Estate violenta (di Valerio Zurlini, 1959)


Estate violenta è il primo film “libero” di Valerio Zurlini, considerando che il suo esordio, Le ragazze di San Frediano, gli era stato in qualche modo imposto.
Su un suo soggetto di oltre 100 pagine è stata imbastita una sceneggiatura a quattro mani con la collaborazione della grande Suso Cecchi D’Amico.
In un’intervista il regista affermò che non gli interessava inserire tratti autobiografici nei propri film (eppure il protagonista de La prima notte di quiete gli assomiglia molto) ma che al tempo stesso fosse inevitabile che tempi e luoghi avessero un terreno comune. Estate violenta infatti pur raccontando una storia di fantasia trae ispirazione dall’esperienza vissuta in prima persona dal regista stesso durante l’estate del 1943, segnata dalle dimissioni di Mussolini (25 luglio).
Il film pone l'attenzione su un’adolescenza borghese e vuota, poco responsabile e indifferente. La guerra c’è, è un pericolo costante, ma viene vissuta con superficialità dal gruppo dei protagonisti, come se non li riguardasse.
La riflessione cardine attorno a cui il film ruota è che per quanto ci si possa costruire attorno una barriera di fantasia, i nostri vissuti e le grandi circostanze scorrono inevitabilmente di pari passo.
Estate violenta ci ricorda che non ci si può esimere dal fare i conti con la Storia.
Il protagonista rimanda continuamente un impegno intimo e civile che gli spetta.
Eppure la guerra non tocca profondamente soltanto la coscienza individuale, ma anche gli affetti.
Per argomentare quest’altro importantissimo tema, viene narrata un’altra “storia nella Storia”, ovvero la relazione che s’instaura tra Carlo e Roberta.
A differenza di Carlo, la protagonista femminile è una donna che è già stata colpita duramente dalla guerra, avendo perso il marito, ma dal suo passato emerge una dura imposizione borghese che le è stata cucita su misura e che ha prevaricato la propria libertà individuale. Carlo per Roberta costituisce una rinascita spirituale che scavalca un ruolo civile e forse, persino di madre.
Nei momenti cruciali il pensiero di Roberta va alla figlia, ma parimenti ella appare disposta a rinunciare all'idea di vivere con sua figlia piuttosto che ad immaginare un’esistenza lontana da Carlo.
Apprezzabile l’interpretazione di Eleonora Rossi Drago, che sembra assomigliare molto al suo personaggio, sposato presto e quasi ossessionato dalla propria immagine e dal rapporto tra la propria bellezza e l’età che avanza (molti anni più tardi, poco dopo essere diventata nonna, l'attrice ha tentato il suicidio).
Zurlini racconta che il truccatore era sempre l’ultimo a uscire di scena prima dei ciak.
Ho trovato sorprendente l’analisi dell’ambiguità di questi due protagonisti, così come i ritratti delle figure marginali.
La madre di Roberta è una vedova dispotica, una borghese impermeabile a qualsiasi tipo di divergenza, familiare e storica.
Il padre di Carlo, benchè appaia in una sola sequenza, è una figura che aleggia fin dall’inizio come un’ombra “protettiva”, non in un’accezione affettiva del termine, quanto piuttosto “politica”: riesce sempre a mescolare le carte in tavola per far sì che il figlio non venga chiamato alle armi. Una forte contraddizione che smaschera l’indole fascista di un uomo che ha aderito ad un’ideologia più per trarne benefici materiali piuttosto che per una reale convinzione. Questo spigoloso arrivista (un grande Enrico Maria Salerno), che naviga “dove soffia il vento”, appartiene dunque a quello stereotipo di “nuovi fascisti” che prendevano corpo in quel periodo di così grande confusione identitaria nell’altrettanto fragile identità di una nazione, anticipando paradossalmente, a grandi linee, proprio il personaggio interpretato da Trintignant ne Il conformista di Bertolucci.
Proprio Jean-Louis Trintignant, agli inizi di una brillante carriera, offre una prova convincente, tratteggiando un personaggio superficiale ma non solo per sue responsabilità (ha vissuto in una “campana di vetro” costruitagli attorno dal padre), che nel momento cruciale si trova costretto dagli eventi a dover compiere uno “scatto” morale inevitabile.
Il film è stato realizzato con pochissimi mezzi, eccetto la celebre sequenza finale del bombardamento. Fu Goffredo Lombardo a dare il via libera per nuovi, sostanziosi finanziamenti per realizzarla, dopo aver visto il materiale girato fino ad allora.
Se Valerio Zurlini avesse vissuto in un periodo diverso probabilmente avrebbe lasciato ai posteri una filmografia ben più consistente. Non è riuscito a condurre in porto una serie di progetti sulla carta molto interessanti spesso per via di produttori tutt’altro che aderenti alle sue coordinate artistiche. Era dotato di una sensibilità fuori dal comune e ciò ha caratterizzato la sua carriera fino alla fine.

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