Tiamat - Wildhoney (1994)





A M. e alla nostra longeva amicizia, spero ti piaccia leggere quanto segue.


Il ’94 è un periodo di grandi cambiamenti in casa Tiamat: Thomas Petersson, storico lead-guitarist, è via per il servizio militare (tornerà nella band per A deeper kind of slumber); Niklas Ekstrand e Kenneth Roos escono dal gruppo e vengono rimpiazzati rispettivamente da Waldemar Sorychta e Lars Skjöld.
L’apporto dei due musicisti in entrata è fondamentale quanto quello di Johnny Hagel, il bassista principale artefice di uno dei brani di culto della band, ossia Gaia, di cui parleremo più approfonditamente nel corso del commento dedicato all’EP che porta il suo nome, uscito qualche mese più tardi rispetto a questo quarto full-length.
Forse nell’immaginario dei più, di Wildhoney restano soprattutto le melodie di Edlund e le atmosfere da sogno dipinte dalla mano di Sorychta: l’artista di origini polacche, trapiantato da anni a Dortmund, era già attivissimo come guest un po’ dappertutto, ma deve tanto a questo album che l’ha consacrato come uno dei più geniali tastieristi degli anni ’90. Deve essere stato lui a spingere Edlund a trasferirsi a Dortmund (?), il famoso “contesto urbano” che tanto sembra aver influito nel modificare anche l’impronta musicale del talento svedese nel corso di quegli anni.
Johan era stanco della scena swedish-death che da ragazzino aveva contribuito a plasmare (già col monicker Treblinka alla fine degli anni ’80), con due album storici come Sumerian cry e The astral sleep.
Era stanco del nome Hellslaughter (?!) che già aveva abbandonato con l’ultimo Clouds, un disco già decisivo per un cambiamento di rotta. Ma mai nessuno avrebbe immaginato un ulteriore cambiamento come quello operato su Wildhoney.
Quando i capolavori nascono non c’è un perché, è uno stato di grazia indefinibile, e sembra che i tasselli vadano ad aggregarsi tutti inspiegabilmente nel modo più congeniale.
Ma c’è un altro dato di fatto che dalla sofferenza viene elevato ad arte: Edlund proprio non riusciva a venire a patti con l’abuso di LSD, e all’età di 23, ormai sempre più stempiato (s’è rasato a zero dopo aver realizzato Wildhoney, e ha mantenuto costantemente questo look aggiungendo subito un tocco dark nell’abbigliamento e nel trucco), era pronto per il primo tentativo di avvicinare, di emulare i suoi miti di sempre: i Pink Floyd.
E Wildhoney a conti fatti appare proprio questo, un disco che attinge a piene mani dal rock psichedelico del combo inglese, dalle atmosfere agli assoli a-la Gilmour, come è evidente da una seconda, lisergica metà, senza rinnegare un approccio anche pesante ma che quasi rasenta il doom (piuttosto che il primigenio death-metal ormai già dimenticato) nei primi, talvolta possenti brani.
E’ una fusione maledettamente innovativa in campo metal, ancor prima degli Anathema (che in quei mesi con Kingdom cominciavano a iniettare i Pink Floyd nel loro doom/death degli esordi), persino dei misconosciuti Decoryah (di cui tratteremo ampiamente su queste pagine), In the woods... e via discorrendo.
A questo punto è necessario citare il link tra Pink Floyd e Tiamat, ossia gli inglesi Fields of the Nephilim, che a conti fatti hanno costituito un’influenza notevole per Edlund e co., come è possibile evincere dal nuovo cantato roco di Edlund del tutto riconducibile a quello promosso da Carl McCoy.
Se ascoltate il seminale Elizium (1990) troverete una serie di rimandi ai Pink Floyd, e al tempo stesso, in questa singolare condizione di ponte, un notevole peso su Wildhoney.
Malgrado ciò questo quarto album spartiacque dei Tiamat brilla anche di una luce propria di difficile catalogazione, frutto di un talento indiscutibile del suo leader nel creare atmosfere esotiche e ipnotiche di difficile descrizione (come scritto, il lavoro di Sorychta è altrettanto encomiabile in tal senso), che sposano perfettamente una copertina (anch’essa leggendaria) del mitico Necrolord aka Kristian Wåhlin.
Dopo l’intro che appunto definirei selvatico irrompe Whatever that hurts, brano tanto duro quanto psichedelico, che prima del secondo possente ritornello caratterizzato da uno dei rari simil-growl di un carismatico Edlund, si segnala per un assolo memorabile che è entrato nel nostro immaginario.
E un nuovo, rigenerante finale in cui a poco a poco emerge progressivamente il lavoro di Skjold, introduce un nuovo riff metallico, quello di The Ar: non c’è un attimo di respiro, i brani sono tutti connessi, e il disco scorre in maniera fluida senza cali di toni, e camaleontico trova nuovi orizzonti da esplorare, come un clamoroso approccio quasi-lirico che Sorychta estrae dal cilindro proprio per questo altrettanto indimenticabile, terzo frammento dell’ autentico caleidoscopio che è questo disco. Nel finale emerge il primo, meccanico eco industrial che troverà sempre più spazio nei Tiamat del futuro, e che costituisce, assieme a un persistente tappeto liquido, il 25th floor, quarta traccia, breve intermezzo.
Sulla maestosa Gaia come anticipato ci soffermeremo più specificamente nella descrizione di uno degli EP della mia collezione a cui sono più affezionato, che ne porta il titolo.
Il sesto brano, Visionaire, recide definitivamente il cordone ombelicale tra una prima parte un po’ più metal e una seconda tutta da scoprire, tra reminiscenze pinkfloydiane e un amore per l’acustica che esplode in tutta la sua malinconica fierezza.
Si sente spesso dire che questo disco è troppo triste, io penso semplicemente che sia troppo profondamente articolato, pur nella sua immediata semplificazione di brani corti e diretti, per essere tacciato di eccesso di disperazione.
L’incedere di Do you dream of me? rappresenta qualcosa di sospeso, difficilmente traducibile, e l’aggettivo onirico non basterebbe: il mio brano preferito del disco; bisognerebbe leggerne il testo per calarsi definitivamente in esso, e lo riporto qui in basso. Sembra quasi un’anticipazione di Destiny degli Anathema fino al suo pre-finale spagnoleggiante (come non rimanerne stupiti?) e alla chitarra allungata a-la Gilmour (ancora una volta!) del finale, che invece contraddistingue, immersa in effetti liquidi, la successiva Planets (ancora una volta tornano in mente gli Anathema, stavolta di Eternity, successivo di due anni).
Si chiude con la bellissima storia (anche questa tutta da leggere) di A pocket size sun. Il pulito di Edlund ricorda il Waters di The final cut.
Un Capolavoro.
(p.s. ce le ricordiamo eccome le foto live in cui il capello liscio di un depresso Edlund sembra richiamare anni lontanissimi, e Hagel aveva un basso Esh)

Come down, slowly
I'm waiting by your side
Come down, carefully
I'm waiting by your side

I'll grab you when you fall
Down to the waking hours
Silent sweeps as golden corn
Down to the waking hours

How i wish that I could
Break into your dreams
Do I have the force I need
To break into your dreams

I hold you in my arms
Dimmed by scarlet morning red
I whisper in your ear
"Do you dream of me?"




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