Tomboy (di Céline Sciamma, 2011)


Se la protagonista di Boys don’t cry ormai adolescente viveva una coscienziosa crisi dell’identità sessuale non di certo si può dire lo stesso per Laure, troppo piccola per vivere un disagio di quella portata (che ha una connotazione “sociale” molto più marcata).
Del resto anche il titolo ci viene in soccorso nel tratteggiare il fenomeno di mascheramento messo in atto da Laure, che non necessariamente evolve(rà) nell’omosessualità.
La profonda insicurezza della protagonista nel rapportarsi soprattutto con i propri coetanei la spinge a questo curioso mascheramento che, contrariamente alla dimensione di gioco a cui si avvicina, dovrebbe tuttavia far scattare degli interrogativi e delle riflessioni profonde negli adulti, oltre a comportamenti accoglienti e di ascolto.
Il film mostra con perspicacia le incertezze comportamentali di Laure come corrispondenza di un’affettività immatura: splendido utilizzo del linguaggio non-verbale (a cui corrisponde un intimo, caotico movimento interiore connotato da dispersione e confusione) e dello scorrere delle giornate, amplificato da un sonoro in forte evidenza sul piano della naturalezza.
La prima parte s’incentra sulla “bugia” e l’affinamento della messinscena da parte della ragazzina.
Encomiabile la descrizione dei rapporti interpersonali di Laure tra le mura domestiche: taciturna e remissiva verso i genitori, spontanea e profondamente affettiva, nella sua legittima dimensione ludica, con la sorella minore.
Laure colta nella solitudine del proprio segreto inconfessabile è meravigliosa, l’affiatamento con lo spettatore è generato con elegante disinvoltura (la sequenza della costruzione del membro di plastilina – e la relativa “archiviazione” tra i dentini caduti – è favolosa).
La verità sconfessata crea la profondità del film, che emerge con vigore nella sua drammaticità.
Ora, se nel citato Boys don’t cry erano gli adolescenti ormai adulti ad aver già consolidato un pregiudizievole quanto discriminatorio modus vivendi verso la diversità, qui sembra che tutto giaccia ancora nella sua fase antecedente, ma la prospettiva, almeno nel mio caso, cambia. Il film infatti sembra voler puntare dritto l’indice verso l’adulto che stigmatizza (l’abito da bambina che Laure DEVE indossare) per preservare un’immagine sociale? O piuttosto mostrare un segnale positivo nei bambini (ancora una volta nella loro innocenza e purezza) che seguono l’esempio dell’adulto positivo o negativo che sia, vero, ma che da soli, nell’intimo della loro spontanea veracità possono mostrare un segnale di apertura e affrancamento della diversità dell’altro? Io cerco di vedere questo: Lisa che si “redime” (virgolettato proprio perché questo non sarebbe il verbo giusto da adottare per enfatizzare il suo cambiamento finale, vista l’età) e torna ad aspettare Laure sotto casa, proprio lei che poco prima si era mostrata malleabile a esprimere il proprio disgusto per un bacio “lesbo”, forse vittima come tutti di un’educazione che talvolta già mostra le prime crepe nella primissima fase della crescita.
E come interpretare e vivere l’ambiguità del finale giustamente tronco in cui Laure si presenta col suo nome, con la sua identità? Ha acquisito sicurezza o è il riflesso di un repressivo quanto ottuso comportamento della madre? Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno, ossia che Laure, accettata e non abbandonata da Lisa, abbia finalmente compreso che c’è anche chi è pronta ad accoglierla. Ancora una volta l’umanità dei bambini che spazza via ogni ombra e ogni macchia di adulti incapaci di educare. Ancora una volta i bambini che non devono vivere guardandosi attorno e calcolando il proprio ranking sociale dietro ogni scelta che devono compiere, a differenza dei genitori immersi nella loro più totale perdita di quell’innocenza che quasi trascende ogni altra attitudine.
Ciò non deve tuttavia assolutamente mettere in secondo piano un atteggiamento appena abbozzato ma significativo di una madre incapace di ascoltare (non è possibile chiedere di cercare soluzioni al proprio figlio se dapprima si dimostra con la violenza che esiste un modo unilaterale che gli adulti adottano per risolvere le questioni) e di un padre assente: è il primo a insinuare subdolamente una più o meno conscia volontà che la primogenita assuma attitudini da “uomo” (la birra, il poker) e nel momento fondamentale è totalmente assorbito dalla nascita di un agognato figlio maschio, al terzo tentativo.

2 commenti:

Luca ha detto...

Ciao, volevo farti i complimenti perchè il tuo blog mi piace davvero molto. Ciao, Luca

Manuele ha detto...

L'ho visto anch'io e mi è piaciuto!