Il caso Katharina Blum (di Volker Schlöndorff, Margarethe von Trotta, 1975)

“I personaggi e l’azione di questo libro sono liberamente inventati. Se dalla descrizione di una certa prassi giornalistica dovessero emergere delle affinità con quella usata dal giornale “Bild-Zeitung”, si tratterebbe di affinità né volute né casuali, ma inevitabili.” (H. Böll, prefazione de ‘L’onore perduto di Katharina Blum’, 1975)

Questa ormai celebre introduzione dello scrittore Heinrich Böll per ‘L’onore perduto di Katharina Blum’ prelude già alle ragioni che lo hanno spinto a “sfogarsi” in un racconto di narrativa che si contraddistingue come inevitabile monito d’accusa in un periodo di forte tensione nel tessuto sociale in Germania e nell’Europa del post-’68.
La frase è ripresa nel film realizzato pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo dalla coppia di cineasti tedeschi Volker Schlöndorff e Margarethe von Trotta, che sposa perfettamente la linea “impegnata” dello scrittore premio Nobel 1972.

Ma cosa ha spinto i tre artisti ad impegnarsi in un progetto condiviso tra carta e celluloide?
La risposta giunge da molto lontano, già a partire dagli anni ’50. All’epoca i due registi erano dei ragazzi, mentre Böll già attaccava il “miracolo economico tedesco” con sferzate ben indirizzate agli organi del potere (compresa la Chiesa, aspetto sempre doloroso per un credente come lui).
Contemporaneamente in Germania nasceva e si consolidava l’impero di Axel Springer, prima giornalista e successivamente magnate dell’editoria tedesca, che monopolizzava gran parte dell’informazione attraverso la diffusione di quotidiani come la Bild-Zeitung.

Il diffuso senso di colpa della Germania postbellica unito al miracolo economico degli anni ’50 in Germania. Due strade possibili: il nazifascismo latente, rinvigorito dalla fine del periodo di recesso economico ne approfittava per tornare alla ribalta secondo il naturale percorso della linea retta del Potere, impermeabile alla critica e al cambiamento, come se gli anni hitleriani non avessero lasciato minimamente il segno.
C’è invece chi è cresciuto con un senso di colpa fortissimo, come Heinrich Böll, e chi è nato durante la seconda guerra mondiale e già da ragazzo, tra gli anni ’50 e ’60, ha condannato il nazismo e scelto come una “naturale conseguenza” la sinistra, risposta ad un peso così gravoso con cui confrontarsi in un presente grigio e nella prospettiva di un futuro ancor più fragile e incerto che in altri paesi europei.
E questo è il caso di Margarethe von Trotta e Volker Schlöndorff.

Per bruciare le tappe cito alcune date fondamentali su cui riflettere per tracciare il percorso che a partire dagli anni ’50 ha cominciato a prendere forma, e a degenerare progressivamente in un senso devastante di indignazione. Perché alla base de ‘L’onore perduto di Katharina Blum’ c’è l’indignazione:

1957: il cancelliere Adenauer e il ministro della difesa Strauss si dichiarano favorevoli a dotare l’esercito di armi nucleari.

1961: edizione di Maggio di Der Konkret: Ulrike Meinhof al termine del suo articolo dal titolo “Hitler in voi” in cui attacca ferocemente la riabilitazione sotterranea del nazismo scrive “Come noi chiediamo di Hitler ai nostri genitori, un giorno ci verrà chiesto del signor Strauss”.

1965: mese di febbraio: il Vietnam del Nord viene bombardato dalle truppe statunitensi. In Germania come nel resto del mondo cresce il movimento di contestazione all’azione militare statunitense in Vietnam. La già divisa Berlino è soggetta ad un’esasperazione della spaccatura: tra coloro che ad Ovest temono l’avanzata del comunismo e giustificano l’offensiva del governo americano c’è la stampa controllata dal magnate Axel Springer. L’impero editoriale, nato negli anni ’50 e di crescente diffusione, si schiera apertamente contro il movimento studentesco che manifesta per la liberazione del Vietnam del Nord.

