Dream Theater - When dream and day unite (1989)











L’esordio dei Dream Theater è un disco strumentalmente molto avanti rispetto ai tempi. Emerge già un tasso tecnico sorprendente e la prima bozza di un prog-metal in via di definizione.
Suona inevitabilmente molto anni ’80.
Lo ascolto raramente a causa della voce insopportabile di Charlie Dominici, che resta nell’immaginario collettivo più per la sua attitudine da tamarro che per la sua prestazione su questo album.
Riporto tutte le foto (anche gli altri non scherzano in quanto a look!) del booklet che testimoniano l’età media di 20 anni circa che il gruppo aveva a quei tempi (1989).
Tra i brani di spicco ovviamente c’è la strumentale The Ytse jam: forse i nuovi sostenitori del gruppo rischiano di ignorarla vista ormai l’età del disco, ma fino allo scorso decennio era ancora unanimemente considerato come uno dei brani-simbolo dei Dream Theater, soprattutto rispetto alla loro prima fase (che si chiude con l’uscita dal gruppo del grandissimo Kevin Moore nel 1995), la migliore.
Ytse-Jam non è una marmellata bensì la scritta Majesty (il primo nome del gruppo) che un giorno Mike Portnoy in studio, steso, vide al contrario su un pezzo del suo rullante.
Per il resto non mi appassiono a questo album, Dominici spegne ogni tentativo di calore e il lavoro alla tastiera di Moore non è minimamente paragonabile al genio che sarebbe prepotentemente esploso nei due album seguenti.
A fortune in lies resta un brano che a volte si lascia ascoltare, così come The killing hand.





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