Una separazione (di Asghar Farhadi, 2011)


Lo hanno definito, a ragion veduta, “il meno iraniano dei registi contemporanei”.
Farhadi con questo suo ultimo film si conferma uno dei più grandi cineasti in circolazione soprattutto perché effettivamente orchestra un dramma cervellotico riuscendo nell’impresa di non circoscriverlo entro i confini del proprio paese (in cui continua a vivere, a differenza di molti altri colleghi), bensì estendendolo ovunque.
Particolare non di poco conto, questo, che permea mediante un linguaggio cinematografico ormai universale.

Certamente il regista indipendente non esula stilettate ben indirizzate ad un certo modo di pensare rigidamente ancorato a principi religiosi intessuti profondamente nella propria cultura (e ciò era pressoché inevitabile) ma riesce ad andare ben al di là di un mero atto d’accusa (viceversa da Panahi, senza nulla togliere al Cinema di questo sfortunato regista che adoro) mostrando come in realtà religione e convenzione siano spesso utilizzati come pretesti per giustificare a se stessi e agli altri la natura di una propria, tormentata scelta.
Il punto focale è proprio questo, il valore di una scelta nei confronti della verità. Cos’è la verità? Già in About Elly una multiforme accozzaglia di bugie indicava come la verità fosse molto più semplice da raccogliere rispetto alla stratificazione che ci si adoperava per rivestirla, in funzione di timori spesso infondati e in quel caso un dover fare i conti con una mentalità prevalente (passa del tutto in secondo piano che Elly è un’eroina; al contrario si dà credito al fatto che fosse fidanzata e avesse partecipato come single ad una vacanza).

L’abnorme e poco ingegnosa massa di dissimulazioni e di argomentazioni viene dipanata per timore di una reazione, per non compromettersi. Non c’è fiducia.
Tra le righe s’impone un frazionamento identitario in una nazione e universalmente di una natura umana (sia chiaro, ben oltre i confini iraniani) incapace di mettersi nei panni degli altri; che si barrica dietro prese di posizione assolutamente testarde e a tutela di un proprio ideale di verità, che nel concreto si perde totalmente.
Spesso si degenera in scrupolosi e irrimediabili egoismi volti ad alimentare l’ostentazione delle proprie necessità individuali.
E’ talmente palese una riflessione così allargata al termine di un percorso di approfondimento dei tre personaggi principali, Simin, Nader, Razieh.

Ora, entrare nei minimi dettagli di una meticolosissima sceneggiatura che segue un andamento quasi thriller sarebbe un’impresa titanica che mi metterebbe in difficoltà. Sarebbero moltissimi i momenti su cui soffermarsi, ma il corpo del commento, che già secondo quest’idea che sto seguendo risulta ostica a chi la scrive, rischierebbe di divenire non solo inaffrontabile ma anche soporifero per chi lo legge (che come sempre, vista la natura dei miei interventi, spero abbia visto il film, perché altrimenti non sta capendo assolutamente nulla – ben oltre i miei demeriti descrittivi e analitici - ).
Bisogna a questo punto evidenziare quanto il film risulti teso, sorprendente e coinvolgente. La capacità di creare un Cinema non solo di contenuti ma anche di piacevolezza visiva nel seguire una storia avvincente è una qualità pregevole di questo regista, che in questo film rende ancora più complesso il quadro narrativo tratteggiando una crescente mole di substrati attorno ad un evento di per sé di poco conto, una minuzia.
Di conseguenza mi soffermo solo sui cardini che secondo me sorreggono tutto: il comportamento di Nader e di Razieh.

Nader compie principalmente due scelte:

1. A conoscenza del fatto che Razieh fosse incinta, mente dinanzi al giudice per il timore che la legge possa essere applicata in modo inflessibile nei propri confronti, ossia non prendendo in considerazione l’attenuante (a mio avviso fondata) dello shock causato dall’aver trovato il padre in quelle condizioni. La scelta è stata dettata in considerazione di Termeh, sostiene.
Nasconde la verità per tutelare innanzitutto la sua posizione giudiziaria.
2. Desidera che emerga la verità sulla propria innocenza: stavolta non è più in ballo la sua posizione nei confronti della legge, ma quella morale.
Ossessionato da una giustizia morale a tutti i costi, chiede a Razieh di giurare sul corano di aver perso il bambino per le conseguenze della spinta ricevuta sull’uscio di casa. Ovviamente è certo della propria innocenza e dunque in questo caso si serve della religione per ottenere il proprio scopo.