2 Giugno 1967: a Berlino migliaia di dimostranti protestano durante la visita dei coniugi imperiali persiani, al coro di “SA-SS-Scià”. La dura repressione della polizia causa durante gli incidenti la morte dello studente Benno Ohnesorg. La Bild-Zeitung scrive “Ieri a Berlino sono passati all’attacco i teppisti, sedicenti dimostranti. Non si sono accontentati più dei tafferugli. Hanno voluto vedere il sangue. Sventolavano bandiera rossa e ci credevano pure. Ieri sono morti il divertimento, il compromesso e la tolleranza democratica”.

11 aprile 1968: Josef Bachmann al grido di “Sporco comunista” esplode tre colpi di arma da fuoco contro il leader dell’SDS (movimento studentesco tedesco) Rudi Dutschke, ferendolo gravemente. In tasca, dopo essere stato catturato, conserva un ritaglio di un giornale di Springer, il Deutschke Nationalzeitung, intitolato “Fermate subito Dutschke!”.

28 gennaio 1972: promulgazione del Radikalenerlass, legge ribattezzata come Berufsverbot (tradotto: “divieto al lavoro”). Provvedimento legislativo che prevede sanzioni disciplinari nei confronti dei cittadini della Repubblica federale tedesca qualora sussista ragione di dubitare della loro aderenza ai principi democratici indicati dalla costituzione. Anche se le persone in questione risultino incensurate e non appartenenti a partiti illegali. Il Radikalenerlass sancisce la possibilità di licenziare impiegati dello stato, o impedire ai cittadini l’accesso alle professioni statali.
(Cito Agnese Grieco, il suo bellissimo e attualissimo Anatomia di una rivolta, pag. 113 – pubblicato meno di due anni fa).
Già le leggi di emergenza promulgate nel 1968 dal governo Kiesinger hanno limitato le libertà costituzionali e personali. Per Böll esse hanno costituito un “colpo di stato virtuale”.

Negli anni della contestazione studentesca, la stampa di Springer si è accanita nei confronti dei suoi leader e degli ideali che essi portavano nelle piazze e nelle assemblee. E ha probabilmente accentuato la canalizzazione dell’odio in maniera subdola, come probabilmente mai era avvenuto prima di allora.
Eccone un esempio.
23 dicembre 1971: il titolone della Bild-Zeitung “La banda Baader-Meinhof continua ad uccidere. Rapina in banca. Poliziotto ucciso.” per Böll ha rappresentato una vera e propria condanna da parte di una giustizia sommaria, che ledeva la libertà d’informazione e incitava al linciaggio.
In questa fase probabilmente è iniziato a modellarsi in via definitiva il contenuto del racconto ‘L’onore perduto di Katharina Blum’.
Lo scrittore ha ravvisato nella manipolazione delle informazioni una sottile, quotidiana distorsione della realtà attraverso la demonizzazione di tutti coloro che sono contro il potere vigente, giustificando e alimentando l’odio verso di essi. Una forma di violenza “strutturale”, coercitiva nei confronti della libertà tanto quanto quella “materiale”, fisica.
O meglio, a giudicare dalla vicenda Dutschke, questa violenza “strutturale” (ossia veicolata attraverso una forma di consumo di diffusione quotidiana alla portata di tutti, che fa parte integrante della nostra vita dunque) oltre a colpire da sola, infilandosi tra le maglie dell’esplicitazione, può spingere all’azione effettiva, mutando e concretizzandosi in una violenza fisica e penale.


“Quando ho incontrato Margarethe Von Trotta per la prima volta non era ancora “la Trotta”.
Era l’11 aprile 1968, giovedì santo. Ricordo la data con tanta precisione non perché il nostro incontro sia stato di per sé memorabile – abbiamo scambiato solo qualche parola – ma perché lo fu l’avvenimento che a quell’incontro dette origine.
L’operaio Josef Erwin Bachmann aveva raccolto un consiglio della “Bild-Zeitung” e di influenti politici della Cdu/Csu: quello di considerare bestie immonde, da annientare, i cittadini contestatori dei tardi anni Sessanta, e proprio quel giovedì santo del ’68 aveva compiuto in mezzo alla strada un attentato contro il leader della contestazione studentesca Rudi Dutschke. (Attentato a cui questi sopravvisse di dieci penosi anni).
La notizia di quell’atto criminoso fece sì che a Monaco in men che non si dica si radunassero migliaia di democratici indignati di diverso orientamento politico, per impedire o almeno per ostacolare, con un seat-in davanti alle uscite del “Münchner Buchgewerbehaus” (la tipografia della “Bild-Zeitung” nella Barer Straße, angolo Heßstraße), la distribuzione del numero successivo della “Bild-Zeitung”. Tra costoro c’era anche Margarethe Von Trotta. E io.”

