Una separazione (di Asghar Farhadi, 2011)


Lo hanno definito, a ragion veduta, “il meno iraniano dei registi contemporanei”.
Farhadi con questo suo ultimo film si conferma uno dei più grandi cineasti in circolazione soprattutto perché effettivamente orchestra un dramma cervellotico riuscendo nell’impresa di non circoscriverlo entro i confini del proprio paese (in cui continua a vivere, a differenza di molti altri colleghi), bensì estendendolo ovunque.
Particolare non di poco conto, questo, che permea mediante un linguaggio cinematografico ormai universale.

Certamente il regista indipendente non esula stilettate ben indirizzate ad un certo modo di pensare rigidamente ancorato a principi religiosi intessuti profondamente nella propria cultura (e ciò era pressoché inevitabile) ma riesce ad andare ben al di là di un mero atto d’accusa (viceversa da Panahi, senza nulla togliere al Cinema di questo sfortunato regista che adoro) mostrando come in realtà religione e convenzione siano spesso utilizzati come pretesti per giustificare a se stessi e agli altri la natura di una propria, tormentata scelta.
Il punto focale è proprio questo, il valore di una scelta nei confronti della verità. Cos’è la verità? Già in About Elly una multiforme accozzaglia di bugie indicava come la verità fosse molto più semplice da raccogliere rispetto alla stratificazione che ci si adoperava per rivestirla, in funzione di timori spesso infondati e in quel caso un dover fare i conti con una mentalità prevalente (passa del tutto in secondo piano che Elly è un’eroina; al contrario si dà credito al fatto che fosse fidanzata e avesse partecipato come single ad una vacanza).

L’abnorme e poco ingegnosa massa di dissimulazioni e di argomentazioni viene dipanata per timore di una reazione, per non compromettersi. Non c’è fiducia.
Tra le righe s’impone un frazionamento identitario in una nazione e universalmente di una natura umana (sia chiaro, ben oltre i confini iraniani) incapace di mettersi nei panni degli altri; che si barrica dietro prese di posizione assolutamente testarde e a tutela di un proprio ideale di verità, che nel concreto si perde totalmente.
Spesso si degenera in scrupolosi e irrimediabili egoismi volti ad alimentare l’ostentazione delle proprie necessità individuali.
E’ talmente palese una riflessione così allargata al termine di un percorso di approfondimento dei tre personaggi principali, Simin, Nader, Razieh.

Ora, entrare nei minimi dettagli di una meticolosissima sceneggiatura che segue un andamento quasi thriller sarebbe un’impresa titanica che mi metterebbe in difficoltà. Sarebbero moltissimi i momenti su cui soffermarsi, ma il corpo del commento, che già secondo quest’idea che sto seguendo risulta ostica a chi la scrive, rischierebbe di divenire non solo inaffrontabile ma anche soporifero per chi lo legge (che come sempre, vista la natura dei miei interventi, spero abbia visto il film, perché altrimenti non sta capendo assolutamente nulla – ben oltre i miei demeriti descrittivi e analitici - ).
Bisogna a questo punto evidenziare quanto il film risulti teso, sorprendente e coinvolgente. La capacità di creare un Cinema non solo di contenuti ma anche di piacevolezza visiva nel seguire una storia avvincente è una qualità pregevole di questo regista, che in questo film rende ancora più complesso il quadro narrativo tratteggiando una crescente mole di substrati attorno ad un evento di per sé di poco conto, una minuzia.
Di conseguenza mi soffermo solo sui cardini che secondo me sorreggono tutto: il comportamento di Nader e di Razieh.

Nader compie principalmente due scelte:

1. A conoscenza del fatto che Razieh fosse incinta, mente dinanzi al giudice per il timore che la legge possa essere applicata in modo inflessibile nei propri confronti, ossia non prendendo in considerazione l’attenuante (a mio avviso fondata) dello shock causato dall’aver trovato il padre in quelle condizioni. La scelta è stata dettata in considerazione di Termeh, sostiene.
Nasconde la verità per tutelare innanzitutto la sua posizione giudiziaria.
2. Desidera che emerga la verità sulla propria innocenza: stavolta non è più in ballo la sua posizione nei confronti della legge, ma quella morale.
Ossessionato da una giustizia morale a tutti i costi, chiede a Razieh di giurare sul corano di aver perso il bambino per le conseguenze della spinta ricevuta sull’uscio di casa. Ovviamente è certo della propria innocenza e dunque in questo caso si serve della religione per ottenere il proprio scopo.

