Ferdinando il duro (di Alexander Kluge, 1976)


Credo che solo due film di questo regista siano stati distribuiti in Italia, Ferdinando il duro è uno di essi ma premetto che guardarlo sottotitolato in lingua originale sia un approccio indispensabile, in considerazione della qualità del doppiaggio tutt’altro che apprezzabile.
Appena un paio di anni prima del suo preziosissimo contributo per Germania in autunno, il regista si mostra come sempre estremamente sensibile alle inquietudini del clima socio-politico che pervade la sua Germania.
Kluge è da sempre impegnato e anticonformista; uno dei temi dominanti del suo cinema è costituito dalla prevaricazione e dal controllo, pertanto non poteva essere trascurata la metamorfosi che lo Stato Federale in quegli anni stava compiendo: in un clima quasi da guerra civile, approfittando delle fratture sempre più ampie all’interno della società, chi deteneva il potere cercava strenuamente di consolidare la propria posizione promulgando leggi speciali e innalzando una caccia alle streghe verso il crescente pericolo comunista, rappresentato non solo dai terroristi della RAF (anzi paradossalmente - anche se il discorso in merito sarebbe molto complesso – oserei scrivere non tanto dai terroristi, che come tante letture sociologiche confermano erano piuttosto uno specchio di quell’intransigenza che il governo federale incarnava), ma soprattutto dal pericolo rosso derivante dagli intellettuali simpatizzanti, malvisti (solo) all’interno della Repubblica, e dai regimi comunisti asiatici, timore costante per i vecchi stereotipati tedeschi alla ricerca di tranquillità dopo la dura lezione del nazismo – un nazismo che in maniera tacita, subdola, tornava clamorosamente a far capolino tra le maglie allargate di un sistema in forte, quotidiana crisi, fatta di scontri aspri non solo sul piano verbale ma anche dell’azione.
In questo contesto di profonda instabilità si alimentava la cultura del sospetto. Il veicolo non era rappresentato solo dai media, come una visione apparente suggeriva, ma in particolar modo dalle misure di sicurezza impartite dall’interno: mai visto in realtà un filo conduttore così ben saldo che abbracciasse stampa, polizia e governo (quasi un apparato) nel secondo dopoguerra, e tra l’altro il fatto che ciò accadesse in una nazione così apparentemente miracolata dall’economia come la Germania era un interrogativo da tenere ben presente.
Il film tralascia la dimensione mediatica e si concentra esclusivamente su come il concetto di sicurezza fosse immaginato e dispiegato in quel periodo da chi si occupasse di preservarne e applicarne i suoi principi basilari.
Il titolo fa naturalmente riferimento al protagonista, un alto funzionario di polizia esperto in sicurezza.
Un prologo eccellente ci proietta immediatamente nel suo modo di ragionare: un uomo entra furtivamente in un’abitazione. Gli agenti di polizia che evidentemente erano al corrente del piano e circondano l’edificio, attendono che egli rompa il vetro prima di entrare in azione. L’uomo spara, uccide un agente e riesce a fuggire. Ferdinand rimprovera ad un suo superiore di aver atteso che avvenisse il reato (scasso) prima di agire. Ne segue un duro dibattito in cui emerge l’insofferenza del suo superiore verso la fatica che Ferdinand mostra a comprendere ciò che per legge andrebbe eseguito.
Difatti egli ha già perso il senso della Costituzione e adotta un modus operandi del tutto proprio. Silurato, viene assunto come responsabile della sicurezza di un’azienda che fa riferimento ad un colosso belga ma che in Germania, nel luogo in cui si svolgono i fatti (mai menzionato), ha un gigantesco stabilimento.
Ferdinand trasforma i suoi sei mesi di prova in un addestramento militare continuo, alla ricerca dei più sofisticati (e dispendiosi) congegni di sicurezza. E’ un uomo che contemporaneamente viene ritratto nel suo privato come abbandonato ad una misera esistenza di solitudine, ed è in grado di farsi una compagna solo attraverso un ricatto. Infatti quel che potrebbe sembrare in apparenza solo un funzionario eccessivamente meticoloso, nasconde una condotta morale viscida, ambigua e insicura. Un personaggio che ci repelle.
Il vero salto di qualità il film lo intraprende strada facendo, quando riesce con disinvoltura a spostare l’alveo della spregevolezza non tanto sul protagonista, quanto sui suoi superiori.