(Ingeborg Weber, ‘Anni di Piombo’, pag. 160)



Ho introdotto tutta la “vicenda Dutschke” proprio per addentrarmi nel fondamento del racconto di Böll, che a sua volta è quello del fedelissimo film della coppia (anche nella vita) Schlöndorff-Von Trotta.
Mentre leggevo “Lettere a Rudi Dutschke” (Sugar editore, 1969) mi ha colpito moltissimo la profonda spaccatura del tessuto sociale (non solo fisicamente dal “muro”, ma anche e soprattutto ideologicamente) che si evince dal tenore delle lettere.

In una delle lettere pro-Dutschke (una buona metà è invece costituita da lettere di minacce) un certo Michael Christian G. scrive:

“Se ho capito bene il suo pensiero, dalle poche citazioni che ho potuto leggere, quello che le preme è un costante processo di presa di coscienza. Questo comprenderebbe tra l’altro il far divenire la costituzione della Repubblica Federale una realtà di fatto. In effetti le leggi esistenti sono di per sé giuste, se fossero applicate secondo il loro implicito significato.
Bisogna però rivolgersi alle istanze federali e costringerle a rinunciare alla loro “tolleranza repressiva”. Perciò io proporrei di far proibire legalmente a Springer di pubblicare sui giornali titoli come: “Dutschke, nemico pubblico n° 1”. Perché “nemico pubblico” è un termine giuridico e si dovrebbe chiamare così soltanto chi ha subìto una condanna giuridica. Springer si immischia così nelle competenze del potere giuridiziario. Secondo me un rimedio efficace sarebbe quello di proibire a “Bild” di suscitare pregiudizi e di istigare il popolo, istigazione che porta la folla a linciare quasi un barbuto impiegato”

(Lettere a Rudi Dutschke, pag. 54)

Böll attraverso un grandioso artificio letterario rivela con acrimonia e lucidità la “violenza strutturale” ordita dal gruppo editoriale Springer, e in particolar modo dalla redazione del quotidiano Bild, evitando (e lo scrive anche apertamente) di raccontare una violenza fisica e spargimenti di sangue. La storia di Katharina a giudicare dai meri fatti potrebbe così apparire quasi un ‘thriller’, e in fondo se pensiamo alla rocambolesca fuga di Ludwig, all’omicidio di Katharina e a quello del fotografo dello Zeitung, saremmo tentati di osservare superficialmente dei movimenti insiti in una “azione” che in realtà è totalmente asciutta e privata della sua natura.
Anche il film, come già anticipato fedele al racconto (del resto Schlöndorff è un regista noto per la sua straordinaria capacità di adattare la letteratura al Cinema), non mostra sangue. E’ emblematico l’omicidio di Totges: la scelta delle inquadrature, che si soffermano sui volti (sorpreso, quello del giornalista; disperatamente angosciato, quello della donna) e non sul particolare dell’arma o degli spari, completano perfettamente il quadro d’insieme, volto alla ricerca del particolare intimo piuttosto che su qualcosa di esplicito. E’ una violenza mentale che Katharina non ha i mezzi (culturali, affettivi, sociali) per ribaltare. E’ una violenza che sovrasta il “debole”.