Prima scelta di Nader: opinabile ma apprezzabile. Si può anche confidare nella legge (anzi, si dovrebbe) ma è lecito anche da parte nostra dubitare che il giudice potesse non mostrare la dovuta clemenza e apertura.
Punto di vista inverso: come si può sperare in una legge che non tratti le situazioni secondo una logica bianco/nero (come Nader rivela alla figlia di temere) se poi noi per primi ci comportiamo in conformità di tale logica dinanzi ad essa?
In ogni caso ci schieriamo dalla parte di Nader per quanto riguarda i destinatari di tale preoccupazione: nel dubbio dell’applicazione della legge egli sembra realmente in pensiero per la figlia e per il padre.

Nel secondo caso invece Nader finisce per impuntarsi e per accontentare solo le proprie ragioni: benché in quanto uomo/cittadino rivendichi giustamente la propria innocenza, antepone tuttavia ciò al ruolo di padre, marito, figlio.
Incapace di scendere a compromessi, non ha ponderato inoltre che la sua azione ha danneggiato Razieh e Hodjat.

Razieh è l’altro personaggio-chiave. Una donna profondamente insicura, che suscita in noi le più svariate sensazioni, prima di lasciarci con una grande angoscia e compartecipazione per la sua fragilità di ragazza, più che di donna, ingenua e in balia delle onde dell’emotività e di punti fermi che non derivano da un saggio percorso di crescita interiore.
Razieh chiede a Nader di non rivelare a suo marito Hodjat che lavora da lui: non è tanto per nascondere che quotidianamente si reca a badare ad un uomo solo in casa, piuttosto per non dare un dispiacere al marito che cerca ma non trova lavoro, mentre lei incinta e affaticata in un certo senso si sente di lavorare “al posto suo” (cosa che in effetti avviene). Ha un atteggiamento di protezione nei confronti del marito: combatte strenuamente contro i creditori. E’ una donna disperata che come Nader mente in un primo caso, per poi ritrattare:

1. Razieh mente affermando che ha perso il bambino per via di una caduta (improbabile, come ci si accerterà) per le scale. In realtà lei fin dall’inizio è animata dal dubbio ma si lascia trascinare dall’ipotesi più vantaggiosa che si profila all’orizzonte: se venisse riconosciuto che ha perso il bambino a causa della caduta il marito riuscirebbe a divincolarsi dalla morsa dei creditori.
2. Dinanzi alla somma concreta pattuita verbalmente con Simin, Razieh deve fare i conti, più che con la propria coscienza, con la sua radicata convinzione che ottenere un profitto tramite una menzogna le causerà qualcosa di spiacevole in futuro.
Razieh è una donna molto religiosa, lo verifichiamo subito in una sequenza molto intensa in cui telefona a qualcuno per accertarsi che se assiste in bagno il padre di Nader (che è un anziano che ha l’Alzheimer ed è invalido al 100%) mentre costui è nudo (si è pisciato addosso, bisogna spogliarlo per forza! Ovviamente non sarebbe dignitoso lasciarlo in quelle condizioni) non commette peccato.
Dinanzi alla richiesta citata di Nader di giurare sul corano, dunque, Razieh antepone il rispetto del precetto religioso (o meglio, il senso che attribuisce alla religione nei confronti di tutto il resto) all’amore - o se proprio non vogliamo chiamarlo così (perché il rapporto con il marito tutto sembra fuorché paritetico) - alla devota benevolenza verso il marito.
La conseguenza è un nulla di fatto economico che inabisserà ulteriormente e forse definitivamente il marito (già preda di un sempre più deficitario quadro psicopatologico), e a ruota se stessa.

Sul piano narrativo, le verità celate, la parola e l’azione che seguono fedelmente una preoccupazione crescente, ansiosa ed ansiogena, di ciò che gli altri potrebbero pensare e interpretare, creano un vortice sempre più abissale che inghiotte e distanzia sempre più i protagonisti fino ad una situazione di non ritorno.
Chi ne subisce maggiormente le conseguenze è Termeh.
Allo spettatore resta l’interrogativo: con chi dei due genitori ha scelto di vivere? E’ un pensiero fugace, perché nel giro di pochi secondi siamo colti da un gelo impetuoso che ci attanaglia e non ci dà tregua, né speranza.
Sopraffatti da questa morsa ci rendiamo conto che la risposta ha perso di importanza.
Nader e Simin, sconfitti e induriti restano nelle loro posizioni, si ignorano ai lati del corridoio.
In mezzo, un fiume di persone.