Prima scelta di Nader: opinabile ma apprezzabile. Si può anche confidare nella legge (anzi, si dovrebbe) ma è lecito anche da parte nostra dubitare che il giudice potesse non mostrare la dovuta clemenza e apertura.
Punto di vista inverso: come si può sperare in una legge che non tratti le situazioni secondo una logica bianco/nero (come Nader rivela alla figlia di temere) se poi noi per primi ci comportiamo in conformità di tale logica dinanzi ad essa?
In ogni caso ci schieriamo dalla parte di Nader per quanto riguarda i destinatari di tale preoccupazione: nel dubbio dell’applicazione della legge egli sembra realmente in pensiero per la figlia e per il padre.

Nel secondo caso invece Nader finisce per impuntarsi e per accontentare solo le proprie ragioni: benché in quanto uomo/cittadino rivendichi giustamente la propria innocenza, antepone tuttavia ciò al ruolo di padre, marito, figlio.
Incapace di scendere a compromessi, non ha ponderato inoltre che la sua azione ha danneggiato Razieh e Hodjat.

Razieh è l’altro personaggio-chiave. Una donna profondamente insicura, che suscita in noi le più svariate sensazioni, prima di lasciarci con una grande angoscia e compartecipazione per la sua fragilità di ragazza, più che di donna, ingenua e in balia delle onde dell’emotività e di punti fermi che non derivano da un saggio percorso di crescita interiore.
Razieh chiede a Nader di non rivelare a suo marito Hodjat che lavora da lui: non è tanto per nascondere che quotidianamente si reca a badare ad un uomo solo in casa, piuttosto per non dare un dispiacere al marito che cerca ma non trova lavoro, mentre lei incinta e affaticata in un certo senso si sente di lavorare “al posto suo” (cosa che in effetti avviene). Ha un atteggiamento di protezione nei confronti del marito: combatte strenuamente contro i creditori. E’ una donna disperata che come Nader mente in un primo caso, per poi ritrattare:

1. Razieh mente affermando che ha perso il bambino per via di una caduta (improbabile, come ci si accerterà) per le scale. In realtà lei fin dall’inizio è animata dal dubbio ma si lascia trascinare dall’ipotesi più vantaggiosa che si profila all’orizzonte: se venisse riconosciuto che ha perso il bambino a causa della caduta il marito riuscirebbe a divincolarsi dalla morsa dei creditori.
2. Dinanzi alla somma concreta pattuita verbalmente con Simin, Razieh deve fare i conti, più che con la propria coscienza, con la sua radicata convinzione che ottenere un profitto tramite una menzogna le causerà qualcosa di spiacevole in futuro.
Razieh è una donna molto religiosa, lo verifichiamo subito in una sequenza molto intensa in cui telefona a qualcuno per accertarsi che se assiste in bagno il padre di Nader (che è un anziano che ha l’Alzheimer ed è invalido al 100%) mentre costui è nudo (si è pisciato addosso, bisogna spogliarlo per forza! Ovviamente non sarebbe dignitoso lasciarlo in quelle condizioni) non commette peccato.
Dinanzi alla richiesta citata di Nader di giurare sul corano, dunque, Razieh antepone il rispetto del precetto religioso (o meglio, il senso che attribuisce alla religione nei confronti di tutto il resto) all’amore - o se proprio non vogliamo chiamarlo così (perché il rapporto con il marito tutto sembra fuorché paritetico) - alla devota benevolenza verso il marito.
La conseguenza è un nulla di fatto economico che inabisserà ulteriormente e forse definitivamente il marito (già preda di un sempre più deficitario quadro psicopatologico), e a ruota se stessa.

Sul piano narrativo, le verità celate, la parola e l’azione che seguono fedelmente una preoccupazione crescente, ansiosa ed ansiogena, di ciò che gli altri potrebbero pensare e interpretare, creano un vortice sempre più abissale che inghiotte e distanzia sempre più i protagonisti fino ad una situazione di non ritorno.
Chi ne subisce maggiormente le conseguenze è Termeh.
Allo spettatore resta l’interrogativo: con chi dei due genitori ha scelto di vivere? E’ un pensiero fugace, perché nel giro di pochi secondi siamo colti da un gelo impetuoso che ci attanaglia e non ci dà tregua, né speranza.
Sopraffatti da questa morsa ci rendiamo conto che la risposta ha perso di importanza.
Nader e Simin, sconfitti e induriti restano nelle loro posizioni, si ignorano ai lati del corridoio.
In mezzo, un fiume di persone.

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