Böll ha pensato evidentemente a tutto ciò quando il 7/2/1974 la polizia si è introdotta in casa del figlio ventiseienne con un mandato di perquisizione. Si temeva che lo scrittore e la sua famiglia potessero appoggiare in quel periodo la Banda Baader-Meinhof solo perché Böll su un (ormai celebre) articolo scritto per Der Spiegel si era schierato a favore di una “pausa di riflessione” nei confronti dell’accanimento mediatico sul gruppo terroristico e chiedesse un “processo pubblico” per Ulrike Meinhof (cosa che non è mai avvenuta: la Meinhof è morta forse suicida nel carcere di Stammheim dopo un lunghissimo periodo di detenzione in regime di isolamento).
Böll non ha mai appoggiato il terrorismo, ma la sua presa di posizione fermamente avversa al governo federale aveva scatenato come scritto in precedenza una campagna diffamatoria non di poco conto, oltre alla distorsione delle notizie sul suo conto (fino a finire in una “lista nera” di intellettuali presunti simpatizzanti del terrorismo). Il realtà lo scrittore cercava di svegliare le coscienze sul concetto di “civile”, appoggiava sì gli studenti ma li ammoniva contro l’uso della violenza, e per Ulrike Minhof, nella fattispecie, si era appellato al concetto cristiano di “pietà” (l'articolo intitolato Will Ulrike Meinhof Gnade oder freies Geleit è apparso il 10 gennaio 1972 sull'autorevole settimanale Der Spiegel).
Fatta eccezione di quest’ultimo aspetto, anche i due registi Schlöndorff-Von Trotta condividevano questa posizione. Erano due giovani ma ormai già maturi esponenti del Nuovo Cinema Tedesco, il primo con già alle spalle una serie di film importanti, la seconda come sceneggiatrice e attrice. Questi due cineasti soprattutto in quegli anni sentivano la necessità di non scindere l’impegno come cittadini dalla propria arte. Molti film di quel periodo sono ambientati nell’attualità, e ‘L’onore perduto di Katharina Blum’ per loro era l’occasione più idonea per trasporre un racconto che avevano subito amato condividendone la critica e riconoscendosi in quel tipo di satira del potere dei media dell’impero Springer.

Quel giorno di febbraio del 1974, dopo la perquisizione della polizia federale nell’appartamento del figlio, Heinrich Böll ha avuto paura: la Bild-Zeitung ha riportato la notizia già nell’edizione diffusa alle prime luci dell’alba, ma la perquisizione è avvenuta solo alle 14 di quella stessa giornata! Com’era possibile tutto ciò? C’era un legame stretto tra il quotidiano e la polizia tanto da veicolare una serie di informazioni così intime e procedere in una direzione condivisa? Questo allarmante dato di fatto è ciò che più trasuda dal racconto e di riflesso dal film.
Lo “stato di tensione” palpabile impediva di scrivere, di creare. Quando entrano nella propria intimità non solo con la calunnia, ma anche fisicamente, è un atto di prevaricazione che difficilmente ti permette di poter pensare ad altro. E in tal senso il racconto e il film, ancora una volta uniti in questa dimensione di “ribellione”, devono essere inquadrati come un vero e proprio esempio di come l’arte riesca nelle difficoltà a esprimersi trovando, nella sua infinita libertà di espressione, il suo canale più congeniale, smascherando l’ottusa morsa contrapposta del Potere.


La von Trotta in occasione della sua prima esperienza alla regia s’impegna in un film che la coinvolge al 100% anche come contestatrice, come cittadina schierata ma non estremista, come donna. Questi riflessi della Von Trotta riecheggiano in tutta la sua filmografia, impregnati anche del passato con cui fare i conti
Cominciamo a parlare più espressamente della Von Trotta perché ‘L’onore perduto di Katharina Blum’ è anche un film con un taglio femminile, e la macchina da presa, forse ancora inesperta sotto alcuni punti di vista e schizofrenica (a causa del lavoro congiunto col marito, ma ne parleremo in seguito) riesce davvero a compiere il “miracolo” di cogliere Katharina (una bravissima Angela Winkler) nella sua intimità silenziosa, e a trasmettere questa sensazione di disagio allo spettatore.

