Gli invasati (di Robert Wise, 1963)


A volte una manciata di stratagemmi è sufficiente per evocare un’immagine spaventosa, contrariamente a come la realtà si mostra al di là dei nostri sensi.
The haunting crea l’orrore su un piano persistentemente immaginifico, evitando di rivelarlo attraverso comodi effettacci e spargimenti di sangue.
Un horror notevole, magistrale anche a distanza di quasi cinquant’anni.
Pur non essendo il capostipite degli horror ambientati in “case stregate”, è uno dei film appartenenti a quel filone che restano maggiormente nella memoria.
Lo spavento dello spettatore è assolutamente soggettivo e ciò crea una serie di immagini differenti a seconda della suscettibilità di ciascuno, accompagnando conseguentemente quella dei personaggi.
Il film infatti gioca tutto sul diverso grado di fragilità della suggestione, attraverso uno scavo psicologico degno di nota, che prosegue di pari passo all’incedere degli eventi spaventosi.
Perfettamente calibrata la scelta di far ruotare il canovaccio attorno a quattro personaggi quasi simmetrici, due maschili e due femminili, che conferiscono una parvenza di equilibrio dei ragionamenti e dei movimenti. Ci sono il Dr. Markaway, professionale e cerebrale, e il suo assistente Luke, più spigliato e incline all’ironia; ma non sono loro l’attrattiva principale del film, costituita invece dall’altra coppia, Theo e Eleanor.
Questi due caratteri femminili sono tratteggiati divinamente; ottima introspezione ma mai affondata più di tanto, tanto quanto basta per lasciare un alone di mistero e ambiguità che fino alla fine stuzzica la curiosità dello spettatore.
Eleanor appare immediatamente un personaggio disturbato ma non si capisce fino a che punto.
I riflessi personali (la morte prematura della madre, il rapporto con la famiglia e l’infatuazione per il Dr. Markaway) vengono svelati gradualmente, sempre con una punta di sarcasmo e inquietudine.
Theo è altrettanto misteriosa e ambigua, ma affascinante. Un personaggio “moderno” dal momento che è perfettamente palese che sia omosessuale, pur non essendo espressamente rivelato. E’ anche per questo motivo che Eleanor entra in contrapposizione con lei, ma non l’unico.
Formalmente Theo, con la sua chioma corvina (che tutt’altro che casualmente fa da contrappunto a quella bionda di Eleanor), sembra fredda e poco empatica; tuttavia alla fine traspare come la più equilibrata e razionale, senza rammarico e ponderata nella sua valutazione degli accadimenti.
Ma al di là del plot e dei quattro personaggi principali (senza dimenticare la moglie del dottore, che giunge al momento opportuno per creare un essenziale fonte di dissidio per Eleanor, e pertanto aiuta a chiarire la natura disturbata di quest’ultima), il film lascia il segno per l’utilizzo delle immagini e del sonoro, che all’unisono creano movimento e rumore laddove possibilmente nell’aria tutto giace inerme e in silenzio.
Da sottolineare l’uso vertiginoso della camera lungo la scalinata a chiocciola o diretta impetuosamente verso la porta d’ingresso della stanza di Theo.
Altri piccoli accorgimenti come l’inquadratura della maniglia della porta che vacilla (viene espressamente affermato che non è chiusa a chiave!), o della fessura che trapela dall’uscio, concorrono ad amplificare le sensazioni di spavento.
C’è poi l’indugiare su specchi, statue e quadri: ciò evoca ancora una volta una sensazione di movimento che è in realtà frutto di pura suggestione. Perché in questo horror, è opportuno ribadirlo, eccezion fatta per la sequenza della fuga finale di Eleanor in auto (per quanto anche quest’ultima, tutto sommato, è molto meno movimentata di quanto si potrebbe supporre) a livello scenico accade pochissimo.
L’aspettativa secondo cui la realtà prenda il sopravvento sull’immaginazione potrebbe causare una visione sterile quanto noiosa degli eventi.
Fidarsi invero di una prospettiva ancorata alla manifestazione della materia inconscia e pensata aiuta a scatenare l’orrore che questa mirabile pellicola è in grado di sprigionare.

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