Kubark - Ulysses (2011)




Il booklet richiama a meraviglia quel suono distorto e straniante che pervade questo disco d’esordio, autoprodotto, dei nostrani Kubark (si muovono tra Piacenza e la parte bassa della Lombardia): l’immagine rovesciata di 90° immortala auto in movimento su una strada a più corsie, in mezzo a edifici imponenti (cfr. Solaris?).
Tutto molto vago e quasi indistinguibile, tra colori che vanno dal violetto al nero.
Non sono presenti i testi ma una serie di foto in bianco e nero molto suggestive. La prima impressione è stata riconducibile agli individui senza volto in giacca e cravatta che appaiono sul booklet di Salvation dei Cult of Luna, che poi tra l’altro ho scoperto essere uno dei gruppi preferiti dai Kubark.
Vogliono portare avanti un discorso legato ad una certa omologazione della modernità. Questi self-proclaimed heroes che ironicamente i Kubark tratteggiano come tanti "Ulisse" (da qui il titolo), (s)persone che fanno tutte in realtà le stesse cose e che portano avanti la stessa vita. Tutto ciò ci ricorda quel diabolico artificio narrativo della spersonalizzazione in Bret Easton Ellis e il suo bellissimo American Psycho, ma loro citano Henry Miller.
Queste osservazioni, che hanno un loro limite descrittivo (in assenza dei testi, specialmente), sono state premesse per mettere in evidenza che talvolta l’attitudine che un gruppo intende crearsi fin dagli esordi non è solo un’immagine sterile che circonda il proprio universo musicale, ma un vero e proprio tratto distintivo che si fonde perfettamente con esso. Ecco, il primo punto a favore dei Kubark è proprio questo: musica e immagini evocate vanno a braccetto.
Naturalmente per “evocare” occorre suonare bene, e questo è il nodo fondamentale da sciogliere giacché si parla di un disco. E i Kubark sono bravi, perché osano, sperimentano e creano un’opera prima degna di attenzione, scrivendo cinque brani che scorrono via che è una bellezza.
Chi come me è immerso negli ultimissimi Isis deve assolutamente fare suo questo dischetto poiché vi ritroverà quella malinconia e quella dose di suoni distorti e molto bassi che contraddistingue quel tipo di sonorità che tanto amiamo.
Ma l’aspetto ancor più interessante è che non si capisce in che misura i Kubark inizino a suonare post-metal e dove in realtà finiscano di suonare rock alternativo in stile Tool (penso il principale riferimento del gruppo, anche per l’impostazione vocale). Tra queste due principali coordinate si muovono con destrezza creando un suono fluido e moderno, talvolta anche quasi orecchiabile come nell’intro (che in realtà è una sorta di brano vero e proprio troncato del finale) o in alcuni quasi-refrain (l’ossessionante prima parte di Ainsoph – termine che se non ricordo male nella Cabala significa Infinito - ).
Riescono a districarsi nell’indefinitezza senza lasciare punti di riferimento precisi nonostante il peso di certe influenze appena descritte. Accordati mezzo tono sotto, basso e chitarra sono i principali artefici di un suono ora distorto e molto effettato, ora incessantemente basilare nel creare un tappeto fitto di rintocchi su cui si staglia un cantato molto apprezzabile, sempre pulito e molto enfatico, che mi ha colpito fin dal primo ascolto. Love & Preach Hate, che è il pezzo che forse preferisco del lotto, è la miglior dimostrazione che si può suonare qualcosa di alternativo con una manciata di buone intuizioni e che pur creando un climax sonoro si può colpire anche nel momento in cui apparentemente si tira il fiato (una parte finale da brividi dopo un intermezzo heavy), evitando di scadere in una ricerca ossessiva di alternanze che non portano a nulla.
La strumentale title-track, col basso ben in evidenza, è il brano più movimentato e più post-metal del disco. Arriva subito al dunque e si spegne in una serie di feedback, lasciando spazio alla conclusiva VIXI, che la band ha utilizzato e sta utilizzando come sorta di singolo (e che riporto qui sotto). Un altro pezzo memorabile, sia per la voce che per i giri di basso. Questo è un disco che si segnala soprattutto per le sfumature, va ascoltato con attenzione. Ma al tempo stesso arriva dritto al punto con composizioni lontane da masturbazioni cervellotiche fini a se stesse, che spesso caratterizzano uscite appartenenti a questa scena. Ma i Kubark fanno realmente parte della scena? Ancora una volta questo blog segnala un gruppo che non appartiene a nessuna corrente particolare. Siete avvisati.
Per me la musica veramente alternativa è contenuta in dischi come questo.
Se ne parla troppo poco, Ulysses invece dovrebbe essere più diffuso e condiviso.
Non ci sono link per scaricarlo, si acquista qui e secondo me ne vale veramente la pena.

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