Scrive Ester Carla de Miro d’Ajeta:
“La “rivoluzione” di cui tanto si era parlato e per la quale ci si era scontrati nelle università e nelle piazze non aveva tra i suoi obiettivi questioni politicamente inessenziali come il ruolo della donna (considerata sino allora solo in funzione della coppia), il suo diritto al lavoro, una nuova ‘qualità’ della vita, basata su rapporti più autentici e paritari, un’educazione più libera in grado di riconoscere e consolidare il suo diritto all’autonomia. L’insieme di queste istanze veniva ignorato da una lotta politica che andava trasformandosi gradatamente in terrorismo e lasciava dietro di sé la parte più viva e costruttiva delle idee che avevano arricchito il Movimento. Nel frattempo, il lento ma inesorabile ristabilirsi delle regole del “sistema” si preparava a dichiarare il completo fallimento di ogni discorso politico, con l’inizio di quel riflusso che avrebbe accompagnato il malessere esistenziale dei successivi vent’anni.
Avendo vissuto in prima persona queste esperienze, Margarethe von Trotta ha potuto testimoniare nel modo più partecipe, con il suo cinema, la svolta decisiva che, dalla fine degli anni sessanta, prima la politica e poi il femminismo hanno impresso alla realtà femminile, trasformando anche nel cinema il ruolo di donna da “oggetto a soggetto dello sguardo” |…| Ne è nato un cinema molto particolare, che non teme di evidenziare le contraddizioni, un cinema che rifiuta ogni irrigidimento ideologico per privilegiare l’umano e non trova modo di riconciliarsi con la prassi della società contemporanea. Se si esaminano le conclusioni di ciascun film, la ragione è sempre dalla parte degli sconfitti, ma non perché venga esaltato il fascino dei perdenti. Piuttosto perché ogni volta la regista constata che a chi agisce rettamente in base alle proprie autentiche convinzioni non solo non è dato di vincere, ma nemmeno di trovare ascolto o comprensione in questo tipo di società. Si tratta per la maggior parte di “storie di ordinaria tragedia” che la consapevolezza delle protagoniste rende ancor meno sensazionali. Ciò che conferisce però un tono particolare ed una indifesa grandezza a questi personaggi è la loro irriducibile convinzione di non essere d’accordo con “lo stato delle cose”, il loro dire no ad ogni facile accomodamento, sostenuto dalla dignità di formulare – senza bisogno di gridare – un giudizio autonomo sul mondo, che esprime poi quello della regista.”
(Margarethe von Trotta, L’Io diviso, Le Mani)

Dunque una serie di punti in comune tra Böll e la von Trotta, a partire dal concetto di “rivoluzione impossibile” (come afferma lo stesso scrittore in un’intervista del 1977 – contenuti extra del dvd del film ‘L’onore perduto di Katharina Blum’) per un paese come la Germania, visto ciò che è accaduto tra l’inizio della prima guerra mondiale e la fine della seconda.
“Un cinema che privilegia l’umano”, che si sposa perfettamente con il racconto di Böll, che nella fattispecie descrive una “reazione alla provocazione”, da parte di Katharina, “senza alcuna connotazione politica, ma esistenziale” (sempre H. Böll, 1977).

Ma per lo scrittore di Colonia la perquisizione in casa del figlio è stata una vera e propria intrusione nella propria vita privata che va ben oltre una mera descrizione dell’influsso del contesto storico di appartenenza sulla propria vita quotidiana (di cui come scritto il Cinema della von Trotta è pervaso, e che ad esempio Fassbinder include nella prima mini-storia del Capolavoro a più mani ‘Germania in autunno’, di due anni più tardi).