Un fantasma nazista, come detto inespresso (perché costituiva ancora una profondo senso di colpa per una nazione divisa come sua conseguenza) ma terribilmente riconoscibile per modalità, appare e inorridisce.
Lo stile di Kluge, con la consueta voce fuori campo e l’utilizzo abbondante della mdp, è schematico e in un certo senso geometrico. Evita ellissi e ricorsi agli sperimentalismi dei film precedenti. In virtù di ciò è il film più convenzionale (mi si passi il termine, che ovviamente, considerando quanto fosse fuori dagli schemi Kluge, stona) dagli esordi fino a quel momento all'interno della sua filmografia.
Pur ricorrendo al suo distinguibile linguaggio cinematografico ben poco empatico egli smitizza, sgonfia e mette persino in ridicolo tutto l’apparato cospiratore che ci mostra, mettendone a nudo con maggior efficacia la sua natura imbecille e autodistruttiva.
Il protagonista è da una parte conforme, dall’altra irrispettoso della gerarchia di un sistema che lo contorce nella sua famelica intransigenza.
Non è difficile rendersi conto che Ferdinand è solo un ingranaggio di una macchina ben più arguta, meschina e potente di lui.
L’allegoria è chiara: nella Germania divisa del 1976 i pesci grossi esercitano un controllo della sicurezza ben più sofisticato, gelido, silente e invisibile di quello scalcinato e disturbato di un pesce piccolo qualunque.
Una distinzione fondamentale è che mentre la caccia alle streghe del Sistema, lucidamente imbastita e diabolicamente efferata, è tutt’altro che mentalmente malata, quella oltranzista e pseudo-ribelle di un Singolo-pedina come il protagonista appare al contrario schizofrenica e inadatta, quindi da scartare.
I pericolosi operai nello stabilimento sono tutt’altro che il vero obiettivo da controllare dalle alte sfere, mentre per Ferdinand, ligio al dovere dell’idea (in quel periodo attuale) dell’ordine da contrapporre al disordine causato da comunisti e arabi (non dimentichiamoci di ciò che è accaduto alle Olimpiadi di Monaco del 1972 – quell’evento ha contribuito a sconvolgere la già fragile Germania) diviene progressivamente una preoccupazione interna.
Ai superiori non piace la condotta di Ferdinand: spende troppo, lavora poco e gli viene chiesto di lavorare “non troppo”. Non dovrebbe farsi notare, cosa che al contrario avviene continuamente perché pur di essere assunto questo piccolo, goffo uomo di mezz’età dall’alta ma contemporaneamente fragilissima idea di Sé s’arrabatta in una serie di dimostrazioni di efficienza.
Il problema è questo: nessuno dei due rigenera e/o tutela il concetto di sicurezza come andrebbe fatto secondo i dettami morali e della Costituzione.
Ferdinand abusa della sua percezione di applicazione e nella sua degenerazione finisce per svelare un piano segreto di un alto esponente della multinazionale, ma questo suo eccesso non fa che calpestare piani orditi a macchia d’olio all’interno delle alte sfere, e ciò causa il suo licenziamento.
Ciò scatena la rivincita finale: per mostrare che persino le classi politiche trascurano la sicurezza, Ferdinand spara ad un ministro colpendolo seriamente alla mascella. Dichiara che la propria intenzione fosse di non colpirlo ma solo palesare che è un esperto in materia di sicurezza.
Nell’atto di ripristinare la propria competenza negata dal licenziamento, ha fallito dunque anche lui.
Intervistato sull’ambulanza, sragiona. E’ un finale perfetto perché provoca all’unisono preoccupazione, rassegnazione e risate acide.
L’allarme che lancia Kluge è di conseguenza serio e ridicolo allo stesso tempo: cos’è della libertà in una nazione che la fraintende col concetto di sicurezza?
Una nazione che deve ancora pagare un durissimo prezzo: l’autunno del 1977. Il film è una fotografia della pagina storica immediatamente antecedente.
Da evidenziare l’interpretazione ottima di Heinz Schubert e tra le sequenze memorabili, oltre al finale, si segnala il sogno del sabotaggio: l’incertezza di un presente che si riverbera nel mondo onirico e che viene interpretato come una premonizione funesta da non sottovalutare.

“If we surrender our liberty in the name of security, we shall have neither”
(B.F.)

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