CDU ha invitato i suoi iscritti a comunicare i libri che trattano argomenti politici e sociali sospetti? E a denunciare i nomi degli insegnanti che li adottano?’
Collega B: ‘Tra i libri sospetti sarà incluso sicuramente anche l’Hilligen (un testo di sociologia molto scomodo, nda). Che ne pensi?’
Collega A: ‘Lo trovo buono. Però lascia un po’ a desiderare dal punto di vista didattico. Con quel suo modello di conflittualità permanente può provocare negli allievi certe frustrazioni!’
Collega B: ‘In questo momento poi dobbiamo evitare le provocazioni. E ci sono tanti altri modi per spiegare gli obiettivi della sinistra’.
Insomma, motivi, buoni o cattivi, per autocensurarsi si trovano sempre. L’autocontrollo spontaneo è molto sensibile ai richiami della ragione e della saggezza politica, naturalmente intese nel ‘giusto’ verso. E, com’è noto, assumendo un contegno ‘giusto’, equilibrato, si va molto lontano. E non c’è forse bisogno di fiato nella marcia attraverso le istituzioni? E quanta gente astuta scomoda ancora Brecht e i suoi stratagemmi per divulgare la verità! Quanto detto finora fa tutt’uno con l’astuzia: si può andare in giro come lupi travestiti da agnelli, purchè non si cominci a provare piacere brucando l’erba.
Uno studente rielabora il compito d’esame: vista la presenza del commissario esterno, su consiglio di un amico, sostituisce concetti come ‘lotta di classe’ e ‘ideologia’ con ‘contrasto sociale’ e ‘riflesso’. E ancora. Un giornalista corregge un comunicato alla radio e al posto di ‘renitente al servizio militare’ scrive ‘renitente alla leva’; e così conclude: ‘Energico nella sostanza e duttile nella forma’. Assunto in prova, un impiegato dice: ‘Finché non avrò ottenuto un posto di lavoro fisso non sottoscriverò nulla; ma anche in seguito mi guarderò bene dall’esprimere francamente la mia opinione’.
Non voglio essere frainteso. Non biasimo questi comportamenti; anzi, spesso mi comporto allo stesso modo. Ma certe volte mi chiedo quanto ancora potremo resistere prima che l’autocontrollo spontaneo diventi la nostra seconda natura. Così facendo, non potremo sottrarci alla lunga ai suoi effetti deleteri: il graduale affievolirsi della fiducia nell’esperienza personale, il deperimento dell’autocoscienza, l’annullamento dell’identità. Lentamente si forma un carattere etero diretto, cioè guidato dall’esterno. E dagli studi compiuti su personalità autoritarie sappiamo che i sistemi totalitari funzionano sempre, e solo, attraverso la loro riproduzione nell’economia psichica degli individui.
Non intendo rivolgere qui un appello morale, risvegliare il coraggio civile, spingere all’opposizione, sebbene un pizzico in più non possa che giovarci. Io chiedo, e questo è il primo passo obbligato nel solco della tradizione illuminista, che tutti si rendano conto dell’esistenza dell’autocontrollo spontaneo. E che ognuno si adoperi per non interiorizzare continuamente le costrizioni esterne, per non razionalizzare l’irrazionale. Questo vale sia per l’economia psichica individuale sia per il sistema sociale globale.
Brecht lo sostiene in questi termini: ‘Non c’è nulla di peggiore della schiavitù occulta. Se è palese, è una condizione riconosciuta come schiavitù e, accanto a essa, è quindi possibile concepire un’altra condizione, quella della libertà. Ma se la schiavitù viene effettivamente scambiata da tutti per libertà, allora questa non è più pensabile. E non soltanto la schiavitù diventa una condizione naturale, ma la libertà diventa innaturale. Tutti i progetti dell’umanità si fondano su questo progetto, sulla lotta affinché la schiavitù venga smascherata e tolta di mezzo’.
Ma l’illuminismo è rimasto a metà strada. Le sue coordinate politiche sono state la presunta integrità, autonomia del singolo individuo, e la struttura inviolabile dell’opinione pubblica borghese. Oggi non abbiamo più validi motivi per riporvi eccessiva fiducia. Al primo passo deve però seguire il secondo: dar vita a un’opposizione collettiva e costruire un’antiopinione pubblica. In questa direzione sono stati fatti già alcuni tentativi. L’anno scorso, a Brema, alcuni insegnanti universitari hanno venduto in pubblico testi di letteratura messi all’indice. Come tutto cominciò, il libro di Bommi Baumann sequestrato, è stato riedito da quattrocento persone riunite in un copyright collettivo, in contrasto con l’ordinanza del tribunale. In diversi luoghi ci sono state iniziative per combattere la censura e il Berufsverbot. Oggi, in questa sede, dobbiamo discutere su come il movimento d’opposizione possa continuare a diffondersi”.


(Dieter Richter, docente all’università di Brema, agosto 1977, raccolto alle pagg. 23-27 in Germania d’autunno – Repressione e dissenso nello spettacolo della R.F.T., di Renate Klett, 1979
Ubulibri/Edizioni Il Formichiere)

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