La perquisizione dell’appartamento di Katharina è emblematica: una squadra di poliziotti irrompe e Beizmenne (interpretato dal camaleontico, bravissimo Mario Adorf), che conduce le indagini, toglie di mano la colazione a Katharina con uno schiaffo.
La donna è in accappatoio e il procuratore Hach, presente nell’operazione, le chiede “Si copra, la prego, non è bello che si faccia vedere seminuda dai nostri agenti”. Katharina risponde “Non mi faccio vedere, sono a casa mia”.
Una poliziotta accompagna la donna in bagno a cambiarsi, ma la porta deve rimanere aperta, con un poliziotto fermo di spalle che presidia, come se ci fosse nell’aria ancora una possibile minaccia incombente. Katharina appare nuda allo spettatore: anche lui ha violato di conseguenza la sua intimità e ne prova vergogna.
E’ solo il primo esempio del leitmotiv che accompagna tutto il racconto e il film: lo stupro della dignità, dell’onore a cui il titolo per l’appunto fa riferimento. Non è “il caso” Katharina Blum, come la solita stolta edizione italiana “traduce”. Il titolo originale avrà un senso o no? Ma questa è una domanda che spesso i produttori italiani non hanno l’intelligenza di porsi.
La camera stringe su Katharina: per la prima volta abbiamo a tutto schermo il volto della donna, ne possiamo sondare i lineamenti e provare scrutare gli impercettibili pensieri che soggiacciono dietro di essi. Io credo che dietro l’uso dello zoom (ciò avviene tre o quattro volte nel corso del film, e sempre in momenti cruciali) ci sia la mano della regista, e non del marito che scrive:

“Io m’identifico con la camera. E’ il mio occhio. Per questo deve essere, di norma, ad altezza d’uomo. |…| Uso sempre degli obiettivi che sono quasi come l’occhio umano. Potrei girare tutto un film col 50. Raramente mi servo di obiettivi più corti del 40 o del 35, e più lunghi del 75, del tele o dello zoom, perché l’occhio umano non fa zoom” (Volker Schlöndorff, di Alberto Cattini, Il Castoro - 1980)

Lo zoom ci avvicina a Katharina nei momenti in cui stranita sembra fagocitare la spietata reprimenda che viene orchestrata suo malgrado. Questa donna così fragile cerca di opporsi prima non rispondendo alle domande, poi collaborando ma rendendosi progressivamente conto che le domande degli interrogatori vanno decisamente oltre al riscontro di procedure d’indagine, ma toccano i nervi della privacy. Uno straordinario esempio nel racconto, che purtroppo perde di incisività nel film, è costituito dalle “visite maschili”.
Katharina riceveva spesso visite importune e sgradite dell’industriale Strableuder ma oltre che respingerlo momentaneamente, non sapeva come liberarsene, e costui imperterrito continuava a subissarla di proposte fino a consegnarle le chiavi di una casa fuori mano o a regalarle un anello. L’ostinazione di Katharina a non rivelare chi e perché le facesse visita induce la catena congiunta polizia-stampa a scrivere notizie false sul suo conto, farla passare come donna che frequentava abitualmente uomini, insomma una vera e propria prostituta.
Tötges invece spacciandosi per infermiere giunge persino a far visita al capezzale della madre di Katharina in fin di vita e a causarle la morte con la sua invadenza. Anziché fermarsi, questo autentico TIR umano privo di morale e umanità riporta sul giornale che la madre avesse affermato che si sarebbe aspettata che prima o poi la figlia finisse nei guai. Assolutamente falso, perché la madre di Katharina ha a malapena blaterato confusamente qualcosa.

Ma in fondo chi era questo Ludwig Gotten a cui la polizia dà la caccia ininterrottamente e con tale dispiegamento di uomini? La sua figura, appena abbozzata, resta nell’ombra (ricordo l’attore che lo interpreta, Jürgen Prochnow, nei panni di Sutter Cane ne ‘Il seme della follia’ di Carpenter). Sembra uno dei tanti terroristi in clandestinità in quel periodo in Germania, e Katharina, “rea” di averlo conosciuto durante un ballo ed essersene innamorata (senza sapere la sua vera identità di “presunto” criminale ricercato dalla polizia), essendo l’unico aggancio per scovarlo viene immediatamente trasformata in “complice”, “socialista”. L’allusione è per Böll autobiografica, per i due registi invece, anche se non hanno avuto problemi personali così forti come lo scrittore, rappresenta anche una presa di posizione: ribadire che interrogarsi, documentarsi, chiedersi cosa stesse accadendo, il motivo per cui in Germania ci fosse il terrorismo, non significasse parteggiare con esso. Gotten è un “mostro” ma non sappiamo assolutamente nulla di lui. Eppure l’intento dell’azione di stampa e polizia è di giudicarlo, criminalizzarlo, colpirlo. Rappresenta il “male” di quel periodo da debellare a tutti i costi. La “minaccia rossa” facente parte di quella frangia che osava mettere a rischio i concetti di “sicurezza” e “stabilità” (del Potere costituito, direbbe qualcuno).
Per maggiori approfondimenti sulla psicosi degli anni ’70 e in particolare sulla censura e autocensura (quasi un processo a catena che col tempo è cominciato ad essere autoindotto) rimando al preziosissimo Germania d’autunno – Repressione e dissenso nello spettacolo della R.F.T. Ubulibri/Edizioni Il Formichiere, 1979, di Renate Klett, in cui in particolare spicca il caso Peymann.

