A cold dead body - Harvest years (2011)




Dopo un precedente EP, Harvest years rappresenta il debutto per questo gruppo friulano. Uscito (credo) nel gennaio di questo 2011, è un disco che mi ha immediatamente affascinato per le sue atmosfere. Ci sono due piani: il primo è rappresentato da un colosso ritmico che ti travolge, basato su due chitarre belle pese ma soprattutto su un drum’n’bass poderoso (ascolta da 1:16 di The Womb o tutta la prima parte di Our best years, ad esempio, e capirai a cosa mi riferisco), qualcosa che suona post-metal (anche per via dei suoni).
Il secondo è la profondità, ottenuta con un’attenzione particolarmente spiccata per le melodie della chitarra solista e per l’articolazione persistente (ovvero, in tutti i brani) di un violino che costituisce molto più che un semplice tappeto sonoro.
La chitarra solista richiama qualcosa dei Katatonia e soprattutto dei Paradise Lost relativamente all’inizio del brano Collapse.
Nella mia mente questo disco ad ogni ascolto fa scattare qualcosa degli anni ’90. Per associazioni di immagini e non tanto per un discorso effettivamente “etichettofilo” (anche perché farei il critico, cosa che ribadisco, non mi compete) mi dà la sensazione anomala di ascoltare una fusione perfettamente bilanciata tra un sentimento gotico e decadente in chiave “moderna” (mi si passi il termine). Come se gli Autumnblaze o i Paragon of beauty (e altre band tedesche che affondano le radici nei ’90) ora si fossero improvvisamente accostati ad una materia post-metal.
Loro tengono a prendere le distanze da una vera e propria scena post-, e fanno bene, non solo perché non esiste una “scena” ben definita ma soprattutto perché limiterebbe la loro vena sui generis, che tanto attinge dal gothic quanto dai gruppi più Neurosis-Isis dipendenti.
Intendiamoci, nulla di innovativo, ci mancherebbe, ma come esordio questo disco mi ha colpito particolarmente tra tanti, tantissimi altri. Sarà anche la voce maschile pulita (ci sono anche harsh-vocals e di tanto in tanto un cantato femminile), così profonda e espressiva, o i momenti veramente ottimi di “silenzio” (i due capitoli di Madre – o gli arpeggi sommessi all’interno dei brani).
Sicuramente sono avvantaggiato dal fatto che apprezzo moltissimo sia il vecchio gothic-metal che gruppi più moderni, ma bisogna anche sapersi destreggiare e creare qualcosa di fluido e ricco di compartecipazione per saper colpire l’ascoltatore, e la band friulana ci riesce praticamente sempre, tant’è che mi risulta difficile scegliere quale brano mi piaccia di più.
Forse Zero è il pezzo più post-metal (con un finale potentissimo, in un caos di effetti – mai esagerati – che richiamano i primi Isis di Celestial); Our best years esplode in tutta la sua bellezza dopo un intro spettacolare (si alludeva al drum’n’bass), mentre la conclusiva Divinity contiene un po’ tutto l’universo A cold dead body: un brano molto variegato (anche il più lungo), che si conclude riallacciandosi all’inizio del disco, secondo un’idea di circolarità che segue fedelmente un concept lirico che a grandi linee potrei indicare sia incentrato sul rapporto uomo-natura-tecnologia (ma su cui non mi addentro ulteriormente perché scriverei banalità).
Il crescendo finale è una vera chicca.
Quando da ragazzo ascoltavo In the Woods... e My Dying Bride non avrei mai immaginato che il violino nel metal potesse essere così ben utilizzato anche in composizioni così “alternative”, gli A cold dead body sono riusciti a tirare fuori con coraggio e convinzione questo asso nella manica che li distingue tra moltissimi gruppi che attualmente imperversano nel cosiddetto post-.
Attesissimi dal vivo.



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