Unexpect - Fables of the sleepless empire (2011)




L’anno volge quasi al termine ed è dunque giunto il momento di commentare quel che a tutti gli effetti reputo il miglior disco del 2011 (ma attenzione è imminente l’uscita dell’ultimo dei miei amati East of the wall).
Abbiamo atteso questa terza fatica dei canadesi Unexpect a lungo. Il loro tempo di gestazione, si sa, è biblico.
Contava essere ripagati, e direi che il risultato è stato anche più entusiasmante rispetto alle aspettative.
La prima impressione, superficiale, è che gli Unexpect non abbiano affatto cambiato il loro stile. Sono sempre i soliti schizzati, la line-up della registrazione è del resto praticamente la stessa del penultimo e acclamato In a flesh aquarium (qui commentato e autografato un po’ di tempo fa).
Poi però comincia ad emergere con chiarezza la maggior coesione dei pezzi, uno sviluppo ormai sempre più personale della materia eterogenea che hanno da sempre trattato. La mente è sempre Syriak, uno dei due chitarristi, ma gli artefici del salto di qualità definitivo sono il bassista Chaoth (per il quale non ci sono più aggettivi) e la cantante Leilindel.
Colpisce il fatto che ormai la band abbia forgiato un marchio distintivo estremamente multiforme ma composito, ossia una mescolanza strepitosa di generi (jazzy-sympho-prog ecc ecc...) che viene comunemente definita Avantgarde, ma questa etichetta stessa significa tutto e niente.
La parte descrittiva del disco, per quanto mi riguarda, finisce qui. Davvero ostico procedere oltre. Equivarrebbe a perdersi dietro mille architetture cervellotiche, e il tentativo eluderebbe il lettore dal vero focus del disco, ossia la formazione di immagini in movimento in un caleidoscopio coloratissimo.
Non c’è sfoggio di tecnica, essa è al servizio di un rimodellamento continuo della materia sonora.
Mai così tanto emozionanti: qui non c’è traccia quella chirurgica elaborazione dell’onda glaciale a-la Animals as leaders, sarà per il violino o le frequenti allusioni ad un ritmo quasi più accostabile ad altri generi lontanissimi al metal (a volte viene persino in mente il tango – ascolta la PAZZESCA Unfed Pendulum per capire – ), o un bassista impertinente col suo 9 corde slappato di brutto, o infine le voci maschili che sembrano uscire da personaggi di un quadro di un Bruegel – nanerottoli impazziti che imperversano in un villaggio carnevalesco - .
Dal vivo mi emozionai moltissimo, fu un vero spettacolo.
Dal diario post-concerto:

“La padronanza mostruosa degli strumenti non è nulla senza il genio compositivo, mi dico questo mentre c’è qualcuno che forse prestando maggior attenzione all’abbigliamento dei musicisti e all’attitudine fuori dalle righe nel tenere un palco, esprime la considerazione che questo gruppo sia qualcosa di ridicolo e vagamente osceno che non ha nulla a che fare col prog”

E’ vero, gli Unexpect non hanno nulla a che fare col prog-metal, ma neppure con altri generi musicali ben definiti.

Capolavoro moderno.



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A cold dead body - Harvest years (2011)