Non bisogna assolutamente dimenticare che la Germania era divisa e che moltissimi cittadini della Berlino Ovest temevano l’avanzata del comunismo sia in patria che altrove (vedi Vietnam, Russia).
La “Bild-Zeitung” era il giornale che parlava quotidianamente a questi cittadini timorosi e di ristrette vedute che avevano introiettato ben poco dell’eredità della seconda guerra mondiale.
Anzi, secondo loro la minaccia costituita dal cosiddetto “comunismo” (non dimentichiamoci della distorsione mediatica) era una nuova forma di nazismo.

Sempre in riferimento alla sinergia diabolica tra polizia e stampa il film è ricco di riferimenti a “soffiate” e a procedure che scavalcano prepotentemente la linea della legalità. Basti pensare al fatto che l’autorevole Alois Straubleder, industriale invaghito di Katharina (ma sempre respinto) è colui che possiede la casa in cui Ludwig Gotten va a nascondersi, dietro invito di Katharina. Straubleder è, seppur inconsapevolmente, corresponsabile in qualche modo della fuga del presunto terrorista, ma con un’abile manovra congiunta la polizia e lo “Zeitung” celano il suo nome, mentre citano quello dell’avvocato di Katharina, Blorna, accusato anch’egli di essere un simpatizzante della sinistra.

A questo punto è possibile tracciare anche un raffronto tra il film in questione e ‘Sbatti il mostro in prima pagina’ di Marco Bellocchio, del 1972. Anche nel bellissimo film di Bellocchio avveniva la distorsione dell’informazione e la reinvenzione della realtà dei fatti secondo le necessità ideologiche e di controllo che una certa parte politica esercitava, “calandosi” nel diabolico meccanismo dell’informazione attraverso individui che più che giornalisti appaiono come politici. E’ una visione parziale degli avvenimenti che si impone per strumentalizzare gli eventi e creare un impero demagogico rivolto ad un “recettore” ben determinato, conformista, di bassa cultura, privo di senso critico e pronto ad inglobare “la notizia” senza porre alcun filtro, alimentando più o meno consapevolmente la propria visione del mondo.
L’invenzione di un anonimo “Il Giornale” è un’idea geniale comune ad entrambi i film (per il film tedesco ovviamente la paternità è da attribuire al racconto letterario di riferimento), ma il taglio registico di Bellocchio e la sceneggiatura di Sergio Donati sono difformi rispetto alla coppia di cineasti tedeschi Schlöndorff-von Trotta.
Le manipolazioni de “Il Giornale” nel film di Bellocchio sono spesso viste in una prospettiva ‘interna’: in una celebre sequenza il caporedattore insegna ad un inviato come si propone la notizia al lettore-tipo del quotidiano. Alla coppia Bellocchio-Donati interessa soffermarsi sul meccanismo
“interno al potere”, ne mette in luce l’alveo.
Per il trio Böll-von Trotta-Schlöndorff cambia la prospettiva. Come già scritto interessa “la reazione”, il dato umano della vicenda, gli effetti di questa manipolazione ordito dal meccanismo di plagio mediatico. La penna e la camera si soffermano su Katharina, che pur prevalentemente taciturna esprime eccome il disagio che comporta questa continua violenza “strutturale” che la sovrasta e di cui non riesce a vedere come fuoriuscita altro se non un’esplosione di violenza fisica.
A guardare i due film, al di là dei tre anni che li separano (in un contesto socio-politico volubile e instabile in cui il Potere deve continuamente adattarsi e cambiare le proprie strategie), sembra quasi che gli artisti tedeschi fossero ormai estremamente consapevoli di quella “prospettiva interna all’informazione” di generare una violenza, e fossero proiettati principalmente sul descriverne le possibili conseguenze.
Al contrario nel film di Bellocchio sembra quasi che il “meccanismo”-oggetto d’indagine fosse una novità da scandagliare, come se nel nostro paese il problema fosse esplorato per la prima volta.
Chissà cosa avrà pensato Böll nel tratteggiare questa donna conformista e di bassa estrazione sociale, che trascorre una vita solitaria e immersa nel lavoro, apparentemente lontana da tensioni ideologiche che caratterizzavano quel delicato momento storico. E’ come se per “quel” preciso profilo psicologico la violenza fisica (l’omicidio di Tötges) rappresentasse la sola arma con cui difendersi e ripristinare “l’onore perduto”, espellendo le tossine di una violenza perdurante che “Il Giornale” le aveva esercitato contro.
Una “violenza”, quella di Katharina, che ha tutto per poter apparire un gesto di “autodifesa” perché generata da una violenza “vera”, di “offesa”. L’omicidio di Tötges appare come l’ultimo stadio di una escalation di reazioni: Katharina dinanzi alle notizie della Zeitung nel primo caso vomita. Successivamente ha esplosioni verbali. Poi spacca alcune bottiglie contro le pareti di casa sua. Infine impugna la pistola per la sua ribellione finale, una ribellione “catartica” tanto da farle esclamare, a proposito della richiesta se fosse o meno responsabile anche dell’omicidio quasi contemporaneo di un fotografo della “Zeitung” (che per inciso è stato invece probabilmente ucciso da una prostituta): “Già, perché non anche lui?”.