Dopo un precedente EP, Harvest years rappresenta il debutto per questo gruppo friulano. Uscito (credo) nel gennaio di questo 2011, è un disco che mi ha immediatamente affascinato per le sue atmosfere. Ci sono due piani: il primo è rappresentato da un colosso ritmico che ti travolge, basato su due chitarre belle pese ma soprattutto su un drum’n’bass poderoso (ascolta da 1:16 di The Womb o tutta la prima parte di Our best years, ad esempio, e capirai a cosa mi riferisco), qualcosa che suona post-metal (anche per via dei suoni).
Il secondo è la profondità, ottenuta con un’attenzione particolarmente spiccata per le melodie della chitarra solista e per l’articolazione persistente (ovvero, in tutti i brani) di un violino che costituisce molto più che un semplice tappeto sonoro.
La chitarra solista richiama qualcosa dei Katatonia e soprattutto dei Paradise Lost relativamente all’inizio del brano Collapse.
Nella mia mente questo disco ad ogni ascolto fa scattare qualcosa degli anni ’90. Per associazioni di immagini e non tanto per un discorso effettivamente “etichettofilo” (anche perché farei il critico, cosa che ribadisco, non mi compete) mi dà la sensazione anomala di ascoltare una fusione perfettamente bilanciata tra un sentimento gotico e decadente in chiave “moderna” (mi si passi il termine). Come se gli Autumnblaze o i Paragon of beauty (e altre band tedesche che affondano le radici nei ’90) ora si fossero improvvisamente accostati ad una materia post-metal.
Loro tengono a prendere le distanze da una vera e propria scena post-, e fanno bene, non solo perché non esiste una “scena” ben definita ma soprattutto perché limiterebbe la loro vena sui generis, che tanto attinge dal gothic quanto dai gruppi più Neurosis-Isis dipendenti.
Intendiamoci, nulla di innovativo, ci mancherebbe, ma come esordio questo disco mi ha colpito particolarmente tra tanti, tantissimi altri. Sarà anche la voce maschile pulita (ci sono anche harsh-vocals e di tanto in tanto un cantato femminile), così profonda e espressiva, o i momenti veramente ottimi di “silenzio” (i due capitoli di Madre – o gli arpeggi sommessi all’interno dei brani).
Sicuramente sono avvantaggiato dal fatto che apprezzo moltissimo sia il vecchio gothic-metal che gruppi più moderni, ma bisogna anche sapersi destreggiare e creare qualcosa di fluido e ricco di compartecipazione per saper colpire l’ascoltatore, e la band friulana ci riesce praticamente sempre, tant’è che mi risulta difficile scegliere quale brano mi piaccia di più.
Forse Zero è il pezzo più post-metal (con un finale potentissimo, in un caos di effetti – mai esagerati – che richiamano i primi Isis di Celestial); Our best years esplode in tutta la sua bellezza dopo un intro spettacolare (si alludeva al drum’n’bass), mentre la conclusiva Divinity contiene un po’ tutto l’universo A cold dead body: un brano molto variegato (anche il più lungo), che si conclude riallacciandosi all’inizio del disco, secondo un’idea di circolarità che segue fedelmente un concept lirico che a grandi linee potrei indicare sia incentrato sul rapporto uomo-natura-tecnologia (ma su cui non mi addentro ulteriormente perché scriverei banalità).
Il crescendo finale è una vera chicca.
Quando da ragazzo ascoltavo In the Woods... e My Dying Bride non avrei mai immaginato che il violino nel metal potesse essere così ben utilizzato anche in composizioni così “alternative”, gli A cold dead body sono riusciti a tirare fuori con coraggio e convinzione questo asso nella manica che li distingue tra moltissimi gruppi che attualmente imperversano nel cosiddetto post-.
Attesissimi dal vivo.



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October Tide - Rain without end (1997)





Durante la pausa dei Katatonia nell’anno 1995 (vedi commento per Brave murder day a riguardo) Jonas Renkse si dedica ad un nuovo progetto assieme a Fredrik Norrman, futuro chitarrista dei Katatonia.
Gli October Tide con questo loto esordio creano un ideale incontro tra i primi Katatonia e il passaggio-chiave operato sul secondo album Brave murder day.
Benchè sia più orientato verso il doom rispetto a Dance of december souls e la voce stessa di Renkse, ancora capace di cantare in gutturale, appaia più vicina al growl che allo scream, il disco è al tempo stesso anche molto dinamico e melodico, frutto del lavoro di Norrman.
Il giovane musicista svedese (su questo album si occupa anche delle parti di basso) è meno capace nell’evocare uno spirito black e depressivo rispetto al futuro compagno Anders Nystrom, ma ugualmente capace di creare un’atmosfera plumbea e una tensione emotiva vibrante.
Il disco, malgrado appaia di un gradino inferiore rispetto ai primi due lavori dei Katatonia, è molto valido. Pecca di una certa ripetitività nella struttura dei brani, a cui fa da contrappunto una serie di riff spesso ispiratissimi, come in Sightless o in Blue Gallery in cui coesistono un bel riffozzo tipico del death-metal di quei tempi (mi vengono in mente gli At the gates di Terminal spirit disease) a rallentamenti che rasentano il doom più funereo, fino ad un finale arpeggiato con uno splendido giro di basso e doppio pedale in evidenza.
Da incorniciare il finale di 12 days of rain (oserei dire EPOCALE) oltre alla stupenda Losing Tomorrow, che trae una pesantissima influenza dai The Cure, e che sembra l’anticipazione di Day dei Katatonia.
Peccato per l’assenza dei testi: il booklet consta di una sola paginetta e oltre ai crediti reca la scritta Lose yourself in slow infinity.
Il disco, prodotto dall’olandese VIC (la stessa di Jhva Elohim...) è stato stampato in appena 1000 copie ed è uscito soltanto nel 1997, quindi successivamente rispetto a Brave murder day. Di recente è stato ristampato.
Il gruppo è ancora attivo ma della formazione originale resta il solo Fredrik Norrman.
Rain without end resta a mio avviso il miglior disco di questo gruppo. Concepito in un momento di particolare cambiamento stilistico, costituisce una tappa fondamentale nel percorso artistico dei due artisti che l’hanno realizzato.



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Valerian Swing - Draining planning for ears reflectors (2008)




Come promesso, anche grazie all’opportuna segnalazione di D. (che ringrazio di cuore) ho recuperato il primo album dei Valerian Swing.
Un disco non conosciuto come meriterebbe.
All’epoca (2008) oltre al trio dell’album successivo c’era un cantante, Raffaele Marchetti.
Le parti vocali sono più presenti rispetto a A sailor lost around the earth, e Raffaele alterna voce pulita (in stile Toby Driver dei Maudlin of the Well/Kayo Dot) ad un raro cantato gutturale un po’ indefinibile, direi schizzato per cercare di rendere l’idea.
Schizzata è la proposta sonora del gruppo, che già da questo esordio si diverte a mescolare le carte in tavola ed ad avvicendare ad un “classico”, blando post-rock, momenti di pura destrutturazione.
Un esempio è Never ending accusative – storm in a space loo, ma più in generale evidenzio come in ogni brano del lotto non sai mai cosa aspettarti e l’effetto “stravolgimento” è sempre dietro l’angolo.
In A sailor... tutto è calcolato con maggior precisione ed equilibrio formale, qui invece le strutture dei brani, pur essendoci spesso un ritornello, sono un po’ più sfasate, procedono un po’ più a fatica (tipo il chilometrico, quarto brano) e talvolta si chiudono un po’ senza criterio (come in Mr “I never laugh” laughs).
Insomma se sotto il punto di vista strettamente inerente alla cornice (che pure fa la sua parte, giustamente) il gruppo mostra delle lacune da giovane quartetto all’esordio, sul piano squisitamente musicale emerge un potenziale enorme, tanta qualità e momenti emozionanti che ci aiutano a considerare questo disco come un piccolo gioiello.
Il gruppo è molto tecnico e vario, punta tantissimo sulle continue scomposizioni della forma-canzone per realizzare qualcosa di dinamico, multiforme e sorprendente allo stesso tempo. Senza dimenticare i momenti più delicati e più lineari, che pure esistono, in cui il gruppo quasi in veste shoegaze si esprime in modo altrettanto interessante.
Da ascoltare senz’altro per la varietà: quante volte vi capiterà di trovare in un disco parti jazzate, arpeggi misurati e furia omicida allo stesso tempo? In questo calderone ancora un po’ grezzo ma di sicuro fascino questo disco sembra quasi una risposta italiana ai citati (da me adorati) Maudlin of the well (tra l’altro anche loro utilizzavano il sassofono, che invece i Valerian Swing inseriscono sul secondo album). L’unica differenza è che quando decidono di pestare i Maudlin of the well, che hanno radici metal, sconfinano quasi in territori di death-metal.
Io credo che al contrario i Valerian Swing col metal abbiano realmente poco a che vedere, anche in termini di ascolti.
Un disco, questo Draining planning for ears reflectors, che tuttavia ha delle particine molto efferate quasi-metal qua e là in cui la voce di Raffaele è molto caustica. Si ascolti ad esempio quell’ennesimo quadro schizzato che è Fracassius and his way of copying and pasting, soprattutto nella parte finale. Qualcosa che è andato perso sul secondo album in cui la linea seguita dalla band è molto più inquadrata e definita, pur nella sua ricchezza di sfaccettature.
Fin dal primo ascolto il mio brano preferito di questo album è stato l’ultimo, Terror from the apple side once more, il più shoegaze e forse anche il più malinconico.
Un disco molto ricco, eclettico, a tratti entusiasmante, altre volte un po’ caotico. Ha molte imperfezioni ma al tempo stesso non scade nell’ esercizio di stile.
La ricercatezza sonora, la tecnica e l’apertura mentale di questo gruppo decretano le basi per poter suonare di tutto senza mai annoiare.
Un degnissimo apripista per quel gran disco che è il più maturo A sailor lost around the earth.



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Last minute to Jaffna - Volume I (2008)





Questo è finora l’unico album dei torinesi Last minute to Jaffna, che personalmente considero come una delle migliori band italiane della cosiddetta “scena” post-metal attuale.
Sono rimasto subito folgorato da questo album perché ho trovato la voce pulita del cantante/chitarrista Valerio molto profonda e ispirata, in un panorama in cui spesso certe clean vocals stentano non solo a livello qualitativo ma anche quanto a personalità.
Dunque sebbene queste 5 tracce, strumentalmente, non brillino certo per originalità, le parti cantate meritano di essere messe subito in evidenza.
Oltre agli Isis la coordinata principale è costituita dai Neurosis (ultimi 4 album), come emerge soprattutto da Chapter VI o Chapter V.
Il brano di apertura è essenzialmente costituito su 3-4 note, a pensarci sembra che la monotonia possa apparire da un momento all’altro dietro l’angolo, e invece ci troviamo dinanzi a qualcosa di realmente molto intenso, trascinati da rintocchi cupi e secchi e da un cantato degno di nota, come già scritto.
Splendide le alternanze tra luci ed ombre a determinare stati d’animo differenti: quando parte la “botta” di Chapter X il pezzo decolla e poco importa se il clichè di ricercare un climax ad ogni costo non appaia come una novità.
Tutta la parte centrale di Chapter VI è ancora un altro momento di stacco notevole, prima di un finale massacrante.
La band torinese quando vuole sa fare anche male con due chitarre pesanti e accordate molto basse.
Dopo un breve intermezzo ambient ecco Chapter V, come scritto strumentalmente molto-Neurosis (The eye of every storm?), specie nella prima parte, è un altro pezzo che adoro. Il finale ancora una volta richiama gli Isis (di Oceanic/Panopticon).
Infine Chapter XI, secondo me il brano migliore del lotto. Finalmente anche il basso fa la sua parte in un prologo di grande spessore.
Il gruppo dal vivo conferma grandi potenzialità: atmosfere da pelle d’oca nelle parti più soft, e pesta molto quando i due chitarristi (da citare la mente Dano) schiacciano il pedale. Nell’occasione in cui ho avuto il piacere di vederli e conoscerli dal vivo il nuovo bassista ha completamente stravolto il giro di basso di XI rendendolo ancora più apprezzabile.
Confezione slim-digipack molto essenziale, i testi non sono stati pubblicati perché a quanto pare molto intimi.
Spero veramente tanto di poter presto scrivere di un secondo album (già registrato); i nuovi pezzi dal vivo, più corti e più sperimentali, sono apparsi notevoli.
Nel frattempo cerchiamo di recuperare la compilation in cui appare un loro brano successivo a questo debutto, Chapter XII, a mio avviso il meglio che i LMTJ sono riusciti a concepire finora soprattutto perché in quel brano c’è l’impronta di un’evoluzione in corso frutto di una ricerca più matura e personale.



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Lento - Earthen (2007)




Monolitico e ipnotico, il primo album dei romani Lento è un disco difficile da dimenticare.
Il gruppo mi fu presentato come un collettivo strumentale (all’epoca, credo, fossero tre i chitarristi) che suonavano post-metal in stile Pelican.
Niente di più sbagliato, fin dalle prime note di Hadrons (che resta uno dei brani più apprezzati da quel che sento dire) siamo invasi da un suono sordo e apocalittico.
A riascoltarlo oggi, anche alla luce dell’evoluzione sul secondo album Icon, questo brano d’apertura sembra tuttavia ancorato ad una vecchia concezione che il gruppo aveva di costruire i brani.
Su questo esordio le composizioni infatti sono alimentate dalla ricerca del climax giusto e l'approccio appare piuttosto essenziale.
L’effetto sorpresa è comunque indovinatissimo, sia chiaro, come nella successiva Need (uno dei miei brani preferiti della band), traccia di una forza e di una consistenza di straordinaria portata nella sua prima, colossale parte, per poi spegnersi attraverso una sezione centrale in cui l’effetto di rilassamento è difficile da decifrare. Si rianima in un finale assolutamente liberatorio e trionfale.
Caotico ma al tempo stesso lineare nel suo insieme, tiene sempre vivo l’interesse attraverso una discreta varietà. Perché i Lento sono quelli che martellano come nel claustrofobico incedere della citata Need, ma anche inclini a sperimentazioni sonore di gran classe come nelle tracce ambient Subterrestrial e soprattutto Emersion of the islands.
L’idea è di un movimento sommesso e consolatorio. Ci lasciamo cullare in questa atmosfera di straniante ma gradevole sospensione.
Queste due strumentali, nel cuore del disco, racchiudono un brano ugualeasestesso come se fosse una sola linea retta tracciata, ossia Currents: l’effetto ipnotico che viene sprigionato è coinvolgente.
Earth riprende le coordinate dei primi due brani ed è un’altra hit imperdibile. Anche dal vivo spacca il culo specie nella sua roboante parte finale. Che gran pezzo! Quel che si suol dire “massiccio”!
Brani ben strutturati ma non contorti, in linea con la “politica” della Supernaturalcat (Ufomammut ecc...). Tant’è che quando i Lento hanno registrato una demo del loro secondo album e l’hanno presentato alla Supernaturalcat la massa cervellotica di riff deve avere non poco spiazzato l’etichetta. Ma questa è un’altra storia che affronteremo su Icon.
Tornando a Earthen, ho lasciato volutamente la conclusiva Leave per chiudere il mio commento. Ancora una volta distensione. Qualcosa di etereo ci circonda e ci accompagna.
Sarebbe un gran peccato sottovalutare i brani “soft” del gruppo e fossilizzarsi su quelli “standard”. Ciò significherebbe ridimensionare notevolmente la sfera della loro creatività.
Per me Earthen resta, almeno fino ad oggi, il loro miglior disco proprio grazie a brani come Leave. Bisogna ascoltare per capire cosa intendo sottolineare.
Si “esce” dal disco senz’altro arricchiti, oserei dire ebbri di sensazioni di placido benessere.



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Dream Theater - When dream and day unite (1989)











L’esordio dei Dream Theater è un disco strumentalmente molto avanti rispetto ai tempi. Emerge già un tasso tecnico sorprendente e la prima bozza di un prog-metal in via di definizione.
Suona inevitabilmente molto anni ’80.
Lo ascolto raramente a causa della voce insopportabile di Charlie Dominici, che resta nell’immaginario collettivo più per la sua attitudine da tamarro che per la sua prestazione su questo album.
Riporto tutte le foto (anche gli altri non scherzano in quanto a look!) del booklet che testimoniano l’età media di 20 anni circa che il gruppo aveva a quei tempi (1989).
Tra i brani di spicco ovviamente c’è la strumentale The Ytse jam: forse i nuovi sostenitori del gruppo rischiano di ignorarla vista ormai l’età del disco, ma fino allo scorso decennio era ancora unanimemente considerato come uno dei brani-simbolo dei Dream Theater, soprattutto rispetto alla loro prima fase (che si chiude con l’uscita dal gruppo del grandissimo Kevin Moore nel 1995), la migliore.
Ytse-Jam non è una marmellata bensì la scritta Majesty (il primo nome del gruppo) che un giorno Mike Portnoy in studio, steso, vide al contrario su un pezzo del suo rullante.
Per il resto non mi appassiono a questo album, Dominici spegne ogni tentativo di calore e il lavoro alla tastiera di Moore non è minimamente paragonabile al genio che sarebbe prepotentemente esploso nei due album seguenti.
A fortune in lies resta un brano che a volte si lascia ascoltare, così come The killing hand.





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Tomboy (di Céline Sciamma, 2011)


Se la protagonista di Boys don’t cry ormai adolescente viveva una coscienziosa crisi dell’identità sessuale non di certo si può dire lo stesso per Laure, troppo piccola per vivere un disagio di quella portata (che ha una connotazione “sociale” molto più marcata).
Del resto anche il titolo ci viene in soccorso nel tratteggiare il fenomeno di mascheramento messo in atto da Laure, che non necessariamente evolve(rà) nell’omosessualità.
La profonda insicurezza della protagonista nel rapportarsi soprattutto con i propri coetanei la spinge a questo curioso mascheramento che, contrariamente alla dimensione di gioco a cui si avvicina, dovrebbe tuttavia far scattare degli interrogativi e delle riflessioni profonde negli adulti, oltre a comportamenti accoglienti e di ascolto.
Il film mostra con perspicacia le incertezze comportamentali di Laure come corrispondenza di un’affettività immatura: splendido utilizzo del linguaggio non-verbale (a cui corrisponde un intimo, caotico movimento interiore connotato da dispersione e confusione) e dello scorrere delle giornate, amplificato da un sonoro in forte evidenza sul piano della naturalezza.
La prima parte s’incentra sulla “bugia” e l’affinamento della messinscena da parte della ragazzina.
Encomiabile la descrizione dei rapporti interpersonali di Laure tra le mura domestiche: taciturna e remissiva verso i genitori, spontanea e profondamente affettiva, nella sua legittima dimensione ludica, con la sorella minore.
Laure colta nella solitudine del proprio segreto inconfessabile è meravigliosa, l’affiatamento con lo spettatore è generato con elegante disinvoltura (la sequenza della costruzione del membro di plastilina – e la relativa “archiviazione” tra i dentini caduti – è favolosa).
La verità sconfessata crea la profondità del film, che emerge con vigore nella sua drammaticità.
Ora, se nel citato Boys don’t cry erano gli adolescenti ormai adulti ad aver già consolidato un pregiudizievole quanto discriminatorio modus vivendi verso la diversità, qui sembra che tutto giaccia ancora nella sua fase antecedente, ma la prospettiva, almeno nel mio caso, cambia. Il film infatti sembra voler puntare dritto l’indice verso l’adulto che stigmatizza (l’abito da bambina che Laure DEVE indossare) per preservare un’immagine sociale? O piuttosto mostrare un segnale positivo nei bambini (ancora una volta nella loro innocenza e purezza) che seguono l’esempio dell’adulto positivo o negativo che sia, vero, ma che da soli, nell’intimo della loro spontanea veracità possono mostrare un segnale di apertura e affrancamento della diversità dell’altro? Io cerco di vedere questo: Lisa che si “redime” (virgolettato proprio perché questo non sarebbe il verbo giusto da adottare per enfatizzare il suo cambiamento finale, vista l’età) e torna ad aspettare Laure sotto casa, proprio lei che poco prima si era mostrata malleabile a esprimere il proprio disgusto per un bacio “lesbo”, forse vittima come tutti di un’educazione che talvolta già mostra le prime crepe nella primissima fase della crescita.
E come interpretare e vivere l’ambiguità del finale giustamente tronco in cui Laure si presenta col suo nome, con la sua identità? Ha acquisito sicurezza o è il riflesso di un repressivo quanto ottuso comportamento della madre? Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno, ossia che Laure, accettata e non abbandonata da Lisa, abbia finalmente compreso che c’è anche chi è pronta ad accoglierla. Ancora una volta l’umanità dei bambini che spazza via ogni ombra e ogni macchia di adulti incapaci di educare. Ancora una volta i bambini che non devono vivere guardandosi attorno e calcolando il proprio ranking sociale dietro ogni scelta che devono compiere, a differenza dei genitori immersi nella loro più totale perdita di quell’innocenza che quasi trascende ogni altra attitudine.
Ciò non deve tuttavia assolutamente mettere in secondo piano un atteggiamento appena abbozzato ma significativo di una madre incapace di ascoltare (non è possibile chiedere di cercare soluzioni al proprio figlio se dapprima si dimostra con la violenza che esiste un modo unilaterale che gli adulti adottano per risolvere le questioni) e di un padre assente: è il primo a insinuare subdolamente una più o meno conscia volontà che la primogenita assuma attitudini da “uomo” (la birra, il poker) e nel momento fondamentale è totalmente assorbito dalla nascita di un agognato figlio maschio, al terzo tentativo.