Sempre Alberto Cattini nel suo memorabile Castoro su Schlöndorff scrive di Katharina:

“Questa donna, magnificamente interpretata da Angela Winkler,attraverso la conoscenza diretta della paura, si emancipa dalla propria soggezione sociale fino a ribellarsi contro chi degrada la vita umana a valore di mercato”.

E’ clamoroso dunque il ribaltamento del concetto che noi conosciamo di “violenza”, e di come la immaginiamo ogni giorno nell’affrontare la nostra vita e nel giudicare i fatti che ci si pongono dinanzi.
Per chi continua a strumentalizzarne il significato e a infilarla tra articoli rivestiti da innocua informazione di massa, così come per chi continua a nutrirsi passivamente della demagogia morbosa del Potere dell’informazione, nulla è cambiato, tutti i “significati” sono rimasti intatti: Tötges è un martire, brutalmente assassinato per aver condotto il proprio lavoro irreprensibilmente, mentre Katharina con il suo “omicidio” ha confermato tutto ciò che era stato scritto sul suo conto: che era una sinistroide estremista, una donna di malaffare, un pericolo per la società.
La splendida sequenza finale ci riporta dunque ad una realtà in cui nulla è cambiato, la forma ha vinto sulla sostanza, la reputazione di “vittima” e “carnefice” travisata.
L’editore del “Giornale” che tiene l’orazione funebre di Tötges afferma “Le pallottole che hanno stroncato la vita di Werner Tötges non hanno colpito lui solo, hanno colpito anche la libertà di stampa che è il bene più prezioso della nostra democrazia”
E conclude “Chi colpisce la “Zeitung” colpisce tutti noi!”.
Torna alla mente quel titolo su Rudi Dutschke e un brivido ci percorre la schiena.
Sulla corona di fiori, con un abile artificio i due registi si riservano di riportare parte delle parole di Böll “Qualsiasi riferimento a certi metodi giornalistici non è voluto né casuale, ma inevitabile”.


Da' l'allarme
raduna i tuoi amici
non
quando urlano le iene
non
quando ti gira intorno lo sciacallo
o quando
abbaiano i cani da guardia
non
quando il bue aggiogato
fa un passo falso
o il mulo inciampa all'argano
da' l'allarme
raduna i tuoi amici
quando i conigli mostrano i denti
rivelando la loro ferocia
quando i passeri scendono all'attacco
in picchiata
Da' l'allarme

(H. Böll 1974)

Nessun commento: